Agghiurnò! Viva viva San Giuseppe.

Agghiurnò! Viva viva San Giuseppe.

Nonostante ci si ritrovi nel pieno del terzo millennio, il tempo in Sicilia continua a essere scandito da un antico calendario rituale scrupolosamente rispettato dai siciliani e che nel 19 di marzo, festa di San Giuseppe, vede una delle festività maggiormente caratterizzanti.
Nelle settimane precedenti, in onore di questa, in tantissimi centri dell’isola, più o meno estesi, è lavorio costante di grandi e piccoli per celebrare al meglio la ricorrenza secondo la specifica tradizione della propria comunità e che, coincidente con la data astronomica dell’equinozio di primavera, segna il passaggio dall’inverno alla bella stagione dando dunque il benvenuto al risveglio della natura. La natura costituisce dunque il nucleo simbolico delle differenti celebrazioni. Differenti nel modo di esprimere i simboli ma uguali nella immensa devozione con cui la tradizione viene rispettata.
Giusto per fare qualche esempio se a Salemi, nel trapanese, abbiamo la preparazione delle “cene” e dei “pani votivi”, a Scicli, in provincia di Ragusa, si svolge una spettacolare sfilata di cavalli bardati con manti di fiori e che attraversa i diversi quartieri animati da vampe.
Scoppiettanti e colorate, avvolgenti e propiziatrici, le vampe sono altresì l’elemento cardine della celebrazione della festa in salsa panormita. “Agghiurnò! Viva viva San Giuseppe!” è il grido che all’unisono e a frequenza ritmica si alza in ogni borgata di Palermo illuminata dal falò la sera della vigilia della festa.
Nelle settimane precedenti, l’attaccamento alle usanze trasmesse dai propri avi, porta i picciutteddi dei quartieri, metodiche e laboriose formichine, a raccogliere chili e chili di legna fra assi, tavole, pezzi di mobilia e oggetti in disuso che verranno poi accatastate dai più grandi in forma di pira dalle maestose dimensioni (che la grandezza della vampa indica la potenza del quartiere) e accese la vigilia della ricorrenza.
Le feste del fuoco, antichissime e diffusissime in Sicilia, rivestono funzione di purificazione, bruciano le influenze negative; il rito del fuoco, connesso con l’ancestrale culto del sole, ha il remotissimo valore, come prima accennato, di scacciare il freddo e la magra stagione. In virtù di ciò ecco che esso rimane attuale nei quartieri popolari, proprio laddove gli effetti della crisi economica, dello sciacallaggio e delle inadempienze della casta politica si avvertono con maggior forza. Ecco che quel rogo è fame e sete di speranza per un futuro migliore, è mezzo per allontanare il male e la povertà. Attorno a quella fiamma gli abitanti del quartiere vivono un importante momento di aggregazione, in quel rito ancestrale, che sa molto di profano e poco di sacro, i singoli si riscoprono comunità e in essa si identificano condividendo la medesima sorte.
Nelle piazzette e crocicchi, fra l’intrico di araba memoria dei vicoli del centro storico come che nei quartieri un po’ più periferici, rivive la memoria che, nonostante i divieti delle forze dell’ordine, conserva tutt’oggi la sua vitalità. Ogni anno, infatti, le vampe tornano a rischiarare le notti palermitane del 18 marzo e ogni anno la propria sacralità, per nulla esauritasi nel tempo, trova la sempre solerte e strenua difesa da parte della fedele comunità. Anche a questo giro.
Sono già due gli episodi, infatti, verificatisi nell’arco di pochi giorni, che hanno visto, come schierati in una rituale contrapposizione, da una parte gli operai della Rap, coadiuvati dalle forze dell’ordine, e dall’altra i ragazzini dei quartieri popolari. Le “azioni preventive di bonifica” atte a rimuovere le preziose cataste di legna, già posizionate per essere date alle fiamme stasera, hanno avuto in risposta, martedì nel quartiere Zisa e giovedì in quello della Kalsa, una pioggia di sassi, bottiglie e uova. Sul sito del Comune, fra le righe del comunicato stampa relativo ai fatti e all’“emergenza delle vampe”, si legge che “nessun rispetto di alcuna tradizione autorizza comportamenti inaccettabili”, e vien da sorridere, di un sorriso amaro e di scherno. Perché la realtà sta proprio nell’inversione del punto di vista. Inaccettabile è il non rispetto della tradizione, inaccettabile è che venga definita “violenza gratuita” la volontà di difenderla.
In questo quadro quei ragazzini sono parte e espressione di una comunità che non vuole rinunciare alle proprie radici. Sono espressione di una comunità che vuole continuare a e-sistere con tutto il proprio bagaglio di storia e cultura e rito tramandato da padre in figlio; che vuole re-sistere all’avanzare della globalizzazione che contamina e impoverisce, che sbiadisce la memoria e la rende sempre più lontana dal presente.
Annualmente il rito della vampa porta con sé l’emergere delle consuete distinzioni, portatrici sane di contraddizioni interne, fra legalità e illegalità, fra progresso e barbarie; ed è subito demonizzazione dei rituali in nome della civiltà, appiattimento delle culture in nome della modernità, l’orgoglio per la propria cultura e la difesa delle proprie tradizioni diventano semplice immotivata violenza.
Mancano ormai poche ore all’accensione delle pire, calato il sole l’aria diventerà fumosa, si diffonderà lo scoppiettio delle fuoco, il buio verrà squarciato da una luce variamente arancione.
Ammaliati dal movimento sinuoso delle fiamme e dall’avvolgente e rassicurante calore, che assume il valore di una promessa, i più piccoli, come in una tribù, danzeranno attorno alla vampa come pianeti attorno al proprio Sole. Non mancherà la condivisione di sfince di ricotta e di vino rosso acquistati con una colletta di quartiere.
Anche quest’anno a Palermo sarà “Vampa” perché il fuoco vive finché ha qualcosa da ardere e da queste parti ad ardere vi è tanta la rabbia, insieme all’amore per la propria terra, la propria memoria, la propria identità. Anche nel terzo millennio.

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