Nuovo anno, nuova categoria: Stato, carcere e abusi

Nuovo anno, nuova categoria: Stato, carcere e abusi
Anno nuovo, nuova categoria: Stato, carcere e abusi

 

L’afflizione dello Stato sui territori non è certo una novità. La centralizzazione del potere, la definizione di confini tracciati col righello, il tentativo di omogeneizzazione, il depredamento delle risorse, solo per citarne alcuni aspetti, sono espressione di una modernità che ha affidato agli stati-nazione la gestione della nostra Terra.

Quanto questo abbia contribuito a sfaldare, depauperare e depredare i territori, passando dall’annullamento della partecipazione e capacità decisionale di chi abita i luoghi, è un tema ancora troppo poco dibattuto e affrontato. Il carcere e gli abusi, le violenze manu militari, sono i mezzi principali che hanno permesso che tutto ciò accadesse.

D’altronde, persino nei libri di storia scritti dai vincitori, si legge che la costruzione dello stato italiano – e di tutti gli altri – sia avvenuta a suon di cannone e baionetta, calpestando le volontà territoriali e reprimendo nel sangue ogni manifestazione di dissenso che intralciava la realizzazione di questa forma particolare di governo del territorio. Dalla Sicilia all’America Latina e oltre, la forma stato è stata imposta praticando abusi sistematici e violenze di massa come esercizi di prevaricazione e dominio.

Ma non solo. Il confino, l’esilio e il carcere sono centrali nell’apparato repressivo della “modernità”, e lo saranno sempre di più. A fronte di una sbandierata “civilizzazione” e una chimera di “sviluppo”, il numero delle patrie galere è cresciuto senza sosta, arrivando oggi a toccare quasi le duecento strutture.


La reale portata di tale afflizione non la conosciamo, in quanto il numero approssimativo di  sessantamila reclusi è un numero dinamico, poiché vi è un continuo ricambio. Si stima che la “giustizia di stato” raggiunga persone pari a cinque volte quel numero, tra misure alternative al carcere, ex detenuti e in attesa di condanna. 
Appare chiaro quindi quanto il sistema repressivo ricopra un ruolo centrale nella nostra società: gli abusi, le violenze e le misure coercitive sono la quotidianità dello Stato e rischiano di essere normalizzate.

Questa categoria ha lo scopo di raccoglierne le espressioni, eclatanti o sottaciute, e metterle a sistema: vogliamo prenderci lo spazio per costruire una società che sia capace di lottare contro questo modello, evidenziando la complessità del problema senza tralasciare le specificità. Iniziamo a costruire questa società dando peso e rilievo a questi eventi e queste storie, dedicando una categoria apposita che raccolga voci, lotte, testimonianze di chi è stato, abusato, violentato, svilito, sia esso un singolo, una collettività, o un intero territorio.

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