Oltre i “Sud”. Appunti su territori, forma Stato e sviluppo ineguale
Per ragionare collettivamente di “Sud” è indispensabile liberare il campo della riflessione critica e militante da un ritorno alle tematiche e al vocabolario del meridionalismo o se si vuole dei diversi meridionalismi, che spesso, almeno in Sicilia, tendono a riemergere sottotraccia comportando rischi e fraintendimenti.
Il primo rischio è di andare “fuori tema”:
lo scenario economico, politico e geografico in cui quelle narrazioni, le narrazioni meridionalistiche, prendevano forma si è sostanzialmente trasformato. Si sono trasformate le dinamiche dello sviluppo e il loro modello. Anche un meridionalista come Pasquale Saraceno se n’era accorto. Nel 1989 scriveva “la storia recente ha profondamente cambiato i termini economici e tecnici della questione meridionale”. Per Saraceno la questione dell’unificazione economica era divenuta soprattutto una questione di unificazione politica: colmare il divario Nord-Sud era responsabilità politica dello Stato. Non era insomma quel divario funzione stessa dello sviluppo.
Del resto lo scenario non era più quello almeno a partire dal 1973-1975, da quando falliscono – nell’incalzare della crisi – le politiche di pianificazione economica per il riallineamento delle DUE Italie, che stavano per esempio alla base degli interventi della Cassa per il mezzogiorno (che sarà chiusa nel 1984). Naturalmente con “fallimento” ci si riferisce a ciò che si attendeva in termini di sviluppo industriale per i territori meridionali, perché di fatto non fu un fallimento per le grandi imprese del Nord che ne beneficiarono eccome – più o meno come accadde con le politiche protezionistiche del 1887 e i grandi investimenti effettuati in infrastrutture di cui godettero essenzialmente le imprese del Nord con la nascita del triangolo industriale.
Il secondo rischio
è che quel discorso, il discorso meridionalista, soprattutto riproposto ancora oggi nei termini del divario da colmare attraverso una nuova pianificazione e moralizzazione, nasconde di fatto la natura delle formazioni sociali capitalistiche (quello che non vedeva Pasquale Saraceno) e cioè il loro basarsi sullo scambio ineguale e quindi sullo sviluppo ineguale, che rende il cosiddetto sottosviluppo non un accidente, ma un fatto strutturale un elemento organico dello sviluppo delle formazioni capitalistiche, un fatto ad esse funzionale; – Serafini e Ferrari Bravo parlarono a questo proposito di “governo del sottosviluppo”.
La domanda che invece oggi bisognerebbe porsi è se davvero debba essere questo l’oggetto del contendere. Se cioè le nostre vite, le nostre lotte debbano davvero consumarsi nella ricerca di un approdo allo “sviluppo” come molte sinistre o indipendentismi ed autonomismi sembra che chiedano.
“Sviluppo”, “crescita”, “espansione economica” sono parole del vocabolario capitalista. Sono i “traguardi” che stanno distruggendo il mondo, che hanno devastato i nostri territori, che hanno aperto le strade allo sfruttamento smodato di persone e cose, che hanno rese precarie le nostre vite, che stanno alla base delle guerre che anche oggi si stanno combattendo e che rischiano di ricacciarci nell’orrore di un nuovo conflitto mondiale.
Insomma “Sviluppo”, “crescita”, “espansione economica” “riallineamento nazionale” sono parole che non ci aiutano ad uscire dalla trappola capitalista, non ci aiutano nella costruzione di un altro mondo, di un altro modo delle relazioni sociali.
Il terzo rischio è che con il termine Sud – o pluralizzando “i molti sud” – si perdano di vista quelle che per noi ad esempio sono le particolari dinamiche territoriali nel contesto della crisi strutturale del capitalismo.
Perdere di vista le dinamiche territoriali ossia gli andamenti specifici, particolari dei territori che viviamo, espone al rischio di una visione monolitica delle realtà meridionali (letta con le percentuali di PIL), per di più calata in una sempre più improbabile prospettiva di omogeneizzazione nazionale, come proponeva di fatto la visione meridionalista. Si perde insomma la molteplicità delle storie continuando così a nascondere che la storia della Nazione italiana (come quella di tutti gli Stati-Nazione) si fonda sulla irreggimentazione dei diversi territori nella territorialità dello Stato, col suo nord e il suo sud.
Tra l’altro oggi ci troviamo di fronte a una nuova realtà, a una nuova geografia, una geografia particolare, diversa da quella tratteggiata dai “meridionalisti” con la polarizzazione Nord Italia-Sud Italia, siamo alla creazione di tanti “Nord” e tanti “Sud”, una geografia dello sviluppo e del sottosviluppo che si realizza per nodi e per aree, aree a elevato sviluppo e delle aree economicamente depresse. Tra l’altro gli economisti di Stato ormai utilizzano la terminologia delle imprese che sostituisce il termine sottosviluppo e la dizione “aree depresse” con il termine “aree sottoutilizzate” e il termine la dice lunga sul cambio di prospettiva. Una terminologia che denota già il tipo di approccio, diremo sfacciatamente “utilitaristico”, che il governo dell’economia riserba ai territori.
Con il termine sottosviluppo la domanda era “rispetto a cosa?”. E il rimando allo sviluppo sociale del Nord era scontato.
