La crisi che sarà: cosa ci dice l’ultimo rapporto SVIMEZ

La crisi che sarà: cosa ci dice l’ultimo rapporto SVIMEZ

«La società e l’economia italiane sono attraversate dalla più grave crisi della storia repubblicana. Del tutto inattesa, di natura esogena, dai tempi di propagazione più rapidi tra mercati e paesi, dagli impatti sui livelli di attività economica e sul lavoro più profondi, più concentrati nel tempo e più pervasivi tra settori e territori rispetto all’ultima grande crisi avviatasi a fine 2008».

L’introduzione dell’ultimo rapporto SVIMEZ, datato 9 aprile 2020, potrebbe tranquillamente essere la trama del prossimo film dell’orrore di successo. E d’altronde, chi non vorrebbe sapere il finale di questo kolossal?

Lo studio si propone di osservare lo stato di un’economia affetta – ormai da più di un mese – da COVID-19. In particolare, come suo solito, si sofferma a sottolineare il differente impatto che questo periodo sta avendo sulle due aree d’Italia. Sempre con questo sguardo si spinge poi a fare dei pronostici su quelli che potrebbero essere i suoi sviluppi.

Andiamo quindi a vedere cosa ci racconta il rapporto, soffermandoci – dove possibile – sui dati riguardanti la Sicilia.

L’effetto lockdown

Nella prima parte del rapporto vengono quantificate le perdite di fatturato, valore aggiunto e occupazione associate alla sospensione delle attività economiche non essenziali. Perdite evidentemente condizionate, nella loro distribuzione tra Mezzogiorno e Centro-Nord, da consistenze numeriche di imprese e specializzazioni produttive notoriamente disomogenee tra le due aree.

Nello specifico, per le imprese si stima una perdita di valore aggiunto (ovvero una perdita degli incassi al netto delle spese) di quasi 48 miliardi di euro al mese, equivalenti al 3,1% del Pil italiano.
In Sicilia, la perdita di valore aggiunto mensile è di più di 2 miliardi di euro: 420 euro pro capite, il 2,1% del valore aggiunto prodotto annualmente sull’Isola. Queste cifre sono naturalmente maggiori nelle regioni del Nord – dove parliamo di una perdita di più di 1000 euro pro capite – essendo queste di gran lunga più produttive rispetto alla Sicilia.

Chi paga?

Le seconda sezione osserva invece gli impatti territoriali sulle diverse tipologie di occupazione, ciascuna caratterizzata da un diverso grado di esposizione alla crisi. Secondo lo studio, il lockdown colpisce più intensamente l’occupazione dipendente al Nord poiché lì sono concentrate le aziende di maggiore dimensione e solidità, mentre la struttura più fragile e parcellizzata dell’occupazione meridionale si traduce in un maggiore impatto sui lavoratori indipendenti.
In Sicilia sono 164.649 i lavoratori indipendenti fermati dal blocco, di cui 140.535 tra autonomi e partite IVA. Proprio per quest’ultimi si stima una perdita di 1.740 euro di reddito lordo per mese.

Questo ci dice che la compensazione statale di 600 euro prevista dal dl «Cura Italia» per i lavoratori autonomi basterebbe a coprire solo  il 34% della perdita di reddito lordo mensile dei lavoratori siciliani.  «Considerando la tutela solo parziale del reddito fornita dall’intervento pubblico  e la maggiore presenza di tali forme di attività nel Mezzogiorno, riemerge il rischio di distruzione di impresa nell’area più fragile del Paese» – si legge nel rapporto.

Inoltre, «la maggiore fragilità e precarietà del mercato del lavoro meridionale rende più difficile assicurare una tutela a tutti i lavoratori precari, temporanei, intermittenti o in nero, con impatti rilevanti sulla tenuta sociale dell’area». Rimangono infatti privi di tutela ancora circa 1,8 milioni di lavoratori privati dipendenti, oltre a circa 2 milioni di lavoratori irregolari. Ci sono poi 800 mila disoccupati in cerca di prima occupazione, concentrati prevalentemente nel Sud – 500 mila a fronte di 300 mila nel Centro-Nord – che per effetto della crisi presumibilmente non potranno accedere al mercato del lavoro  nei prossimi mesi.

