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Intervista a Davide Grasso, “Siria e Rojava: di guerre e rivoluzioni”.

Parlaci un po’ del tuo ultimo libro Hevalen. Perché sono andato a combattere l’Isis in Siria che hai presentato qui a Palermo Venerdì 19 Gennaio presso l’aula Rostagno del comune di Palermo; spiegaci il significato del titolo e da quale tipo di esperienza nasce la tua esigenza di raccontarti.

La necessità di scrivere il libro nasce dal fatto che in molti mi avevano chiesto come sia possibile che un civile europeo vada a combattere la guerra civile in Siria di sua spontanea volontà, che senso può avere questa scelta e quali sono le ragioni che mi hanno spinto ad andare. Per cui, cosciente del fatto che queste questioni incuriosiscono molti, ho cercato di spiegarle tramite questo libro, e, nel farlo, ho anche ripercorso il viaggio che ho fatto in Medio Oriente ormai un anno e mezzo fa, partendo da Gerusalemme e attraversando la Palestina, la Giordana, l’Iraq, la Siria e anche la Turchia. Ho cercato in questo modo di dare al lettore italiano la possibilità quantomeno di provare ad immaginarsi quale è il divario che oggi si vive, a livello di vita quotidiana, tra l’Europa e il Medio Oriente, e quale sia la pericolosità di questo divario.
La seconda parte del libro parla invece proprio della mia esperienza di guerra e spero di essere riuscito, anche se è molto difficile, a lasciare intendere quanto sia tragica, e dunque inaccettabile, una situazione simile e quanto quindi bisogna porsi il problema di trovare dei canali di amicizia e collaborazione tra persone che vivono in luoghi anche molto lontani. Il titolo Hevalen significa proprio amici, ovvero il modo in cui i rivoluzionari del Rojava si chiamano l’uno con l’altro, ma ormai è anche il modo con cui gli arabi rivoluzionari della Siria si chiamano l’uno con l’altro con la parola araba Rafiq, che vuol dire appunto anche amico. Il punto è che credo che anche noi abbiamo necessità di cominciare a porci il problema di un nuovo tipo di amicizia da costruire, e questo è il senso del mio ultimo libro.

Dall’inizio del conflitto ancora in corso in Siria, ma soprattutto dalla resistenza di Kobane in poi, anche nelle testate di cronaca si è iniziato a parlare di confederalismo democratico; un concetto sperimentale le cui caratteristiche fondamentali sono molto vicine a ciò che la nostra redazione segue con attenzione nel quotidiano, ovvero una formulazione molto simile al nostro “tutto il potere ai territori”. È chiaro che il confederalismo democratico è qualcosa di più vasto e avanzato, ma spiegaci un po’, secondo la tua esperienza avuta nelle comuni curde, cosa è e come traduce queste nostre categorie.

