Altro che rivoluzione verde! 2,7 miliardi del Recovery Fund per Eni

Altro che rivoluzione verde! 2,7 miliardi del Recovery Fund per Eni
La bozza del 29 dicembre del Pnrr devolve un terzo delle risorse per la “rivoluzione verde” agli interessi di quel mostro a sei zampe di ENI.

 

Tra un paio di settimane l’Italia dovrà presentare all’Europa il suo Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Una voce importante del Pnrr riguarda le misure destinate ad accelerare la transizione energetica. Progressivo ridimensionamento dell’utilizzo dei combustibili fossili e transizione verso altre forme di energia: questo l’obbiettivo dichiarato.

Ma lo Stato italiano sembra aver deciso di imboccare un’altra strada. È da mesi, d’altronde, che si vocifera su come Eni, Enel, Terna, e le altre multinazionali italiane puntino a mettere le mani su quei fondi. Eni sembra esserci riuscita, ottenendo più di 2 miliardi per fare i suoi porci interessi alle spese dei nostri territori. Alla faccia della sostenibilità.

 

2,3 miliardi per ENI

Sono previsti circa 6,3 miliardi per la voce di spesa «Impresa verde ed economia circolare» all’interno della Missione «Rivoluzione verde e transizione ecologica». Di questi, 2,7 miliardi andranno alla partecipata italiana del petrolio.

I progetti ruotano attorno a due voci di spesa. La prima prevede 1,3 miliardi in investimenti per la decarbonizzazione con tecnologie di Ccus (cattura, trasporto, riutilizzo e stoccaggio della CO2) tramite la realizzazione del più grande centro per la cattura e lo stoccaggio di anidride carbonica al mondo. La seconda destina invece 1,35 miliardi per la produzione di combustibili alternativi o bioplastica tramite la conversione o la realizzazione di impianti. In questa voce è inclusa la trasformazione della raffineria di Gela in una bioraffineria con il «rilancio di competitività del sito produttivo Biojet (carburante bio per trasporto aereo)».

 

Non c’è niente di rivoluzionario in questa transizione

Eni la conosciamo tutti. È la multinazionale di Stato che negli anni 50 venne in Sicilia per estrarre e raffinare petrolio, promettendo sviluppo e ricchezza per tutti. Ma abbiamo visto com’è andata a finire.

Oggi, sempre Eni, programma di continuare a perforare il canale di Sicilia per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi, cioè di fonti fossili.

La prima domanda che verrebbe da porsi è la seguente: perché un’azienda a parziale capitale pubblico, che fattura miliardi ogni anno a danno della salute di milioni di cittadini dovrebbe utilizzare i fondi di ripresa per finanziare la conversione delle sue raffinerie? I fondi europei (che di certo non ci stanno regalando) dovrebbero essere spesi in ben altri scopi.

Con i proventi fatti negli ultimi 50 anni Eni dovrebbe occuparsi – prima di pensare a riconversioni comunque fruttuose – a bonificare le aree che ha devastato. Oltre a Gela, pensiamo alla provincia di Siracusa e alla Valle del Mela con la Raffineria di Milazzo

Che la cosiddetta “transizione verde” fosse una truffa e avesse molto poco di “verde” era chiaro sin dall’inizio e il recente mancato stop alle trivellazioni – ennesimo favore all’ENI – ne costituisce l’ultima conferma.

Dare soldi per risolvere il problema a chi il problema lo ha creato, a chi opera esclusivamente in vista del profitto, che tipo di rivoluzione dovrebbe rappresentare?

 

 

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