“Le forze armate non lo meritano” ?

“Le forze armate non lo meritano” ?
Domani, 4 novembre, l’Italia celebra la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, commemorando la fine della Prima Guerra Mondiale. In tutto il Paese, la “forma” di questa celebrazione prenderà l’aspetto di una pesante militarizzazione: parate, eventi ufficiali e retoriche che, come ha sottolineato la sottosegretaria Rauti, lodano le forze armate per “servire il Paese” e “garantire la vita democratica”.
In netto contrasto, in Sicilia si terranno diverse mobilitazioni: a Palermo (Piazza Croci, ore 17:00) e a Catania (Piazza Dante, ore 17:00).
Abbiamo voluto riflettere su come questi siano gli “strumenti” che lo “Stato/capitale” utilizza per difendere il proprio sistema, reprimere il dissenso e garantire un ordine che alimenta l’industria bellica definanziando la spesa sociale.

Nel giorno dello sciopero generale del 22 settembre alla testa del corteo di Palermo ci sono i  clown con indosso divise militari e caratteristico naso rosso. Nel contesto della mobilitazione contro la guerra e il genocidio palestinese si dileggiano i fautori delle guerre, si ridicolizzano i “portatori di pace a suon di bombe”.

Ma le “forze armate non lo meritano”, “una mancanza di senso di democrazia e di rispetto delle forze armate”, sbraita indignata la sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti. E, siccome la cosa proprio non le è andata giù, ci ricorda che “le forze armate e le forze dell’ordine e i corpi dello Stato quotidianamente servono il Paese, con dedizione e sacrificio, garantiscono la difesa dei cittadini e la vita democratica”.

Si tratta dell’antico gioco di confondere le acque. Ma il gioco di confondere il “paese” con lo Stato e la “vita democratica” con il sistema dominante della decisione politica è un gioco che non regge più. E ultimamente lo si è visto proprio nelle mobilitazioni di massa contro il genocidio in Palestina, le politiche di riarmo e la preparazione della guerra, mobilitazioni che hanno sfidato il decreto sicurezza e la precettazione dello sciopero, spinte da un enorme, diffuso, trasversale movimento dell’anima. Nulla di romantico. È stato come se in ciò che sta accadendo in terra di Palestina si manifestasse l’estremo limite della sofferenza procurata dal giogo degli Stati/capitale, della loro radicale ingiustizia. Come se questo estremo limite abbia sollecitato l’attivazione di una risposta al sempre più diffuso senso di prevaricazione delle politiche degli Stati e annunciato un nuovo modo di intendere la vita.

Gaza ha diradato le nebbie che avvolgevano il senso del giusto e dell’ingiusto.

Lo ha fatto per le generazioni intorpidite degli anni 60 e 70 del novecento e lo ha fatto per le generazioni successive sino ad arrivare a quelle dell’attuale millennio. Si è inceppato, così, il meticoloso lavoro di adattamento delle coscienze alle nefandezze del sistema del profitto, delle sue forme Statali, della loro violenza.

Non è l’umanitarismo che ha preso il sopravvento mobilitando milioni di persone, ma la reminiscenza del senso del giusto, il suo reclamo. È questa la gestazione di un nuovo jus. È  questo che terrorizza gli Stati/capitale. Ed è contro questo che i corpi militari degli Stati sono chiamati a intervenire.

Ciò che quotidianamente le forze armate e le polizie “servono” è lo Stato, difendono il suo ordine, garantiscono la sua sicurezza, impongono la sua sovranità. Non il paese, non i cittadini e le cittadine, ma lo Stato che si astiene dalle risoluzioni contro il genocidio, che non riconosce l’autodeterminazione del popolo palestinese, che finanzia l’industria bellica e definanzia la spesa sociale, che protegge governanti e i ricchi faccendieri, che reprime il dissenso quando non riesce a sottometterlo e imbrigliarlo nelle sue trappole.

“Le forze armate non lo meritano”, quindi? Rispetto per le forze armate dello Stato? Si prendano l’ironia. Il vento ha iniziato a tirare da un’altra parte

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