Inquinamento del Modione, una riflessione oltre la rabbia

Inquinamento del Modione, una riflessione oltre la rabbia
Claudio Lombardo, presidente di Mareamico Agrigento, ha reso noti i risultati delle acque prelevate dal fiume Modione il 25 ottobre.

L’analisi «ha riscontrato un elevato indice B.O.D., segnale chiaro di sofferenza di tali acque, un’elevata concentrazione di azoto ammoniacale, che è il segnale di inquinamento da scarichi fognari e l’apprezzabile presenza di oli e grassi, che provano lo sversamento nel fiume di acque di vegetazione da parte dei frantoi della zona». Ora Mareamico chiede l’intervento delle istituzioni per fermare tutto questo.

Facciamo un passo indietro

Il Modione è un fiume della lunghezza di 27 km della Sicilia occidentale che nasce nel territorio di Santa Ninfa e sfocia nel mar Mediterraneo a Marinella di Selinunte (TP). Nello specifico, il Modione alla rilevanza naturalistica del suo ecosistema aggiunge quella storica, e di riflesso turistica, rappresentando la fonte primaria di vita per i primi abitatori della antica Selinus.

La scorsa primavera il circolo Legambiente Crimiso, dopo la segnalazione di un cittadino, ha sollevato la questione del possibile inquinamento del fiume con una nota indirizzata agli enti preposti. Seguono mesi di raccapricciante silenzio, ché i panni sporchi si lavano in casa, ché l’eco mediatico può influenzare i turisti.

L’associazione Mareamico di Agrigento, però, questo autunno ha rincarato la dose. Novembre, periodo di raccolta delle olive, passaggio cruciale per l’economia del trapanese, ma anche costume e tradizione e, in anni non-Covid, tassello importante del turismo esperienziale da tutto il mondo. Eppure novembre è anche il mese in cui una lava oleosa rende il Modione, come anche il fratello Naro tra gli altri, inspiegabilmente nero.

Mareamico, aiutata dal direttore del Parco Archeologico e dai Rangers di Selinunte, ha proceduto a dei prelievi dai quali oggi traiamo una certezza: le acque del Modione sono contaminate, tra l’altro, dalle cosiddette acque di vegetazione (prodotto di scarto della molitura delle olive).

Una riflessione oltre la rabbia

Per comprendere la portata del disastro, che non si limita all’anno in corso, basti pensare che già nel 2012 i carabinieri del Nucleo investigativo di Agrigento avevano scoperto una fonte di inquinamento del fiume Naro e denunciato i titolari di un oleificio.

Non si stanca di ribadirlo Claudio Lombardo di Mareamico: l’acqua di vegetazione, che è l’ultimo passaggio della molitura, è 200 volte più inquinante delle fogne; quando viene gettata in acqua si ossida creando una patina che sottrae ossigeno a flora e fauna, che muoiono.

Noi ci siamo dedicati alla vicenda nel nostro speciale dell’8 novembre (link), in cui ci siamo concentrati sui danni arrecati da questo prodotto ma, soprattutto, sui benefici di una sua reimmissione nel ciclo produttivo (energia e cosmesi, solo per fare un esempio), non solo in termini ecologici ma anche di produzione di ricchezza diffusa.

Oggi, dopo l’ennesima conferma della fonte degli sversamenti sul Modione resta, forse, lo spazio per una riflessione, che va oltre la rabbia. È doveroso, da un punto di vista giuridico, ma anche facile, umanamente, imputare il disastro ambientale in corso agli sciacalli che credono di sollevare ricchezza sulle spalle delle risorse naturali, garanzia del nostro futuro. Ma che non passi in secondo piano il ruolo delle istituzioni, altrettanto importante. Se i militari denunciano, il responsabile viene condannato e gli enti a vario titolo coinvolti celebrano una vittoria, deve ritenersi esaurito il ruolo delle istituzioni?

Possiamo ritenerci soddisfatti?

No. Perché l’arroganza di chi agisce sopra le regole base della convivenza e del rispetto altrui non presuppone soltanto una profonda ignoranza, ma anche una sfiancante sfiducia nelle istituzioni. Perché quel cittadino pseudo-imprenditore, quell’avvoltoio, ma anche quell’essere che di notte esegue lo sversamento, ci dicono qualcosa di più di una infrazione: ci raccontano di un tessuto economico povero, disinformato, disabituato a riflettere sul ruolo della propria impresa rispetto al contesto, ai concittadini, alla natura e, infine, ai propri figli.

Ci troviamo allo stadio finale di una malattia, che va oltre la specifica vicenda dell’acqua di vegetazione, della quale viene ciclicamente curato un sintomo che inesorabilmente si ripresenta (lo sversamento, l’abbandono di scarti dell’edilizia, lo scarico dell’industria). Allora, forse, è legittimo aspettarsi che le istituzioni svolgano un ruolo attivo nel saldare una coscienza trasversale all’imprenditoria, al piccolo così come al grande produttore, al cittadino.

Si parla tanto di eccellenze siciliane, di beltà ineguagliabili e di insuperabile tradizione culinaria. Tutte caratteristiche che dovrebbero rendere la Sicilia un luogo di rara, diffusa, prosperità. E invece siamo qui a scaricare sul buon senso dei singoli, sulla motivazione delle associazioni, dei movimenti, la diffusione di una moralità (in senso lato) delle azioni del cittadino. Forse è ammesso, allora, riconoscere che non è sufficiente il ruolo sanzionatorio delle istituzioni che potrà essere efficace un numero limitato di volte ma mai utile a rendere liberi i cittadini di questa nostra amata isola.

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