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Le profezie del professor Costa

lanfranco caminiti

Il professor Costa ha un debole – e chi non ne ha? io, a esempio, l’ho per le rosse tipo Jessica Rabbit – per le profezie. Proprio quelle cose alla Ezechiele: «Ti ridurrò a un deserto, a un obbrobrio in mezzo alle nazioni che ti stanno all’intorno e aumenterò la fame contro di voi, togliendovi la riserva del pane [5, 14-16]».
Le profezie del professor Costa hanno un’ossessione ricorrente: il default della Regione Sicilia. «Non sono neanche sicuro del pagamento degli stipendi del personale di ruolo degli enti locali; soprattutto di quello provinciale, ma molto probabilmente anche di quello dei Comuni. Si salveranno, a stento, i dipendenti regionali. In Sicilia riceveranno sicuramente lo stipendio solo i poliziotti, i medici pubblici, i professori e i dipendenti regionali (pure gravemente penalizzati questi ultimi). Ovviamente anche i pensionati dovrebbero essere al sicuro, per il resto… Per il resto, insomma, ci attende un massacro socio-economico» [«I Nuovi Vespri», 20 dicembre 2016].
Agli inizi dell’anno precedente, in un’intervista, il professor Costa profetava: «Tra il 2015 e il 2016 si dovrebbe consumare sotto i nostri occhi un vero e proprio genocidio da lungo pianificato e con effetti devastanti e definitivi. Della Sicilia resterà un cumulo di macerie… prepariamoci alla catastrofe: collasso dei servizi pubblici, centinaia di migliaia di persone senza reddito, disordini e insicurezza. Conservate questa profezia. Secondo me non arriviamo a giugno con lo Statuto speciale [«La Voce di New York», 14 gennaio 2015].
Nell’arco dei due anni delle profezie (per quanto accuratamente conservate) del professor Costa, l’annunciata apocalisse – «Prepariamoci a frugare nell’immondizia» [2 dicembre 2016] – non c’è stata. Intendiamoci, il professor Costa non dice delle corbellerie; è una persona competente, uno studioso di vaglio – insegna Scienze Economiche, Aziendali e Statistiche all’università di Palermo –, e un uomo appassionato per le sorti della Sicilia: il suo impegno per “Siciliani liberi” lo testimonia, così come la puntuale analisi dei disastri del bilancio e del debito pubblico regionale, oltre che dei governi che si succedono. Analisi e considerazioni intelligenti su cui spesso concordiamo: per tutti, un esempio, l’articolo sul Fondo salva-Stati dell’Unione europea [«MeridioNews», 30 agosto 2014]. La sua voce vibrante si alza spesso contro uomini e intrighi che hanno abusato e abusano della Sicilia. Peraltro – benvenuto, professore – ha maturato un suo limpido percorso intellettuale dall’autonomismo all’indipendentismo; nel 2011 dichiarava a «Nuova Belmonte» [24 dicembre]: «Sulle materie che spettano all’Italia, dalla grande politica estera alle guerre, non metteremmo naso. Quindi, tutt’al più diciamo la nostra, ma lasciamo fare al Paese di cui facciamo parte». E invece di recente, a proposito dei debiti della Regione: «Il nostro nuovo Presidente della Regione – che noi ci auguriamo sia un indipendentista – li dichiarerà contratti sotto ricatto e non li pagherà, punto e basta, semplice [«Nuovi Vespri», 2 dicembre 2016]. È anche interessante, in questo senso, il passaggio dalla proposta di una doppia moneta virtuosa da affiancare all’euro (no, non il borbonico “grano” del signor Pizzino, ma l’antico arabo “tarì”) alla ricusazione del debito. E allora che bisogno c’è di annunciare le trombe divine dietro l’angolo? Che, non viviamo già giorno dopo giorno, la nostra “apocalisse” – disoccupazione, emigrazione, deterioramento progressivo del livello di vita?
