Classifica Censis 2019/2020: il sistema universitario italiano penalizza la Sicilia

La nuova Classifica Censis 2019/2020 delle Università Italiane ci fornisce un quadro chiaro sulla qualità delle Università Italiane: in prima posizione quelle del Nord, mentre si aggiudicano gli ultimi posti quelle del Sud, in particolare quelle siciliane.

Basta scorrere le graduatorie per rendersi subito conto della disparità dei punteggi tra le Università del Nord e quelle del Mezzogiorno: ultima tra i mega atenei statali è l’Università di Napoli Federico II, preceduta dall’Università di Catania con 74,4 punti. Tra i Grandi atenei statali, invece, Messina e Palermo (rispettivamente con 80,5 e 79,3 punti) si piazzano tra gli ultimi posti in graduatoria. Sul podio troviamo le università di Bologna, Padova e Firenze.

Le graduatorie sono il frutto di un’articolata analisi del sistema universitario italiano attraverso la valutazione degli atenei (statali e non statali, divisi in categorie omogenee per dimensione) relativamente a: servizi erogati, borse di studio e altri interventi in favore degli studenti, strutture disponibili, comunicazione e servizi digitali, livello di internazionalizzazione. Quest’anno sono state introdotte alcune novità come l’occupabilità dei laureati delle università statali, il grado di soddisfazione per i servizi (aule, biblioteche, postazioni informatiche) di chi ha già frequentato l’ateneo, una mappatura di quelli che dispongono della carriera alias, ovvero uno strumento Lgbt-friendly per agevolare le persone in transizione di genere (ad oggi hanno aderito 42 atenei statali su 58).

Un altro dato che emerge dai risultati della Classifica Censis è la crescita delle immatricolazioni con il +1,3% di media nazionale rispetto all’anno accademico precedente. Anche in questo caso l’incremento si è realizzato in maniera disomogenea sul territorio italiano: è aumentato il numero degli immatricolati negli atenei del Nord (Nord-Ovest +3,2% e Nord-Est +4,1%), mentre è diminuito quello degli atenei del Centro (-1,2%) e del Sud (-0,1%). La flessione negli atenei del Mezzogiorno, in particolar modo in quelli della Sicilia, si inquadra all’interno di un fenomeno tradizionale: l’elevata percentuale di studenti in mobilità extra-regionale. Nell’ultimo anno più del 23% dei meridionali è andato a studiare in una regione diversa da quella di residenza, a fronte dell’8,5% dei colleghi settentrionali e del 10,8% di quelli residenti nelle regioni centrali.
Ancora una volta, la classifica mette al centro dell’attenzione l’imponente fenomeno dell’emigrazione giovanile che coinvolge diverse regioni del Sud, prima fra tutte la Sicilia. Gli atenei dell’isola sono sempre più de-finanziati, risultando così quelli con le maggiori carenze strutturali, quelli in grado di erogare meno servizi per gli studenti e con un offerta formativa peggiore. Attraverso le rivelazioni di tali capacità vengono stilate le classifiche. Le università siciliane chiudono l’anno con quasi tutti gli indicatori in negativo aggiudicandosi, quindi, gli ultimi posti. La posizione nelle varie statistiche in un sistema universitario competitivo come quello italiano, in cui la distribuzione delle risorse non viene stabilita in base alla necessità di aiutare gli atenei in difficoltà, ma si svolge a favore delle università già “più virtuose”, comporta un progressivo e irrefrenabile aumento del divario e soprattutto causa il totale svuotamento delle università siciliane a favore di quelle più attrattive delle città del Nord.
Questo scenario non coglie affatto di sorpresa, ma si svolge nel continuo e assordante silenzio di chi, sulla carta, ricopre un ruolo “utile” per abbattere questo divario e per fermare l’emigrazione giovanile ma non ha la volontà politica di farlo.

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