Non è maltempo, è una scelta di bilancio. I soldi del Ponte per i danni del ciclone

Non è maltempo, è una scelta di bilancio. I soldi del Ponte per i danni del ciclone
Il coro unanime che si è levato dopo il crollo di un tratto della ferrovia Messina-Catania e la devastazione dell’intera costa jonica ripete stancamente il mantra: “Lo Stato è assente”. Ma siamo sicuri che sia così? A guardare bene, lo Stato c’è eccome.

C’è nelle scelte di bilancio che dirottano miliardi verso il ponte sullo Stretto e l’industria bellica, sottraendoli alla manutenzione delle scuole e dei versanti. C’è nei manganelli che difendono i cantieri delle grandi opere inutili. C’è nella riproduzione all’infinito di un modello della gestione dell’emergenza e di quello che viene narrato ad arte come “sottosviluppo”.

Quella che chiamiamo “assenza” è, in realtà, una precisa modalità di governo

Quando il capo della Protezione Civile afferma che il sistema di prevenzione “ha funzionato” perché il ciclone Harry non ha causato vittime, sta inconsapevolmente ammettendo il vero ruolo delle istituzioni dello Stato. Ridurre il tutto alla nuda sopravvivenza dei cittadini, mentre intorno crollano case, ferrovie, strade, significa certificare che le istituzioni non garantiscono più la vita, ma solo la non-morte immediata.

Quella che chiamiamo “assenza” è, in realtà, una precisa modalità di governo: l’abbandono pianificato. Il modello Stato-Capitale funziona trattando i territori come miniere a cielo aperto: spazi da cui estrarre valore (attraverso la rendita, il turismo di massa, i corridoi logistici, le basi militari) e su cui scaricare i costi ambientali e sociali. Quando il territorio, stremato, crolla sotto un ciclone, il sistema non fallisce: compie il suo destino. Per questo, l’affermazione “stavolta non ci sono morti” cela un significato nascosto: misura, cioè, il successo sulla pura sopravvivenza biologica, mentre cancella le condizioni materiali di vita e relazioni.

La devastazione della costa jonica siciliana, da Catania a Messina, non è – allora – un incidente di percorso. È la logica conseguenza di un modello di sviluppo che considera il territorio non come bene comune da curare, ma come una miniera da sfruttare o una piattaforma logistica da militarizzare.

Dove finiscono i soldi?

Mentre contiamo i danni di un binario ferroviario sospeso nel vuoto nel messinese – simbolo perfetto di una politica infrastrutturale scollegata dalla realtà idrogeologica – ci viene detto che “non ci sono soldi” per la messa in sicurezza dei torrenti o per la manutenzione della linea storica. Eppure, i soldi ci sono. Il problema è che vengono drenati sistematicamente dalla cura del quotidiano per essere iniettati nelle vene delle grandi opere inutili e dell’economia di guerra.

Il binario crollato è l’immagine plastica di questa schizofrenia: si spendono centinaia di milioni per il raddoppio ferroviario (funzionale ai corridoi merci e ai profitti dei grandi consorzi), calato dall’alto senza ascoltare le necessità dei territori, mentre si lascia marcire l’infrastruttura esistente che serve ai pendolari, agli studenti, ai lavoratori locali. È la differenza tra il territorio inteso come spazio di vita e il territorio inteso come spazio di attraversamento veloce per i flussi economici.

Di fronte a questo sfacelo, l’errore più grande sarebbe chiedere a questo stesso Stato di “tornare a fare il suo lavoro”. Cosa significa, allora, chiedere “più Stato” oggi? A veder nostro, significa accentuare quella gestione che ha prodotto tutto questo: vogliamo davvero più commissari straordinari, più militarizzazione dell’emergenza, più cemento “riparatore” gestito dalle solite lobby? Vogliamo davvero continuare a legittimare ancora una volta chi ci ha portato a tutto questo?

In questo scenario, il Ponte sullo Stretto assume i contorni non di un’opera ingegneristica, ma di un dispositivo finanziario e ideologico. È un buco nero che assorbe risorse pubbliche per alimentare una macchina tecno-burocratica che produce carte, progetti e stipendi per i manager, indipendentemente dalla posa della prima pietra.