Il default, come il professor Costa sa, è una questione politica, non da registro contabile. Per dire, l’amministrazione Accorinti, che guida Messina, è praticamente in default; l’amministrazione del giovane Falcomatà, che guida Reggio Calabria, è praticamente in default; l’amministrazione de Magistris, che guida Napoli, è praticamente in default; l’amministrazione Raggi – 13 miliardi e mezzo di debito ha Roma, e quando ci rientrano? – è praticamente in default, e peraltro con un Bilancio di previsione già bocciato. Potrei continuare. È verosimile – potremo discutere altrove se la responsabilità di questi enormi debiti accumulati sia ereditata o loro, o entrambe le cose – che vadano tutte in fallimento? Che a ventitremila dipendenti comunali di Roma, che diventano sessantamila con le partecipate (la più grande fabbrica d’Italia), di punto in bianco non siano pagati gli stipendi?
L’impressione è che il professor Costa sia convinto che una “tempesta perfetta” di condizioni sfavorevoli finisca con l’accelerare i processi di consapevolezza nel popolo siciliano e lo spinga a ribellarsi. E questa non è proprio un’idea geniale.
Se non esiste già una trama di coscienza, se non esiste già una rete di saperi, passioni, capacità, se non esiste già un’idea alternativa, che sia stata capace di farsi anche minute frasi, modi di dire, pensieri e gesti semplici – nessuna catastrofe può trasformarsi nell’aurora di un nuovo mondo. Anzi: il precipitare delle cose [«disordini e insicurezza»], in assenza di un nerbo d’uomini e donne in grado di indicare le vie d’uscita e d’approntare un ribaltamento, si traduce in avvilimento, in diffidenza, in paralisi. Esiste, già adesso, questa trama di donne e uomini siciliani – noti, visibili con il loro fare e il loro pensiero, riferimento di lotte e speranze? Non è così. Non è ancora così.
Il professor Costa sembra di diverso avviso. In un’intervista recente [«Nuovi Vespri», 2 dicembre 2016] dice: «I Siciliani ora sanno. E si stanno organizzando politicamente di conseguenza… potrebbero anche riprendersi la Regione l’anno prossimo… E infine, alle politiche, magari dal Senato, esprimere un numero di rappresentanti da tenere per le p… il Governo nazionale». Un’altra profezia. Conserveremo anche questa.
Ora, qui dobbiamo fare a capirci. Non abbiamo nulla contro gli appuntamenti elettorali e la possibilità che anche nel voto si manifestino e sedimentino le istanze di indipendenza della Sicilia. Ma “scambiare” gli appuntamenti elettorali per il processo di indipendenza è un’altra storia. Dobbiamo fare a capirci: l’indipendenza della Sicilia è una rivoluzione. È una rivoluzione delle coscienze e dei cuori, è una rivoluzione delle economie, è una rivoluzione della produzione e della ridistribuzione della ricchezza, è una rivoluzione dell’amministrazione, è una rivoluzione della partecipazione alle scelte collettive, è una rivoluzione di chi sta sopra e di chi sta sotto. O è questo, o non è.
Nel suo Sette giorni d’insurrezione a Palermo; cause, fatti, rimedî. Critica e narrazione, Giacomo Pagano analizzando lo stato dei partiti politici (moderato di governo, d’azione, repubblicano, eccetera) prima dello scoppio dell’insurrezione del 1866, scrive: «Ultimo, impercettibile partito, è il separatista, che pargoleggiando ancora sogna la possibilità di staccarsi dell’Italia e di vivere politicamente da sé. Ma la gente che lo compone non è per avventura terribile o dannosa. Ella chiacchiera molto; spera sempre non in moti rivoluzionari, che non sa suscitare, ma in intrighi diplomatici. Beati sogni!»
Ecco, professore: noi non “pargoleggiamo”. Noi sappiamo che l’indipendenza sarà “avventura terribile e dannosa”. O è questo, o non è.
È dei nostri?

 

Di seguito il commento giuntoci in redazione da parte del Prof. Costa:

Grazie per l’attenzione riservatami da Caminiti. Troppo onore. Non mi va neanche di stare a puntualizzare questo o quello.
Rispondo solo all’ultima domanda, in chiusa: “È dei nostri?”.
Sì, amici, sono dei vostri.
I miei Auguri per il 2017 ad Antudo e alla Sicilia.

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