I territori nella guerra di conquista per il profitto. Cosa si nasconde dietro i progetti di Webuild
Mentre la “pace” in Palestina appare ancora come un obiettivo lontano, il “cessate il fuoco” mediato dagli Stati Uniti si è rivelato poco più di una finta pausa nei bombardamenti, la tragedia umanitaria prosegue ininterrotta: milioni di persone vivono in una condizione di miseria estrema, con un limitato accesso agli aiuti e infrastrutture distrutte. Una condizione che rende la vita quotidiana insostenibile.
La ricostruzione di Gaza
L’idea di ricostruire Gaza e il resto dei territori palestinesi, ha messo in moto un ampio processo internazionale che coinvolge capi di Stato, leader politici, imprenditori, banchieri, architetti, ingegneri e membri di organizzazioni internazionali, pronti a banchettare con il sangue della popolazione palestinese. La Conferenza internazionale per la ricostruzione è lo strumento che dà la possibilità di partecipare al banchetto. Promossa da paesi arabi con il sostegno di Unione Europea e Stati Uniti, rappresenta l’inizio di un ampio processo di pianificazione per la ricostruzione. L’obiettivo dichiarato è quello di ricostruire Gaza e ripristinare le infrastrutture e i servizi di base, sulla base di massicci investimenti.
Questa grande alleanza guidata da Stati Uniti e Unione Europea punta a prendere il controllo totale dei territori palestinesi ridefinendo gli equilibri politici interni a Gaza: escludere Hamas dal controllo della Striscia è mettere tutto (si fa per dire) in mano all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Un’operazione dal sapore di colonialismo ormai definitivamente smascherato.
Dopo ogni conflitto, la ricostruzione, raccontata come opportunità per riportare “stabilità” e “crescita”, è sempre una possibilità per le grandi potenze e le multinazionali per conquistare territori geopoliticamente strategici. E anche in questo caso, la ricostruzione della Striscia di Gaza sarà un’ulteriore occasione di attacco diretto a quel territorio.
Occhio a chi ne beneficia!
Tra i soggetti candidati per entrare nel processo di ricostruzione, spicca Webuild (ex Salini Impregilo), una delle principali aziende italiane specializzata in costruzioni di grandi opere, azienda che conoscono bene i NO PONTE perché incaricata della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha, infatti, confermato che l’Italia – in collaborazione con aziende del settore privato – è pronta a partecipare alla ricostruzione. Oltre a Webuild, tra le altre realtà coinvolte, ci sono anche Buzzi Unicem e Cementir, due colossi del cemento e dei materiali da costruzione.
Le Nazioni Unite, che gestiranno gli appalti, conferendo a Gaza lo status di special conflict-affected state, hanno semplificato le procedure per la partecipazione delle imprese ai bandi multilaterali. Si stima che l’intero processo costerà oltre settanta miliardi di euro (fondi pubblici sottratti ad altri territori per essere redistribuiti tra le grandi corporation globali della (ri)costruzione).
Ma affidare la ricostruzione di Gaza ai grandi capitali occidentali escludendo dalle decisioni i palestinesi, significa perpetuare la logica sionista e colonialista di insediamento, confermando legittimità alla devastazione e del genocidio di cui lo Stato di Israele si è reso protagonista. Non può esserci ricostruzione senza il coinvolgimento dei palestinesi e senza aver prima smantellato la legittimità coloniale di Israele.
La ricostruzione come consolidamento dell’ingiustizia: quando l’economia della devastazione si traveste da progetto umanitario
Gaza è già stata ricostruita più volte, spesso con fondi internazionali e in larga parte europei, e ogni volta i profitti sono finiti nelle casse delle stesse imprese globali che oggi sono pronte a stare dentro il nuovo giro di giostra delle speculazioni.
Ciò che viene presentato come un gesto umanitario è, in realtà, una delle facce dell’economia della devastazione: si distrugge, si ricostruisce, si espropriano risorse e si attende la prossima rovina per ricominciare. Le grandi aziende della costruzione e della ricostruzione operano senza mai interpellare le comunità locali – considerate ostacolo – riducendo il territorio a terreno di conquista per il dominio e il profitto.
Come scrive David Harvey, lo sviluppo urbano e infrastrutturale rappresenta spesso il volto concreto dell’accumulazione per espropriazione, mentre Arturo Escobar ricorda che il “discorso dello sviluppo” serve a mantenere relazioni di dominio sotto la maschera del progresso. Le analisi costi-benefici, che giustificano la fattibilità di ogni grande opera, per esempio, riducono la vita sociale a una questione di bilancio economico: da una parte gli espropri o la distruzione totale, dall’altra il ritorno economico per il capitale. Ma in questo calcolo il volere delle popolazioni è sistematicamente schiacciato.
La retorica della conquista territoriale travestita da innovazione
Webuild non è soltanto un’industria delle grandi opere: è un simbolo. Non l’unica impresa che ricava profitto dalla morte, dalla distruzione, dall’impoverimento dei territori — ma certamente un attore del capitalismo estrattivista, della sorveglianza, del dominio coloniale che si cela dietro la retorica di progresso.
Nel cuore di questo gigante societario, la holding Salini S.p.A. detiene circa il 48 % delle quote, mentre lo Stato italiano – attraverso Cassa Depositi e Prestiti – possiede quasi il 22% dell’impresa. Non è un dettaglio: è lo specchio di un sistema in cui il potere pubblico e il capitale privato si intrecciano, in un conclamato sodalizio fra Stato e industria che reclama legittimazione come “bene comune”, ma agisce come una forza coloniale.
