Ospedale di Lentini: “il pesce puzza dalla testa”
Tante rassicurazioni, schiacciatine d’occhio, tanti “non vi preoccupate”, tantissimi “non è vero niente, nessuno pensa di smantellate l’Ospedale di Lentini”. E in molti ci hanno pure creduto (o sperato), mentre quello che chiamano ancora adesso “centro di eccellenza” (l’ospedale di Lentini) faceva acqua da tutte le parti e non una delle 12 gravi criticità che segnalammo insieme al Tribunale del Malato a Manuela e Michele e al Comitato cittadino Francofonte, fu presa in considerazione dai caporioni della ASL e dell’Ospedale.
Adesso arriva la bozza di “Riordino ospedaliero” nella quale non solo non si accoglie la richiesta di classificazione dell’Ospedale di Lentini a Dipartimento Emergenza e Accettazione (DEA) di primo livello, ma si prevedono tagli ai posti letto (chirurgia, medicina generale e ostetricia ginecologia) e chiusura del reparto geriatria con trasferimento ad Augusta. Altro che più medici, più infermieri, decongestione delle liste d’attesa o garanzie sui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). D’altro canto l’Ospedale di Lentini ci ha messo anche del suo nel contribuire al disastro , con una più che percettibile incapacità gestionale, con l’accondiscendenza agli ordini dei caporioni della sanità, del loro clientelismo, con una parte di medici che fugge l’etica professionale per l’etica dei quattrini, con personale demotivato – spesso a ragione – ma che danneggia l’immagine di cura che dovrebbe avere ogni ospedale. E come cittadini e cittadine ci abbiamo messo pure del nostro lasciando senza alcun reale controllo comunale l’andamento delle istituzioni sanitarie e senza una reale presa di posizione contro l’ormai cronica mala gestione.
E ora che si fa? Gli appelli ai partiti e ai “nostri parlamentari” affinché penalizzino altre strutture ospedaliere anziché quella di Lentini? Si continuerà ad imprecare per non essere stati in grado di avere “un nostro politico” che avesse l’interesse elettorale di difendere i “nostri” interessi? Si farà un’altra manifestazione con sfilata degli abituali promettitori?
Certamente occorre costruire una forte opposizione al piano di “riordino ospedaliero”, che va rigettato in toto.
Bisogna però avere chiaro che questo è il risultato di precise politiche economiche:
– concentrazione dei trattamenti sanitari nelle grandi strutture ospedaliere pubbliche e private delle città metropolitane con l’abbandono di ciò che gli affaristi della sanità chiamano “zone periferiche”;
– trasformazione delle strutture sanitarie in aziende dotate di personalità giuridica pubblica e di autonomia gestionale (ASL e Aziende ospedaliere) e svincolate dall’essere strumenti operativi in capo ai Comuni di appartenenza;
– tagli alla spesa sociale e destinazione di enormi risorse economiche per il cosiddetto “Riarmo” e per opere inutili per i territori, ma molto utili per gli affaristi del profitto.
É contro questa politica, contro il governo centrale e il governo regionale che occorre concentrare la lotta dei territori.
Chiedere l’elemosina, essere disposti a fare i clienti di questo o quel politico, di favorire questo o quel partito per qualche briciola non serve a nulla: quando Stato e Regione parlano di razionalizzare la spesa si riferiscono sempre alla spesa per i territori, alla spesa per l’istruzione, per la salute, per i servizi territoriali.
L’ANCI Sicilia (associazione dei Comuni siciliani) ritiene che “i sindaci debbano essere centrali per il loro ruolo di autorità sanitaria locale e reali interpreti degli interessi generali della comunità”, e che la riorganizzazione della rete ospedaliera debba essere caratterizzata da un “approccio che veda una reale integrazione fra il sociale e il sanitario”, ma sino a quando i Sindaci che aderiscono all’ANCI Sicilia non rivendicheranno la loro autonomia e opereranno per dare concretezza a queste parole, la sanità rimarrà un affare esclusivo per le lobby della sanità e per la politica delle clientele.
Occorre quindi un nuovo protagonismo dei Comuni e delle comunità territoriali.
Occorre rivendicare le strutture sanitarie come strumenti operativi dei Comuni, dove, comunque, i Comuni esercitino la loro autorità di controllo tutelando gli interessi generali della comunità. E occorre aver chiaro che sino a quando le strutture sanitarie rimarranno aziende a contabilità economica (ossia su modello privatistico) la salute sarà considerata come qualsiasi altra merce e risponderà alle logiche di mercato.
Il diritto alla salute, come qualsiasi altro diritto non ce lo regala nessuno.
Mobilitiamoci contro la proposta regionale di “riordino ospedaliero”.
