Peppino Impastato, un rivoluzionario siciliano. Intervista a Salvo Vitale

Peppino Impastato, un rivoluzionario siciliano. Intervista a Salvo Vitale

Il 9 maggio del 1978 – quarantadue anni fa – viene ucciso Peppino Impastato. Abbiamo deciso di intervistare Salvo Vitale, scrittore siciliano, compagno di Peppino fin dall’adolescenza, non tanto per celebrarne il ricordo, quanto per restituire alla storia la sua figura di rivoluzionario. Un uomo che, insieme ai suoi compagni, ha lottato fino alla fine per la liberazione della sua terra, la Sicilia, dal latifondo e dal capitalismo.

 

Quando hai conosciuto Peppino?

Io ho cinque anni in più di lui. Abbiamo frequentato per un anno la stessa scuola a Partinico; lui era al primo anno, io in uscita. Il primo vero contatto, però, è avvenuto nel ’68 quando venne ordinato l’esproprio delle terre per la realizzazione di una pista per l’atterraggio dell’aeroporto Punta Raisi. Io lavoravo per un giornale – L’ora di Palermo – e mi stavo occupando della vicenda. Ci ritrovammo a batterci, insieme ai contadini, ai piccoli proprietari e altra gente della zona, contro l’esproprio. Lo stesso anno, avendo ormai assimilato le idee che circolavano in tutta Europa nel ’68, partecipammo all’occupazione della Facoltà di Lettere.

 

Su di lui.

In quegli stessi anni abbiamo maturato la nostra separazione dai partiti italiani, quella che allora si chiamava scelta extraparlamentare. Per noi il PCI era un partito revisionista, preferivamo la sigla ML, marxisti-leninisti. Dicevamo anche che avevamo rivolto la nostra attenzione verso Pechino, seguivamo la rivoluzione di Mao. In paese avevano iniziato a chiamarci «i mao mao». Ricordo col sorriso quando durante le elezioni comunali incollammo nella scheda elettorale la foto di Mao; prese tantissimi voti, rischiava di diventare sindaco di Cinisi. Più tardi ci siamo avvicinati a Lotta Continua.

Poi la nostra attenzione si spostò principalmente sulla nostra terra e sulle dinamiche di potere vigenti, sul capo mafia della zona, Gaetano Badalamenti.

IL ’75 è l’anno delle Radio libere; ne nascono tantissime. A Palermo c’erano Radio Sud e Radio Apache. Quest’ultima ebbe poca vita; il loro trasmettitore fu messo in vendita e verrà acquistato da Peppino. Inizierà per noi una nuova avventura: quella di Radio Aut. Moltissimi giovani che Peppino aveva raccolto intorno a sé in un circolo – che contava circa un centinaio di persone – confluirono in questo progetto radiofonico. Si può dire che questo fu l’ultimo momento della vita di Peppino. A definire gli ultimi giorni c’è anche la volontà di entrare in consiglio comunale, candidandosi alle elezioni con una lista propria.

 

La questione dell’aeroporto e dell’esproprio.

Già la decisione di costruire l’intero aeroporto Punta Raisi nella zona dove è attualmente allocato era di natura assolutamente politica. Infatti, la collocazione è evidentemente inidonea; si trova a ridosso della montagna, nelle vicinanze del mare, in un’area notoriamente ventosa. La scelta includeva piuttosto la volontà della mafia e della politica di renderlo un luogo strategico per facilitare i traffici di droga. Avevano capito che con le estorsioni e con il controllo della scarsa economia siciliana si potevano fare pochi profitti. Quella dei traffici di droga, soprattutto con gli Stati Uniti, era invece un’impresa ben più redditizia. Peppino sapeva perfettamente ciò e lo denunciava apertamente.

L’occasione di battersi contro questa ingiustizia arrivò quando, constatata la difficoltà di svolgere gli atterraggi a causa dei venti di scirocco, venne commissionata la realizzazione di una nuova pista trasversale. Ciò poneva un’altra questione per noi fondamentale: l’espropriazione delle terre. Vi lavoravano circa 200 famiglie, proprietari di piccole aziende agricole a conduzione familiare; gran parte vi soggiornava in permanenza, altri vi si recavano nel periodo estivo. La zona era ricca di frutteti, agrumeti e uliveti. La produzione ortofrutticola costituiva il polmone dell’economia del paese e l’unica risorsa per i contadini della zona.

Omicidio e indagini.

Quando Peppino viene ucciso la notizia che si diffonde è che sia morto per l’esplosione di una bomba che lui stesso stava collocando sui binari, per far saltare in aria il treno coi lavoratori di Palermo. In un solo colpo stavano ottenendo tre obiettivi: creare un terrorista; demolire il lavoro politico di Peppino – diffondere la notizia che volesse uccidere i lavoratori, per l’emancipazione dei quali aveva lottato tutta la vita, significava distruggere le sue idee rivoluzionarie; criminalizzare il gruppo dietro di lui, amici di un terrorista.

Noi allora attivammo subito una contro indagine; abbiamo iniziato a cercare le prove da soli. Trovammo una macchia di sangue dentro un casolare a riprova che lì fosse stato massacrato di botte.
Il giudice a cui fu affidato il caso mise in piedi un enorme depistaggio, il primo di una lunga serie che realizzerà più avanti.

Più tardi si parlò addirittura di suicidio, utilizzando una vecchia lettera di Peppino a riprova della sua volontà di togliersi la vita. Si arrivò alla fine a una chiusura delle indagini per omicidio a opera di ignoti. Verranno riaperte e chiuse più volte, fino alle condanne definitive arrivate solo nel 2002.

 

Per concludere

Ricordare Peppino deve assumere un valore in più. Non bisogna ricordarlo solo il 9 maggio, nella data della sua morte; bisogna tenere sempre a mente il messaggio che ci ha lasciato: non arrendersi mai vittime delle prepotenze del sistema capitalista che stritola, macina le nostre vite, le nostre terre per accumulare ricchezza. Non dimentichiamoci che Peppino ha lottato tutta la vita per l’uguaglianza economica e sociale.

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