Innanzi tutto va detto che questo “nuovo paradigma”, che il movimento di liberazione curdo ha elaborato da ormai quasi vent’anni, deriva da un’autocritica molto profonda del PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan – Partito dei lavoratori del Kurdistan) rispetto alla sua storia, rispetto a tutte le storie dei movimenti di liberazione indipendentisti del ‘900, rispetto ai movimenti socialisti e al socialismo del ‘900. È un’autocritica a 360 gradi posta naturalmente per elaborare un punto di vista più forte ancora e più efficace. Si tratta fondamentalmente di non vedere più lo stato come parte della soluzione, ma esclusivamente come un problema, e di vedere dunque l’interconnessione profonda che esiste tra capitalismo e stato, senza illudersi ulteriormente del fatto che, costruendo nuovi stati o nuove forme di stato, sia possibile creare e ottenere una società libera. Non si tratta però assolutamente di una riproposizione dell’ideologia anarchica, secondo la quale sarebbe possibile abolire lo stato da un momento all’altro; semmai anzi si è molto vicini all’idea di estinzione dello stato che era stata propria di Lenin, soltanto con una critica anche dell’esperienza bolscevica. Confederazione è infatti in qualche modo diverso da federazione: la confederazione non è la struttura di uno stato federale, ma un qualcosa che parte proprio dalla decisione dal basso delle comunità dei territori, i quali, essendo autonomi, ovvero avendo conquistato la loro autonomia, possono scegliere liberamente di confederarsi l’uno con l’altro. Non si tratta affatto di riportare le comunità ad una forma di distacco l’una dall’altra in modo anacronistico, ma di una forma di decentramento che permette una nuova interconnessione anche globale tra le persone, che non debba però essere mediato dalle strutture che l’umanità ha conosciuto sino ad ora.
D’altra parte questo confederalismo è però democratico, con un uso molto provocatorio del termine democrazia, poiché, per il movimento curdo, la democrazia può esistere soltanto nel momento in cui il capitalismo non esiste più e dunque lo stato non esiste più. La democrazia viene dunque percepita come possibile soltanto in una società comunista in toto; la confederazione democratica può dunque essere soltanto il risultato di una rivoluzione sociale, in prospettiva mondiale.
Aggiungo un ulteriore elemento, molto importante: i militanti curdi non ritengono assolutamente di aver realizzato il confederalismo democratico in Rojava o in generale nella Siria del Nord, appunto perché questo, come ho spiegato, è una visione molto più avanzata; si parla piuttosto di un’autonomia democratica al momento in atto. In questa fase di autonomia democratica il movimento dal basso e il movimento rivoluzionario, che è quello che è riuscito a creare questa autonomia dei territori e delle comunità, si concilia con lo stato esistente per trovare dei momenti di sedimentazione, di conquista e di risultati.
L’autonomia democratica a cui si punta adesso in Siria, in Turchia, in Iran, non è altro che il riconoscimento dei risultati ottenuti sul terreno rispetto all’autonomizzazione e l’autogoverno delle comunità; il tentativo di conciliazione con lo stato è dunque di volta in volta necessario per attuare un processo di contagio e di potenziale democratizzazione dei territori, anche sul resto della nazione. In questo modo si intende dunque anche sollecitare i turchi, i siriani, i persiani o gli arabi stessi, a riscoprire la loro identità e praticare a loro volta questa nuova autonomia. È una visione abbastanza complessa dunque, che tocca in modi diversi il problema delle fasi, della transizione, della gradualità nell’estinzione delle forme del dominio.

Poiché, come dicevi, il confederalismo democratico è un processo ancora in fieri e non del tutto in atto, puoi raccontarci brevemente come funzionano queste nuove istituzioni di autogoverno create nei territori liberati dal movimento rivoluzionario curdo e spiegarci come funziona in questa fase la confederazione democratica della Siria del Nord?

Oggi nella Siria del Nord vi sono sostanzialmente 4.500 comuni, ovvero le istituzioni di quartiere o di villaggio nelle quali la popolazione può riunirsi liberamente ed eleggere delle commissioni che si occupino dei vari aspetti della vita associata attraverso il meccanismo dell’autogoverno. Ad esempio, per la risoluzione delle controversie, non è necessario rivolgersi a un tribunale, ma esiste la commissione della comune per gli affari di giustizia che si reca presso le famiglie, nelle case, per cercare di appianare i conflitti e trovare forme di compensazione o comunque di risoluzione dei problemi. Oggi i 2/3 dei problemi, delle “denunce” che insorgono nella Siria del Nord, non giungono nemmeno nei tribunali rivoluzionari, poiché vengono risolti al livello delle comuni, dei villaggi, delle comunità. Esistono inoltre le commissioni per l’educazione, per l’autodifesa, ecc. Questo è un fatto chiaramente molto avanzato e molto progredito.
Tutto quello che la comunità può risolvere in autonomia, lo risolve in autonomia; quando insorgono invece dei problemi infrastrutturali, economici o di altro tipo, che richiedono dunque un livello superiore, i rappresentanti delle comuni si riuniscono nelle case del popolo, che riuniscono diversi quartieri, si riuniscono a loro volta nel consiglio cittadino a livello di città, poi di distretto e così via. Il principio reggente è che tutto quello che può essere risolto a un livello più basso si scioglie ad un livello locale, e solo ciò che è necessario viene discusso a un livello superiore; a questo principio si lega chiaramente un livello di controllo e di delega, con mandato imperativo e irrevocabile, proprio così come era nella comune di Parigi. È evidente infatti che, trattandosi di una rivoluzione, sarebbe impossibile pensare a un processo del genere come spontaneo: vi è il movimento rivoluzionario organizzato, il partito, il movimento per la società democratica della Siria del Nord con le sue forze armate e i suoi militanti, che accompagnano questo processo e lo difendono qualora venga messo in discussione. Il movimento rivoluzionario e la parte del popolo che partecipa a questo processo sono, per così dire, i due amici di questo percorso che portano avanti la rivoluzione: l’uno senza l’altro non avrebbe motivo di esistere. Questo processo rappresenta un processo democratico in senso comunistico e confederale, poiché queste comuni sono poi tutte confederate tra loro.
D’altra parte però in Siria c’è bisogno di pace ed è anche necessario riuscire a sedimentare dei risultati. Queste nuove istituzioni quindi, che funzionano come un governo provvisorio della Confederazione della Siria del Nord, servono a cercare un momento di pace che metta un punto al massacro che ha investito la Siria, e a cercare un momento di conciliazione con lo stato siriano proponendo a questo di trasformarsi in uno stato federale. Naturalmente lo stato federale è qualcosa di diverso dall’obiettivo finale del popolo curdo, ma rappresenterebbe già un risultato parziale che permetterebbe quantomeno di approfondire i risultati ottenuti e di consentire al resto della Siria, se lo vuole, di sperimentare dinamiche di maggiore autonomia.

