Lo scontro in Siria del Nord-Est è tra due opzioni politiche per il Medio Oriente

Lo scontro in Siria del Nord-Est è tra due opzioni politiche per il Medio Oriente
I venti di guerra soffiano sempre più forti in tutto il globo, ed è proprio in Medio Oriente che continua a trovarsi l’occhio del ciclone

Il governo di transizione siriano, con a capo al-Sharaa (ex leader di Al Nusra), mentre consolida la sua legittimazione internazionale sta scatendando l’offensiva contro l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est. L’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est (DAANES) è quella realtà sociale e politica che dal 2012 mette in pratica i valori del Confederalismo Democratico, basandosi su autonomia delle donne, democrazia radicale ed ecologia sociale. Parte del suo territorio corrisponde al Rojava, l’area del Kurdistan che insiste all’interno dei confini siriani, ma include diverse identità culturali, politiche e religiose. Per questo rappresenta la possibilità di costruire una società multietnica e multiculturale, che superi decennali scontri settari, in cui la base della decisionalità è la Comune.

È proprio questa sua caratteristica che rende l’Amministrazione Autonoma un ostacolo per tutte quelle potenze che hanno l’interesse di destabilizzare ulteriormente la regione.

Basti pensare all’Iran: in un momento in cui Israele, USA e UE premono affinchè avvenga un regime- change a loro favorevole, l’esempio dell’Amministrazione Autonoma potrebbe indicare un’altra strada da percorrere non solo per la popolazione curdo-iraniana ma per tutti i popoli che vi abitano. Non è un caso quindi che l’escalation in Siria sia iniziata proprio il 6 gennaio, giorno in cui con un incontro a Parigi è stato stipulato un accordo sulla sicurezza tra al-Sharaa e lo Stato di Israele.

Quel giorno sono aumentati i bombardamenti e gli attacchi con mezzi pesanti nei quartieri curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh ad Aleppo, due quartieri che fanno capo all’Amministrazione Autonoma. Dopo giorni di strenui combattimenti che hanno visto la popolazione difendere le proprie strade e le proprie case, accusando al contempo numerose perdite, il comandante delle SDF (forze di autodifesa dell’Amministrazione Autonoma) Mazloum Abdi ha concordato un cessate il fuoco.

Già nelle prime giornate di combattimento ad Aleppo – dal 6 all’11 gennaio – si è resa evidente la somiglianza delle tattiche di guerra tra l’attuale esercito arabo-siriano e ISIS, già fronteggiata dalle SDF dal 2014 al 2018. L’abbattimento delle statue delle combattenti delle Unità di Difesa delle Donne (YPJ), l’accanimento vendicativo verso le compagne impegnate sul fronte, torture e umiliazioni per i prigionieri di guerra, sono immagini che rimandano agli anni in cui le forze della rivoluzione hanno combattuto per liberare le città curde e arabe dallo Stato Islamico.

Si estende la linea dei combattimenti

L’accordo per il cessate il fuoco non è mai stato effettivo. Le milizie di Al Sharaa e altre milizie filoturche  hanno continuato a muoversi a Est lungo il fiume Eufrate, attaccando le aree dell’Amministrazione Autonoma a maggioranza araba. In pochi giorni, le città di Deir Hafir, Maskana, Tabqa, sono state invase provocando l’evacuazione di centinaia di migliaia di civili e la caduta di diversi combattenti delle SDF.

Negli stessi giorni Ursula Von Der Leyen e Antonio Costa, Presidente del Consiglio Europeo, si sono recati a Damasco per incontrare al-Sharaa. In questo incontro i rappresentanti dell’UE hanno ribadito la loro fiducia al governo di transizione, concordando un supporto finanziario pari a 620 milioni di euro per il periodo 2026-2027.

