Sanità in Sicilia: non è cattiva gestione, è una strategia di smantellamento
Secondo quanto riportato da recenti ricerche circa un milione di persone in Sicilia oggi è costretto/a a rinunciare alle cure a causa dei costi elevati e delle liste d’attesa interminabili. Non è solo una ricerca, è la fotografia di un fallimento politico. Un dato che non descrive soltanto una difficoltà contingente, ma solleva interrogativi profondi sulle scelte strutturali che stanno ridefinendo il sistema sanitario regionale. La narrazione dominante sulla sanità in Sicilia parla di “mancanza di soldi”, di “liste d’attesa” infinite e di strutture che “non funzionano più come una volta”. Ma siamo sicuri che sia davvero povertà di risorse il problema centrale? O piuttosto che la scelta politica di destinare risorse e attenzione altrove, lasciando che la salute pubblica si deteriori fino a trasformarsi da diritto a bene di lusso?
Un milione di siciliani/e costretti/e a rinunciare alle cure
I dati dicono chiaramente che non è un problema di fortuna avversa o di inefficienze temporanee. Oggi un milione di siciliani e siciliane rinuncia a curarsi, non perché non vogliano, ma perché sono costretti/e da tempi di attesa insostenibili e costi fuori portata per chiunque non abbia un reddito elevato o assicurazioni private. Questo non è un “mancato funzionamento”, è un modello sanitario che seleziona chi può curarsi e chi no.
La retorica delle liste d’attesa
Si spiega il problema parlando di attese pari o superiori a 87 giorni per prestazioni mediche, e di costi medi per visite private che superano i 300 euro, con migliaia di persone che chiedono prestiti personali solo per accedere alle cure.
Ma quello che spesso non viene detto è dove finiscono i soldi che pure ci sono: non nella sanità pubblica fondamentale per la vita delle persone, bensì in strutture private convenzionate e in settori che lucrano sulla salute invece di garantirla. In Sicilia, oltre 9 miliardi di euro di fondi pubblici destinati alla sanità non potenziano gli ospedali pubblici, ma finiscono in gran parte nelle casse del privato.
Non è carenza di risorse, è scelta di sistema
La narrazione del “non ci sono soldi per curarsi” è simile alla retorica che vuole far credere che lo Stato sia assente perché incapace. In realtà, ciò che chiamiamo “assenza” è spesso una precisa modalità di governo: destinare i fondi alle grandi opere e ai settori ritenuti prioritari, anche quando questi non rafforzano il welfare pubblico ma alimentano la rendita o il complesso militare-industriale.
E qui si inserisce un punto essenziale: la “mancanza di soldi” per la sanità pubblica non esiste in senso assoluto, ma dipende dalle priorità politiche con cui si scrive il bilancio pubblico. Una parte significativa delle risorse dello Stato italiano (e dell’Unione Europea) viene infatti destinata alla spesa militare e alla militarizzazione piuttosto che ai servizi essenziali come sanità, scuola, servizi sociali o messa in sicurezza dei territori. In Europa e in Italia la spesa per armamenti cresce costantemente, con impegni a lungo termine per aumentarla ancora, e ciò comporta inevitabili pressioni al ribasso sulle spese sociali che pur non sono risorse infinite.
Non è un caso che, mentre la sanità pubblica si indebolisce e le persone si indebitano per curarsi, la spesa militare, dall’acquisto di nuove armi alla modernizzazione delle forze armate, sia stata aumentata in modo significativo nei documenti di bilancio e nelle previsioni di spesa statale, con proiezioni che la portano sempre più vicina a livelli molto alti di spesa rispetto al Pil.
Le scelte politiche parlano più dei dati
Questa dinamica non nasce per caso. Se lo Stato, la Regione o il Governo investono così poco nella sanità pubblica, mentre riversano miliardi nel privato convenzionato o nell’apparato militare, non è per incapacità: è una scelta politica. Le istituzioni decidono dove mettere i soldi, e in Sicilia la scelta è stata, negli ultimi anni, di privatizzare le cure e di potenziare spesa militare e logiche di difesa, lasciando l’assistenza sanitaria pubblica in costante contrazione.
In questo senso, parlare di “mancanza di fondi” è un espediente retorico per giustificare un modello che va verso una sanità a doppio binario: una pubblica sempre più debole e una privata sempre più centrale.
Il diritto alla salute diventa privilegio
Quando curarsi in tempo diventa un lusso, e quando una parte significativa della popolazione rinuncia alle cure piuttosto che affrontare tempi d’attesa lunghi o spese troppo alte, allora il diritto alla salute non è più garantito. Il diritto alla salute diventa così una merce che si compra o si ottiene in base alle risorse individuali.
Questo non è un “fallimento momentaneo”, è il frutto di una strategia di allocazione delle risorse pubbliche che premia la privatizzazione, la militarizzazione e le grandi opere rispetto al diritto alla salute.
Conclusione: oltre la narrazione dominante
Non possiamo più accettare il racconto convenzionale di una sanità “in difficoltà” come se fosse un fenomeno inevitabile o neutrale. La crisi della sanità siciliana non è un incidente di percorso: è la logica conseguenza di scelte di bilancio e di governance che smantellano progressivamente il servizio pubblico mentre promettono soluzioni private o investono in settori come la difesa e gli armamenti.
Finché non si metterà in discussione il modo in cui vengono spesi i fondi pubblici, rimarremo intrappolati in un sistema sanitario che protegge pochi e lascia molti senza protezione di fronte alla malattia, un destino politico più che economico.