Ti chiediamo adesso un esercizio: mantenendo lo sguardo su quella che è la tua esperienza in Siria, ma spostandoci per un attimo nel nostro territorio, la Sicilia, pensi che questi concetti di autonomie democratiche e autogoverno siano in qualche forma assimilabili (seppur nelle chiare differenze di contesto e di territorio) alla nostra idea di indipendenze dei territori?

La mia impressione è che questa dinamica in realtà ci sia già nel mondo in termini di esigenza, non soltanto in Sicilia, in Italia, in Europa, ma anche in altri continenti; un’esigenza chiara ed evidente in larghi strati sociali contro un sistema-mondo degli stati nazione globalizzato che crea più problemi che altro. Tra l’altro emergono moltissime dinamiche identitarie ormai, in primis in Europa, ed è chiaro che queste dinamiche non possono essere semplicemente squalificate o condannate come fossero peccati religiosi, ma bisogna invece capire che hanno delle origini e una legittimità di esistenza. La sperimentazione al momento in atto in Siria credo vada vista come uno dei suggerimenti in atto nel mondo di oggi; non vedrei il perché città come Palermo, Catania, Caltanissetta non potrebbero attuare ed avere le loro comuni nei quartieri, le loro commissioni per la risoluzione delle controversie, o consigli cittadini da sperimentare secondo la forma in fieri curda.
Del resto lo stesso movimento curdo non prende dal nulla queste idee, ma si tratta di esperimenti già fatti, anche in Europa, e che possono essere ripensati in ogni parte del mondo.

A pensatori distratti la Siria del Nord e il Rojava possono sembrare luoghi o questioni troppo lontane da noi. Ti è in realtà capitato di registrare in quelle aree da te attraversate un’idea della Sicilia e dei siciliani, in termini di similitudini e\o differenze?

In effetti, quando abbiamo fatto la delegazione italiana un paio di mesi fa nella Siria del Nord, ci siamo stupiti in realtà del fatto che più volte alcuni militanti curdi, di una certa età, ma anche giovani, chiedessero se ci fossero siciliani tra di noi, chiedevano della Sicilia. A quanto pare la Sicilia in quei luoghi è famosa, in un modo magari anche mitizzato o distorto, inutile negarlo. È chiaro che anche a quelle latitudini c’è una conoscenza del fenomeno mafioso verso il quale vi è comunque una curiosità; ma un riferimento forte è per lo più il sentore secondo il quale, nei territori del sud Italia, e in Sicilia in particolare, ci siano dinamiche di protezione della comunità, che per il Kurdistan è stato ciò che ha permesso la sopravvivenza a decenni di tentativo di annichilimento coloniale. L’idea per cui qui le comunità si proteggono e si autodifendono, dal punto di vista dei rapporti sociali e dell’appartenenza al territorio, è un elemento in cui di certo si riscontrano delle analogie.

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