I combattimenti hanno continuato ad espandersi lungo tutto il confine meridionale dell’Amministrazione Autonoma, fino al punto in cui le milizie jihadiste hanno raggiunto alcune delle prigioni in cui sono detenuti i combattenti dell’ISIS, permettendone l’evasione. Anche la città di Raqqa, liberata nel 2017 dall’oppressione dello Stato Islamico e divenuta centro dell’Amministrazione Autonoma, è caduta. Ora l’assedio si è spinto fino a Kobane.

Tutto questo non trova visibilità nella narrazione che stanno attuando i media più seguiti (sia nel mondo arabo che in quello occidentale). Ahmad al-Sharaa, con la sua propaganda, vuole infatti convincere il mondo di essere il giusto leader per guidare una Siria unita. Per rafforzare questa sua immagine, ha emesso un decreto nel quale viene riconosciuta la lingua curda (non come lingua ufficiale) e la festività del Newroz. Questo tentativo di fare leva sul nazionalismo curdo, però, non deve trarre in inganno. Non si tratta di uno scontro etnico, ma dello scontro di una parte  che, col sostegno delle potenze imperialiste, impone un’economia neoliberale e il modello dello Stato-Nazione contro un’altra politica che  sostiene un’economia ecologica, comunale e il modello del Confederalismo Democratico. È uno scontro di classe, uno scontro di genere, uno scontro ideologico.

Nessuna resa.

ll 18 gennaio un cessate il fuoco formale è stato sottoscritto da Mazloum Abdi e al-Sharaa, sotto spinta degli USA rappresentati in Medio Oriente da Tom Barrack. Numerosi canali locali e internazionali hanno cominciato a diffondere i punti dell’accordo voluti dal governo siriano e dalle altre potenze coinvolte, in primis dalla Turchia, come se fossero già passati. Ma nella giornata di ieri, 19 gennaio, Mazloum Abdi si è recato a Damasco per discutere ancora il merito di questo accordo. Essendo le condizioni proposte all’Amministrazione Autonoma equivalenti a una resa e a una cessione di tutte quelle conquiste essenziali ottenute in 15 anni di resistenza (il discioglimento delle SDF e l’integrazione dei combattenti nell’esercito regolare, la dissoluzione delle istituzioni politiche e amministrative, la cessione del controllo su confini e pozzi petroliferi, etc…) Mazloum Abdi non ha potuto fare altro che rigettare questo finto compromesso.

«Morirò con onore e non venderò il mio popolo né la mia dignità. Tornerò dal mio popolo in Rojava e dichiareremo guerra.» Queste sono le sue parole.

 

L’appello alla mobilitazione generale

In questo momento, la battaglia decisiva per l’esistenza della rivoluzione in Rojava è ripresa con un nuovo spirito.

Le SDF e l’Amministrazione Autonoma hanno chiamato la mobilitazione generale, e fanno appello a tutto il popolo curdo per sostenere la rivoluzione da ogni parte del mondo. La risposta non si sta facendo attendere: migliaia di giovani sono scesi in strada nel Bakur, Kurdistan turco, e nel Bashur, Kurdistan iracheno. Abbattono i confini con la Siria per accorrere a difendere le città resistenti dell’Amministrazione Autonoma, le ambasciate statunitensi sono oggetto di forti proteste per la connivenza degli USA in questa guerra.

Rise Up 4 Rojava ha lanciato un appello a mobilitarsi a livello internazionale contro le istituzioni complici e contro tutta la macchina della guerra. Già in passato ci è toccato scendere in piazza per sostenere l’esperienza del Rojava, la rivoluzione del nostro tempo. Oggi, nel contesto di guerra globale in cui gli Stati si riarmano e attaccano i territori per non lasciarne nessuno fuori dalle maglie del loro dominio, stare al fianco di questa resistenza è ancora più importante. Mentre l’Europa e gli Stati Uniti tradiscono chi ha sconfitto sul campo lo Stato Islamico, dopo averne tessuto le lodi per anni, tocca ai popoli allearsi e praticare forme concrete di solidarietà internazionalista, che attacchino la macchina sulla guerra nei nostri territori e mettano all’angolo i tiranni che ci governano.

 

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