Ciclone Harry: un’emergenza imprevedibile?

Ciclone Harry: un’emergenza imprevedibile?

Riprendiamo la presa di posizione dell’Assemblea No Ponte in merito all’impatto del Ciclone Harry che negli ultimi giorni ha colpito l’area ionica.

 

𝐋𝐚 𝐝𝐞𝐯𝐚𝐬𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐯𝐨𝐜𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐜𝐢𝐜𝐥𝐨𝐧𝐞 𝐇𝐚𝐫𝐫𝐲 𝐥𝐮𝐧𝐠𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐣𝐨𝐧𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐢𝐜𝐢𝐥𝐢𝐚𝐧𝐚, 𝐝𝐚 𝐂𝐚𝐭𝐚𝐧𝐢𝐚 𝐚 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚, 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐮𝐨’ 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐢𝐪𝐮𝐢𝐝𝐚𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐮𝐧’𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐝𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞.

È il risultato di decenni di assenza di prevenzione sul territorio, in un contesto in cui i cambiamenti climatici amplificano l’energia dei fenomeni meteomarini, rendendoli sempre più distruttivi.

Tra continue concessioni edilizie e mancate opere di difesa del territorio, è palese la totale incapacità e il fallimento delle istituzioni territoriali e nazionali nell’attuare politiche di prevenzione. Senza manutenzione, pianificazione e cura del suolo, ogni evento estremo diventa una catastrofe annunciata. Stavolta non ci è scappato il morto. Già, stavolta. E la prossima?

Intanto la conta dei danni è impressionante. Case, strade, ponti, attività commerciali. È crollato tutto. È crollata anche la ferrovia nell’hinterland messinese, con questo binario sospeso nel vuoto che bloccherà per chissà quanto tempo i servizi per i pendolari della jonica messinese e isola Catania e Siracusa dal resto della rete a lunga percorrenza. Viene da chiedersi cosa sia stato fatto per mettere in sicurezza la linea storica mentre si spendevano centinaia di milioni di euro per quel contestatissimo raddoppio ferroviario tra Messina e Catania, calato dall’alto sui territori, progettato e realizzato senza ascoltare minimamente le comunità locali e le richieste di correttivi e modifiche che avanzavano.

 

Di fronte a ciò, pur sperando sempre si sbagliarsi, non si può non ribadire che è oramai tempo di essere consapevoli che il clima non ci lascerà così facilmente tranquilli per gli anni a venire, che fenomeni analoghi sono destinati a ripetersi con frequenza crescente. E quindi “ricostruire”, certo necessario, non può e non deve più significare “ricostruire tutto come prima” solo perchè il motore dell'”economia purchessia” non deve rallentare, ma ripensare con coraggio il nostro modo di stare e vivere sui nostri territori, dalle spiagge e le zone costiere e poi su lungo torrenti e montagne.
Non bastano le parole per esprimere la rabbia che si prova davanti a tutto questo, mentre continuano a raccontarci che va bene spendere decine di miliardi per il ponte sullo Stretto, continuando a bruciarne centinaia di milioni solo per tenere in piedi la macchina tecno-burocratica che dovrebbe realizzarlo. Risparmiateci le lacrime di coccodrillo e usate i soldi del ponte per la messa in sicurezza dei territori.

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