Rosa Balistreri, voce di una Sicilia che non si arrende

Rosa Balistreri, voce di una Sicilia che non si arrende
“…Ma quannu s’ha vistu mai na cantastorie fimmina?”  “E si vidi ca a prima sugnu io.”
“Si può fare politica e protestare in mille modi, io canto. Ma non sono una cantante… sono diversa, diciamo che sono un’attivista che fa comizi con la chitarra.”

 

 

“L’amore che ho”, ultimo lavoro del regista palermitano Paolo Licata, è arrivato nelle sale cinematografiche lo scorso maggio. Un film intenso, che a partire dal libro “L’amuri ca v’haju” di Luca Torregrossa, nipote della cantautrice siciliana, racconta la figura di Rosa Balistreri, ne narra la vita difficile, costellata di tragedie familiari, rabbia e impegno tra Licata, Firenze e Palermo: a partire dalla giovinezza nella povertà del paese d’origine, fino alle luci dei palcoscenici e della televisione della “Cantatrice del Sud”, la pellicola di Licata restituisce al pubblico siciliano la figura di una delle artiste contemporanee più importanti della nostra terra, a venticinque anni dalla sua morte.

La storia della grande artista folk, a cui si deve la rinascita della canzone popolare siciliana, viene tratteggiata in modo forte, autentico e mai vittimistico: ne emerge una figura di lotta e di rivalsa, che afferma tanto la volontà di emancipazione femminile, quanto la determinazione e la fierezza della condizione degli emarginati, degli oppressi, dei lavoratori e lavoratrici siciliani.

Cosa vuol dire negli anni 60 per una donna siciliana, analfabeta, di famiglia povera, accusata di essere una cattiva moglie e una ladra per i suoi atti di ribellione al matrimonio e alle violenze subite, diventare la prima “fimmina cantastorie”, in grado di far risuonare i canti popolari della sua gente e di dar voce agli sfruttati della sua terra? Nel film, recitato prevalentemente in siciliano con sottotitoli in italiano, viene dipinta la Sicilia di ieri e di oggi, colorata dalle luci e ombre delle vicende familiari di Rosa, che si staglia sullo sfondo di una società fatta di ingiustizie, discriminazioni e lotta politica.

Il fervore di quel tempo, il sogno di una Sicilia indipendente raccontato da una compagna di cella di Rosa (incarcerata due volte, una dopo aver ferito il marito Jachinu e un’altra dopo essere stata denunciata per furto), l’arte e la musica di figure come Renato Guttuso, Otello Profazio, Andrea Camilleri, si intrecciano con il successo della Balistreri, per ritornare poi alla solitudine dell’ultima parte della sua vita, il rapporto difficile con la figlia, l’amore cantato e vissuto insieme al dolore.

Le interpretazioni di Lucia Sardo, Donatella Finocchiaro e Anita Pomario, che animano le diverse età di Rosa recitandone le sfumature e i contrasti dall’adolescenza agli ultimi respiri, colpiscono lo spettatore con l’immagine di una donna che non ha mai chinato la testa davanti alle ingiustizie e ai drammi della propria vita; una storia che ci appartiene e che oggi finalmente abbiamo la possibilità di sentire ancora più nostra.

Rosa però non era solo la sua storia individuale. La sua vicenda personale di donna e madre, su cui per scelta del regista si dipana per la maggior parte la trama del film, rischia di offuscarne una componente fondamentale: la scelta di vita di un’artista che usava la propria voce come mezzo di lotta. Per questo vogliamo ricordare l’impegno di Rosa contro la guerra, i suoi canti di libertà contro il carcere, la sua presa di posizione contro la tirannia del potere che schiaccia i lavoratori, che manda i soldati al fronte e che sfrutta i più deboli.

Ed è proprio grazie al suo messaggio di lotta che Rosa Balistreri diviene simbolo di un popolo, quello siciliano, che ha sempre combattuto contro i suoi oppressori. Una riflessione oggi imprescindibile, in un contesto di politiche guerrafondaie e di profonde ingiustizie, in cui e’ necessario amplificare le voci di critica sociale e di ribellione: voci come quella di Rosa, la “cantatrice del popolo”, che con il suo lascito ci invita a proseguire questo percorso.

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