La lezione del Vespro: indipendenza dei territori siciliani

La lezione del Vespro: indipendenza dei territori siciliani
Corona di Francia e corona di Aragona, papato, repubblica genovese e veneziana, bizantini, narratori guelfi e ghibellini e poi gli storici pre e post-unitari, socialisti e liberali, sicilianisti e non: una gran quantità di punti di vista si sono incrociati nell’interpretazione della rivoluzione siciliana del Vespro.

Per Croce – che riteneva fosse “storica missione” di Carlo D’Angiò “conquistare lo imperio di Costantinopoli” – il Vespro fu una sciagura. “È ormai noto – scriveva lo storico napoletano – il Vespro siciliano, che ingegni poco politici e molto retorici esaltano ancora come grande avvenimento storico, laddove fu principio di molte sciagure e di nessuna grandezza”.

Opposta era stata la versione dello storico siciliano Amari in cui il Vespro viene descritto come una popolare, feroce certo, ma “felice rivoluzione”.

Al di là delle tante interpretazioni e dei tanti interessi che si mossero intorno e a seguito la rivoluzione del Vespro, quello che è certo è che si trattò di un fuoco rivoluzionario che attraversò tutti i territori siciliani.

 

Un fuoco rivoluzionario

Una gigantesca sollevazione popolare che in pochi giorni si scrollò di dosso il dominio angioino, ma che solo dopo pochi mesi – a dispetto degli accenti dichiaratamente municipalistici e antimonarchici – si sottomise agli interessi baronali che consegnarono la Sicilia alla corona di Aragona.

Dal punto di vista, quindi, delle classi cittadine e popolari, che si ribellarono, combatterono, massacrarono e furono massacrate negli assedi e negli scontri militari tra eserciti, fu senza dubbio una rivoluzione riuscita solo a metà e presto fallita.

Eppure la rivoluzione del Vespro ebbe allora – e per noi mantiene ancora oggi – un valore paradigmatico particolare: rappresentò il tentativo di liberarsi da forme di potere centralizzato – allora tratto distintivo sia di svevi che angioini – e di costruire una repubblica di liberi Comuni federati a cui fu appunto dato il nome di Communitas Siciliae, di Comunità di Sicilia. Il nome intero di quell’esperienza repubblicana era stato Communitas Siciliae more civitatum Lombardiae et Tusciae con chiaro riferimento, quindi, ai sistemi dell’Italia dei Comuni.

Disfarsi della “mala signoria”, rendere i Comuni indipendenti e riprendersi, quindi, il potere dell’autogoverno – al di là delle declinazioni storiche in cui ciò si traduceva – costituisce per noi la lezione in positivo del Vespro.

Ma altrettanto importante lo è quella in negativo, ossia la lezione che pensiamo vada tratta dalla sua precoce liquidazione: non ci si libera dalla dipendenza sino a quando gli interessi dei padroni della Storia primeggeranno sui territori, sino a quando cioè non saranno liquidate le forme politiche, economiche e culturali da cui la dipendenza deriva.

 

Il Vespro oggi

Per riportare la riflessione all’oggi potremmo dire che non potrà mai esserci reale o duratura indipendenza politica sino a quando il potere di decisione sarà delegato alle classi sociali dominanti, fino a quando il suo fine sarà la sostituzione di un “sovrano” con un altro – lasciando immutate le forme economiche della produzione – e le sue forme istituzionali saranno informate alla logica dello Stato.

Se il Vespro ci ha insegnato qualcosa è proprio la necessità storica di disfarsi del sistema di riferimenti (politici, economici e culturali) che sino ad oggi ha dominato il mondo portandolo all’insieme di catastrofi in cui noi tutti viviamo.

Le convulsioni sociali che stiamo attraversando sono ancora e sempre il drammatico risultato dei conflitti dei potenti per accaparrarsi risorse ed egemonia politica ed economica.

Sottrarsi alla loro politica, al loro modo di produrre e consumare, alle loro guerre, al loro modo di concepire i nostri territori – così come tutti i territori del pianeta – come risorsa da sfruttare per il loro profitto, è questa l’unica via che può condurci fuori dalla catastrofe.

L’indipendenza dei territori siciliani si gioca tutta su questo terreno. Non ci sono nuove mitologie da costruire o da ricostruire, non c’è nessun sicilianismo, nessuno Stato-Nazione a cui fare riferimento, né orgoglio a cui fare appello. Nell’epoca della catastrofe permanente, dove la precarietà delle vite è regola, dove le nuove povertà dilagano, dove ci si scanna tra vicini per le briciole che lasciano per terra i padroni, dove ogni solidarietà è rotta, non è l’orgoglio a portarci alla lotta, ma l’insostenibile disagio della sottomissione, delle mille dipendenze che ci condizionano la vita.

C’è da lottare, da ricostruire e difendere i territori che abitiamo, c’è da imparare ad abitarli riprendendoci la responsabilità della decisione, strappandola dalle mani dei governanti. 

Non c’è altra via: o l’autodeterminazione, l’autogoverno e l’indipendenza dei territori o la sottomissione ai tormenti del capitalismo e dei suoi Stati con i morti per le loro guerre.

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