31 gennaio 2026: il corteo risponde all’attacco del governo
Sabato 31 gennaio decine di migliaia di persone hanno attraversato il lungo Dora a Torino per rispondere allo sgombero del centro sociale Askatasuna (avvenuto poco più di un mese fa) e più in generale per rispondere al Governo Meloni, colpevole di essere il mandante politico dello sgombero e artefice di politiche antisociali e guerrafondaie.
Una manifestazione che ha messo in allarme “la classe dirigente” di questo paese e le sue propaggini quando è diventato chiaro che a schierarsi al fianco di Askatasuna sarebbero stati in tanti. Chi non concepisce (o semplicemente non gradisce) la coerenza di un corteo plurale, numeroso e popolare, che ha espresso pratiche anche molto diverse tra loro, entra in crisi e non può che ricorrere a narrazioni distorte e ormai banali, con l’unico obiettivo di delegittimare un modo di intendere gli spazi e le relazioni sociali basato su solidarietà, cooperazione e cura.
Probabilmente l’obiettivo del governo Meloni (e di tutto l’establishment) è utilizzare ogni occasione per inasprire ulteriormente leggi che già limitano molte libertà, così da tenere a bada il “fronte interno”, avere mano libera e spianare la strada ad interessi “nazionali” e globali di escalation bellica; così che possa essere più semplice governare i territori a difesa della devastazione in nome del profitto.

Il battage mediatico sulla “violenza”, le accuse che si levano da più parti di “terrorismo”, sono, come sempre, strumenti in mano al potere per giustificare la repressione ed in alcuni casi la vendetta. Per ricordare che l’unica violenza legittima è quella dello Stato, visto che lo Stato italiano oltre ai conclamati abusi in patria ha sostenuto Isreale nel genocidio in Palestina e difende a spada tratta le politiche assassine della remigrazione negli Stati Uniti.
Cosa succede se un quartiere viene militarizzato?
Questa vicenda, dunque, è molto più semplice di quello che sembra, ma la confusione regna sovrana e si finisce per fare tanto rumore per nulla. Con la decisione di sgomberare Askatasuna il governo ha mosso un ulteriore attacco a chi in questo paese cerca di immaginare e praticare un cambiamento radicale; un attacco a chi non è omologato alle logiche di mercato e consumo che dominano la nostra società; un attacco a un quartiere, quello in cui si trova Askatasuna, per un mese quasi completamente militarizzato: scuole chiuse, check-point e barricate per impedire l’accesso al centro sociale. Un’azione che ha provocato una reazione, una risposta di massa, eterogenea e determinata. In quella piazza si sono contrapposti gli interessi del governo e gli interessi di una comunità, gli interessi di chi non accetta lo stato di cose presenti. Invece di prendere le distanze, invece di condannare a prescindere, invece di fare il gioco del potere, ci sentiamo di auspicare per il presente e il futuro che questo conflitto – che poi è fermento sociale, è cambiamento, è miglioramento delle nostre condizioni di vita – possa crescere e diffondersi in tutte le forme che i movimenti sanno esprimere.