Governare attraverso la crisi

Il caso di Niscemi e la partita dei Fondi FSC segnano il punto nel conflitto strutturale tra Stato e territori. Qui cade la maschera: Stato centrale e Regione non sono la soluzione, ma i garanti di un meccanismo che si nutre dell’emergenza. Per loro, il disastro è un’opportunità politica: governare attraverso la crisi permette di nominare commissari, agire in deroga alle leggi e, soprattutto, silenziare le comunità locali. La contraddizione centrale è tutta qui: emergenza per accentrare potere. Per questo non possiamo limitarci ad andare a Roma col cappello in mano per chiedere lo “sblocco” dei fondi FSC come atto di pietà post-catastrofe. Accettare la logica dell’emergenza significa accettare la subalternità, aspettare che la terra frani per ricevere l’elemosina di un intervento straordinario. Lo scontro che dobbiamo aprire è radicale e riguarda la decisionalità. Non ci serve il permesso dello Stato per curare la terra che abitiamo: dobbiamo ricominciare a farlo, strappando la gestione del territorio alle logiche coloniali.

Quale alternativa possibile?

All’attuale e programmato sfacelo, la nostra risposta non può essere una letterina di richieste a Roma. Deve essere la costruzione di un’alternativa reale. Mettere in discussione lo Stato-capitale e il suo funzionamento è una necessità pratica. Significa affermare che la competenza, la conoscenza e la cura del territorio appartengono a chi quel territorio lo abita e lo vive ogni giorno.

Allora la sfida non è ricostruire, non è “diventare come il Nord”, non è tornare a “com’era prima”. La sfida è sottrarre spazi alla “fattività dello Stato-capitale” – quella macchina che produce devastazione e guerra – per aprire spazi di effettività del comune. Perché nessuno salverà la costa jonica o Niscemi se non saremo noi abitanti a farlo. Non ci serve un Ponte. Se c’è una guerra da combattere, non è quella che richiede carri armati o infrastrutture faraoniche sospese sul nulla ma è la nostra lotta per la difesa del territorio. E per vincerla, bisogna avere il coraggio anche di dire che i finanziamenti del Ponte e delle armi devono essere sottratti a quella macchina di speculazione e profitto e dirottati per la gestione di ciò che è comune, ciò che è realmente necessario per i territori.

Alcuni numeri

Perché per comprendere la natura politica del disastro, bisogna guardare dove finiscono i soldi. La retorica della “coperta corta” crolla di fronte alla sproporzione tra gli investimenti per grandi opere e armi e quelli per la cura del territorio.

Ecco un prospetto di come le risorse vengono allocate oggi:

Voce di Spesa (Proiezione/Stanziamento)

Costo Stimato

Cosa rappresenta

Ponte sullo Stretto di Messina

14,6 miliardi € (Stima DEF) Fonte: Documento di Economia e Finanza (DEF) 2024 e Legge di Bilancio 2024 (Articolo 1, commi 487-493).

Speculazione. Un’opera concentrata in 3 km, ad altissimo rischio sismico e ambientale, che drena risorse da tutto il Sud Italia.

Spesa militare italiana (2024)

29 Miliardi €

Fonte: Osservatorio Milex sulle spese militari italiane (basato sull’analisi del Bilancio dello Stato e criteri NATO).

Militarizzazione. Fondi per armamenti, missioni all’estero e adeguamento NATO. Una cifra record in costante aumento.

Acquisto nuovi carri armati (Leopard)

8,2 Miliardi € (Programma pluriennale)

Fonte: Documento Programmatico Pluriennale (DPP) della Difesa 2023-2025 e atti della Commissione Difesa della Camera (Febbraio 2024)

Guerra. Basterebbe un solo anno di questo programma per mettere in sicurezza gran parte dei torrenti siciliani.

Piano nazionale “dissesto idrogeologico”

1-2 Miliardi € (Fondi PNRR spesso tagliati/rimodulati)*

Fonte: Revisione del PNRR approvata dalla Commissione Europea (Dicembre 2023) e Rapporti della Corte dei Conti.

La cura assente Una cifra irrisoria per l’intero territorio nazionale, costantemente erosa o definanziata.

*Nella revisione del PNRR proposta dal Ministro Fitto, sono stati definanziati interventi per la “Gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico” per circa 1,3 miliardi di euro (su un totale di circa 2,5 miliardi iniziali per quella specifica misura), con la promessa di trovare coperture altrove (es. Fondi di Coesione). A prescindere dal fatto che i soldi vengano “spostati” o “tagliati”, il dato certo è che i progetti per la messa in sicurezza sono stati rallentati, stralciati dal piano a esecuzione rapida (PNRR) e gettati nell’incertezza dei fondi ordinari, mentre le opere “strategiche” (Ponte) hanno corsie preferenziali. Infatti, si stima che con il costo di 1 km di Ponte sullo Stretto (circa 3-4 miliardi pro-quota se consideriamo opere connesse e rivalutazioni), si potrebbe finanziare la messa in sicurezza idrogeologica dell’intera fascia jonica, ripristinare la viabilità secondaria crollata e manutenere la ferrovia storica per i prossimi 20 anni.

Non è maltempo, è una scelta di bilancio.

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