Guardando alle latitudini dei suoi cantieri — dalle dighe titaniche, all’alta velocità, dai tunnel che squarciano le montagne, ai ponti — Webuild appare come l’artefice di un mondo che “costruisce”: ma cosa costruisce, davvero? E per chi? Dietro l’idealismo delle infrastrutture, di questo “noi costruiamo”, si nasconde una narrazione lineare ed evoluzionista: la storia guidata dai bianchi, il dominio occidentale che impone un solo ritmo, una sola direzione. La crescita infinita.
Le sue opere faraoniche, la sua rete infrastrutturale, sono presentate come bene superiore, come esempio di sviluppo, di fatto rappresentano l’imposizione di un modo di intendere la società in cui comunità e popoli vengono modellati, spogliati, ridefiniti, secondo i bisogni di chi costruisce. Le promesse di rispetto dei diritti umani, sociali e ambientali spesso diventano giustificazioni etiche finalizzate a nascondere danni concreti, perdite di voci alternative, espropriazioni di forme di vita, arresti e uccisioni.
Quando le comunità resistono — quando sorgono dighe immense, gallerie che perforano le montagne, infrastrutture che cambiano ecosistemi — il capitale globale tende a definire queste comunità come “ostacoli”. E non è un’espressione retorica: in vari contesti, la resistenza è stata soppressa con la violenza dello Stato. Il potere politico, armato e legislativo, diventa il guardiano delle opere. Pensare di chiedersi “a quali bisogni delle collettività risponde Webuild?” non è un esercizio astratto: è una sfida radicale al monopolio del progresso. Perché il concetto stesso di modernità è costruito: stratificato nel tempo, plasmato da conflitti, negoziazioni, storie di dominio. Non esiste una “modernità” neutra, e meno che mai una che non abbia radici coloniali.
Così, quando diciamo che Webuild “costruisce”, non parliamo solo di cemento e acciaio: parliamo di un’ideologia del dominio. Le sue opere non sono solo infrastrutture, ma strumenti di trasformazione del mondo — per pochi in meglio (chi ci guadagna o si è lasciato sedurre dalle retoriche mainstream), per la moltitudine in peggio. Le sue dighe e i suoi tunnel non sono neutrali: scolpiscono la geografia, ridisegnano comunità, manipolano il potere.
La retorica del primato coloniale
C’è una retorica che attraversa il nostro tempo come una lama spuntata, una retorica che si mette in posa davanti ai rendering patinati e proclama il trionfo dell’opera più grande, più alta, più profonda: il ponte più lungo, la diga più smisurata, il tunnel più ardito. È la retorica del primato coloniale, della conquista territoriale travestita da innovazione. Una retorica che pretende di innalzare monumenti al progresso e che invece, se la si osserva da vicino, non è altro che un gigantesco paravento: un sipario di cemento che oscura tutte le incapacità, i ritardi, i fallimenti strutturali di un sistema industriale che non sa costruire altro che la propria autocelebrazione. Dietro ogni “più”, dietro ogni superlativo, dietro ogni record che viene mostrato come un trofeo, c’è l’incapacità storica di fare bene le cose necessarie. C’è l’incapacità di manutenere, di ascoltare, di rispettare i territori. C’è l’incapacità di progettare opere utili, condivise, pensate da e per chi abita i territori. Perché la retorica del gigante serve proprio a questo: mascherare l’incapacità di essere presenti nella vita reale, nelle infrastrutture che crollano, nelle frane ignorate, negli ospedali lasciati andare in rovina, nei trasporti locali che non esistono.
È una corsa allo spazio, un’eco distorta della corsa alla luna degli Stati in competizione coloniale: allora si voleva piantare una bandiera nel vuoto cosmico; oggi si pianta cemento dentro la carne viva delle terre, come se ogni metro cubo fosse una dichiarazione di sovranità, un atto di dominio. E come allora si costruiva un immaginario eroico – astronauti, razzi, epopea dell’umanità – oggi si costruisce un mito industriale che pretende di superare i limiti della natura per nascondere i limiti della politica. Questa corsa non serve ai popoli. Non serve alle comunità. Serve al capitale. Serve a una macchina del cemento che non si ferma mai, che ruota sul proprio asse come un pianeta morto, e che trasforma la geografia in una distesa di opportunità estrattive. Serve a spremere le vite delle persone: lavoratori consumati, territori attraversati da cantieri eterni, comunità messe a tacere. E ciò che resta, dopo che la macchina ha macinato tutto, sono bisogni inutili imposti dall’alto — nuovi corridoi, nuove connessioni, nuove velocità — fabbricati per giustificare l’opera invece che per rispondere a una domanda reale. Il cemento diventa così una lingua coloniale, una lingua che parla solo dei desideri dei potenti: profitto, controllo, centralizzazione, spettacolo.
E le comunità vengono ridotte a spettatrici, quando non direttamente a ostacoli: a loro vengono dati slogan, promesse, simulazioni in 3D; a loro viene imposto il silenzio, mentre la macchina procede. È questa la verità che la retorica del “ponte più lungo del mondo” vuole nascondere: che il gigantismo non è progresso, è fragilità mascherata; che l’opera titanica non è necessità, ma propaganda; che il record non è un traguardo collettivo, ma un trofeo privato.
Il mondo che ci raccontano è fatto di superlativi, ma è un mondo piccolo, meschino, costruito per pochi.
E mentre i potenti raccolgono premi, riconoscimenti, dividendi e applausi, le comunità si ritrovano con paesaggi devastati, debiti pubblici che ricadranno sulle generazioni future, e una vita sempre più compressa dentro le esigenze dell’infrastruttura.