In generale, le misure stanziate dal dl «Cura Italia»  sviluppano un intervento essenzialmente pari a 1,2 punti di Pil, meno della metà della stima SVIMEZ dell’impatto di un mese di lockdown in termini di perdita di prodotto interno lordo (che, come dicevamo prima, sarebbe pari al 3,1%). Soffermandoci solamente sulle perdite subite nel meridione, il decreto ne “compensa” solo il 50%.

Uno sguardo al futuro

Le previsioni SVIMEZ sul Pil per il 2020 – considerando l’impatto delle misure previste dal «Cura Italia» – vedono un calo del -8,4% per l’Italia, del -8,5% al Centro-Nord e del -7,9% nel Mezzogiorno.
Sono dati che prefigurano una caduta nei livelli di attività di entità nettamente superiore a quella del 2009, quando il Pil a scala nazionale cadde del 5,5%.

Sempre secondo queste stime, nel primo semestre l’impatto economico più rilevante  avverrà nelle regioni del Centro-Nord, che dovrebbero accusare una contrazione nei livelli di attività di entità maggiore rispetto al Sud. Questo perché quest’area è allo stesso tempo la più produttiva del Paese e la più colpita dal Covid-19. Inoltre, è maggiore il peso dell’industria, uno dei comparti più interessati dal blocco delle attività produttive.

Nonostante ciò, il rimbalzo positivo che si attende con il venir meno del lockdown appare più intenso nelle regioni del Centro-Nord.
Infatti, sebbene il Sud si caratterizzi per una composizione economica  meno sfavorevole nell’attuale situazione, esso comunque verrebbe a soffrire di una perdita in termini di reddito aggregato notevole, non molto distante da quella del Centro-Nord. In particolare, l’economia meridionale, strutturalmente più fragile, verrebbe a palesare le maggiori difficoltà nel momento della (eventuale) ripresa, ipotizzata da SVIMEZ nella seconda parte dell’anno.

Il rapporto a tal proposito lancia un monito: «Se non si affronta, in termini ugualmente rapidi come nell’emergenza, il post-crisi in termini di riscostruire nel Sud una base produttiva che rispetto alla popolazione già adesso è insufficiente, e rischia di divenirlo ancora di più, la spaccatura tra le due Italie appare destinata ad allargarsi».

Ritorno al passato

Infine, in termini di prospettive di tenuta della capacità produttiva esistente, i dati esposti dal rapporto delineano un quadro assai più problematico rispetto all’ultima crisi.
Allora è stato il prolungarsi della crisi a intaccare progressivamente i risultati economici e la situazione finanziaria di molte imprese, soprattutto al Sud, determinando un processo di uscita dal mercato più intenso che nel Centro-Nord. Oggi, il blocco improvviso e inatteso coglie impreparate le molte imprese meridionali che non hanno ancora completato il percorso di rientro dallo stato di difficoltà causato dall’ultima crisi.
Il meridione non è ancora riuscito a scrollarsi di dosso il peso dell’ultima piaga economica. Ecco perché  «il rischio di default è maggiore per le medie e grandi imprese del Mezzogiorno». Infatti, analizzando i bilanci di un campione di imprese con fatturato superiore agli 800.000 euro, SVIMEZ deduce che per le imprese meridionali «c’è una probabilità di uscita dal mercato quattro volte superiore rispetto a quelle del Centro-Nord».

Riguardando agli effetti della crisi del 2009, la SVIMEZ ci ricorda poi che l’effetto selezione (un modo goliardico per indicare il processo in cui alcune imprese sopravvivono e altre falliscono) ai tempi colpì principalmente le microimprese. In particolare, il numero di unità locali al Sud appartenenti a questa fascia espulse ogni anno dal mercato, rispetto al totale delle unità locali che hanno cessato l’attività, è costantemente cresciuto passando dal 44% al 55%. Per la SVIMEZ sembra possibile presumere che tale evento possa manifestarsi con maggiore forza nell’attuale fase. Tra l’altro, queste imprese rappresentano la classe più numerosa nel meridione e sono proprio quelle in cui il lavoro irregolare e/o sommerso è presente in misura maggiore. Un’altra drastica restrizione del settore potrebbe dunque avere delle conseguenze sociali difficilmente gestibili.

 

Se questo è il finale che si prospetta, tanto vale non guardare questo film. Eppure il prezzo del biglietto lo paghiamo lo stesso, e anche salato.

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