Con la dizione molto più significativa di “aree sottoutilizzate” la domanda cambia e diventa sottoutilizzate “da chi e per cosa?”.
Qui diventa oltremodo chiara, esplicita, la visione che si ha dei territori: il territorio, il tessuto relazionale che lo produce, è trattato nel suo complesso come merce e come ogni altra merce ha valore in quanto valore di scambio. I territori sono predisposti a partire da ciò che per essi e che da essi ci si attende in produzione di valore e questo sia geograficamente a Nord che a Sud sia a Est che a Ovest sia qui che nel resto del mondo.
Nel solo Stato italiano sono stati censiti nelle regioni del Nord migliaia di ulteriori “Sud”. Si tratta – oltre che dei territori meridionali e delle isole – di tutte quelle aree che per i capitalisti e per l’economia nazionale non sono debitamente utilizzate, messe in valore, appunto aree sottoutilizzate nelle dinamiche di sviluppo del sistema economico.
Se, quindi, vogliamo inquadrare il problema in modo non ideologico dobbiamo riflettere sul fatto che le questioni legate allo “sviluppo ineguale” non sono soltanto questione del Sud, una questione meridionale, ma riguardano, come abbiamo più volte sottolineato, la questione dei territori, del dominio sui territori, su tutti i territori, e in particolare riguardano i territori periferici rispetto ai “nodi” della rete policentrica del nuovo modello di sviluppo.
È per questo che sosteniamo da tempo che si è aperta una nuova fase (e non solo in Italia) che mette i territori al centro dei conflitti aperti dalla crisi strutturale delle formazioni capitalistiche.
La questione dei territori oggi assume una rilevanza strategica.
Per il sistema capitalista il “territorio – è una citazione da un testo scritto per un Corso di economia aziendale ed organizzazione aziendale – è l’ambiente strategico dove l’impresa seleziona le risorse che le servono per competere sia interne che esterne al ciclo produttivo”. E ancora “L’efficienza di un territorio, delle sue infrastrutture, dei suoi servizi, delle sue stesse relazioni sociali (la fiducia tra gli attori, le competenze disponibili a livello locale), è diventata un importantissimo fattore di produzione, alla stessa stregua del capitale e del lavoro.”
I territori acquistano quindi una nuova dimensione strategica per il sistema capitale che si contorce nella sua crisi e che si fa sempre più violentemente predatorio nel disperato tentativo di rilanciare il processo di accumulazione.
Ancora nel 1997 Marcos scriveva: “La globalizzazione moderna, il neoliberismo come sistema mondiale, deve essere intesa come una nuova guerra di conquista di territori”. Al di là dei significati dati a globalizzazione e neoliberismo, quello che per noi coglie il senso della attuale fase neocapitalista è “guerra di conquista di territori”.
In effetti questa guerra di conquista si compone di due aspetti fondamentali:
1. Conquista di territori da inglobare nelle reti economiche del proprio dominio e 2. “rimodellazione” dei territori già dominati secondo le regole della nuova economia. Ambedue questi aspetti conservano una devastante carica di distruttività e di violenza, di sfruttamento e di rapina ciò che costituisce in sintesi ogni impresa di rilancio del processo di accumulazione capitalistica. Tanto più sono risicate le possibilità concrete di rilancio dell’accumulazione tanto più devastante, tanto più cruenta è la lotta tra chi si contende il dominio di questa stessa possibilità.
I due aspetti della guerra di conquista sono oggi più evidenti che mai. Il primo indossa le vesti della guerra tra apparati politici economici e militari (le guerre nel mondo sono lì a dimostrarlo); il secondo quelli della forzata penetrazione sui territori delle nuove politiche economiche finalizzate all’estrazione di profitto (l’irruzione sui territori siciliani di una quantità impressionante di progetti centrati sulla produzione di energia ne sono solo un esempio).
Senza soluzione di continuità i due aspetti della fase politica che stiamo attraversando ci interrogano sul che fare, su quale linea di condotta seguire, su come spezzare la spirale dell’orrore e dello sfruttamento senza fine in cui siamo stati ricacciati.
A questa domanda noi rispondiamo: solo tirando fuori i territori da queste dinamiche è possibile concepire le relazioni sociali diverse, solo in questo modo è possibile sottrarsi alle loro crisi e alle loro guerre. La questione centrale è quindi come liberarci dalla reale sottomissione, come spezzare le mille dipendenze (che sono economiche, politiche, culturali, di genere) che ci legano a questo sistema politico ed economico, come liberarci, insomma, dal capitalismo e dallo Stato che ne costituisce la principale forma amministrativa.
La forma Stato nella quale siamo stati condannati a vivere si compone di tre elementi basilari: Popolo dello stato, territorio dello Stato e sovranità statale che ha effettiva preminenza sugli altri elementi. Se è vero – come sostiene il diritto – che lo Stato realizza il suo “più alto grado di effettività” entro quello che statuisce essere il “suo” territorio, l’indebolimento o l’eliminazione sui territori di questa “effettività” costituisce la via da seguire e la premessa a qualsiasi forma di autogoverno. Ed è quello che come Antudo stiamo cercando di fare in quel processo che abbiamo chiamato indipendenza.
