Garante dei detenuti a Palermo: sciopero della fame

Garante dei detenuti a Palermo: sciopero della fame
Un garante regionale non basta. Da quasi due anni il comitato Esistono i Diritti chiede di istituire il garante dei detenuti nella città metropolitana di Palermo. Intervista a Eleonora Gazziano  che ieri ha iniziato lo sciopero della fame.

Nella città insistono tre carceri: la casa circondariale di Pagliarelli, il carcere dell’Ucciardone, il carcere minorile di Malaspina; si aggiunge, compreso nell’area metropolitana, l’istituto di Termini Imerese. Sono quattro realtà molto importanti che contano centinaia di detenuti. Pare non rendersene conto il consiglio comunale di Palermo che tarda ad approvare un regolamento che consenta di nominare un garante che possa interloquire con i detenuti nell’arco del mese o, sicuramente, visitare almeno una volta al mese tutte e quattro le carceri.

In questi due anni il comitato Esistono i Diritti ha messo in campo diverse iniziative per fare pressione sui consiglieri comunali e sul presidente del Consiglio, Salvatore Orlando. In ultimo, un sit-in davanti Palazzo delle Aquile, sede del Comune.

Ieri, a partire dalla mezzanotte, Eleonora Gazziano ha iniziato lo sciopero della fame. Le abbiamo rivolto alcune domande per avere più dettagli sulla situazione e conoscere i motivi della scelta estrema.

 

Il comitato Esistono i diritti sta portando avanti una battaglia per l’istituzione del garante dei detenuti per la città metropolitana di Palermo. Qual è l’importanza di questa figura?

Preso atto che il sistema carcerario nazionale purtroppo non gode di ottima fama e che spesso vede lesi e violati i diritti umani, la figura del garante dei detenuti comunale è di importanza enorme per coadiuvare il lavoro che già svolge in maniera marginale il prof.re Giovanni Fiandaca, garante regionale. Non ci si può, infatti, prendere cura di tutte le carceri che ci sono nell’isola. Mi auguro che Palermo – con l’approvazione di questo regolamento – possa fare da apripista per tutti gli altri comuni.

 

Dopo il sit in davanti al Comune, ha annunciato lo sciopero della fame. Perché questa forma di protesta? Da quanto tempo va avanti la vostra battaglia?

La battaglia dura da due anni e abbiamo deciso di rilanciarla proprio nelle ultime settimane visti i tre suicidi al Pagliarelli nel giro di pochissimo. Questo a dimostrazione del fatto che un garante serve e serve nell’immediato perché la situazione negli istituti penitenziari è veramente riprovevole.

Il 7 aprile abbiamo organizzato un sit-in davanti la sede del Comune. L’iniziativa politica, preferisco chiamarla così, come il leader storico e fondatore del comitato Gaetano D’amico mi ha insegnato, prendendo a sua volta spunto dalle migliaia di battaglie politiche, in ultimo quella delle carceri del leader storico radicale Marco Pannella, è l’ennesimo tentativo di dialogo tra il Consiglio comunale e noi del comitato Esistono i dritti che ci facciamo portavoce e cerchiamo di aprire un varco tra le istituzioni e gli ultimi, in questo caso i carcerati.

Lo sciopero della fame è nato perché già da molto tempo noi abbiamo cercato un’interlocuzione. Il presidente Salvatore Orlando nei mesi scorsi, in una call conference si era preso l’impegno di dibattere e prelevare il regolamento esitato dalla VII Commissione. Dibattere, emendarlo e poi approvarlo. Ma tutto ciò non è avvenuto e due anni sono tanti. Intanto i detenuti muoiono; il Covid ha portato il sistema carcerario al collasso, anzi direi ben oltre il collasso.

Il digiuno è un atto estremo e non credo che sarà l’ultimo per cercare di scuotere le istituzioni. Il presidente Orlando ci ha incontrato più volte ma la nostre richieste sono sempre state disattese, per non dire ignorate con un silenzio che diventa sempre più assordante. Non c’è dialogo, non c’è aspettativa, c’è il vuoto. Questa è una protesta che va assolutamente caricata da un corpo che in questo momento è il mio, che è strumento di battaglia politica.

 

Il Consiglio comunale tarda ad approvare il regolamento. Può spiegarci un po’ meglio quali passaggi mancano per l’istituzione del garante dei detenuti? Che idea vi siete fatti su questo pesante ritardo e sul silenzio dei consiglieri comunali e del Presidente Orlando sulla questione?

Il silenzio dei consiglieri comunali credo sia attribuibile magari alla pandemia, magari ad altre questioni di altro interesse. Sappiamo che la nostra città è afflitta da centinaia di migliaia di problemi.

Secondo me il fatto di costituire la figura del garante non ha suscitato l’interesse di tutti, anche se devo dire che nel nostro comitato – che ricordo essere un comitato transpartitico, quindi un oggetto politico non elettorale, trasversale – sono presenti consiglieri di maggioranza, di opposizione, di tutti gli schieramenti politici, ne contiamo 17 all’interno del nostro comitato. Sono assolutamente informati dell’iniziativa politica che noi stiamo portando avanti da tempo.

Probabilmente l’intoppo burocratico può essere stato il tempo in cui la mozione è stata messa all’ordine del giorno. Adesso si tratta di chiedere il prelievo di questo regolamento e di dibatterlo; quindi non credo che sia un intoppo burocratico quello attuale. L’intoppo burocratico è stato già snellito: essendo messo all’ordine del giorno serve soltanto che qualcuno si alzi e chieda il prelievo.

Quello che mi rende triste e un po’ mi demoralizza è che nessuno ha avuto la verve di alzarsi in piedi e chiedere il prelievo di questo regolamento e di dibatterlo. Sarebbe triste se tutto questo fare così lento, così angosciante si dovesse ridurre semplicemente a delle logiche di maggioranza e opposizione. Questo sarebbe veramente triste perché i diritti umani dovrebbero andare oltre queste logiche.

Il nostro soggetto politico ne è la dimostrazione, portando avanti battaglie molto alte, tipo la cannabis terapeutica per i malati, il garante per i diritti dei detenuti, le mozioni antiproibizioniste. Stiamo parlando davvero di alta politica e questo prescinde dalle logiche di maggioranza e opposizione. I diritti umani e civili non possono essere legati a un colore o alla burocrazia. Le persone continuano a morire. I carcerati non sanno come affrontare il piano vaccinale all’interno degli istituti penitenziari, non si ha un’idea, non c’è una linea. Queste persone sono esseri umani che per carità hanno sbagliato, ma non spetta a noi giudicare. Godono di diritti umani e civili che devono essere assolutamente rispettati. Non si può fare finta che queste persone non esistano, che siano buttate là dentro e che non abbiano nessuna forma di tutela.

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