professor costa

Una risposta a Massimo Costa

Antudo risponde a un editoriale di Massimo Costa apparso sul blog “Time Sicilia” dell’11 gennaio, relativo all’abrogazione dell’Art. 1 dello Statuto Autonomo Siciliano e alla costituzione di una Assemblea Costituente siciliana.

Sul referendum abrogativo

Vogliamo chiarire le ragioni che ci hanno portati a far nostra la proposta di referendum abrogativo dell’Art.1 dello Statuto – proposta che, per altro, circola da tempo e su iniziativa di diversi raggruppamenti indipendentisti siciliani (come Terra e Liberazione). Consideriamo l’Art.1, su cui si è costruita l’intera macchina dell’Autonomia siciliana, l’espressa negazione di ogni possibilità di indipendenza. Per questo è stato concepito nel 1946; a questo è servito fino a oggi. Esso nega ogni “autonoma” decisione sul destino politico, economico, sociale e culturale della Sicilia.
Il professor Costa non può non saperlo, da indipendentista attento qual è. Con l’Art.1 si spiegano le interferenze del governo nazionale sulle questioni fiscali, produttive o militari; si spiega la presenza di multinazionali che devastano il territorio, di banche che si impossessano del risparmio; si spiega la marea di emigrati e di deportati; la pesantezza di una crisi economica che in Sicilia ha colpito più che altrove. La Sicilia che non ci piace è quella che poggia sul primo articolo dello Statuto Autonomo.
Costa controbatte: ma perché allora non proponiamo direttamente un referendum sull’indipendenza? Crediamo, e ci auguriamo, che lo dica solo per vis polemica, per provare ad alzare la posta in gioco. Gli chiediamo: quale indipendenza è mai uscita dalle urne elettorali? quale “governo regionale indipendentista o semi-indipendentista” ha in mente Massimo Costa, quando la politica nostrana riesce ad andare a braccetto solo con lo spettro dell’Autonomia? No, professore, l’indipendenza si è sempre conquistata con grande fatica, i popoli se la sono guadagnata al prezzo di sacrifici; nessuno l’ha ottenuta in regalo da un referendum. Che altro ci insegnano la battaglia dei Vespri o i più recenti movimenti di liberazione nazionale, per ricordare due esempi noti?
Antudo, che non è un “movimento giovanile” ma una semplice “voce nella rete”, sa bene che il referendum abrogativo dell’Art.1 potrebbero non farlo celebrare, come Massimo Costa prevede; sa anche che il traguardo di diverse decine di migliaia di firme sarà difficile da raggiungere e che non mancheranno ostacoli. Ma questo non può fermarci, se riteniamo prioritario in questa fase suscitare dibattito e riflessione collettiva sulla necessità/possibilità dell’indipendenza e dell’autogoverno. Massimo Costa osserva infine che un referendum di tale portata va preparato “nei cuori dei siciliani”; è precisamente ciò che ci proponiamo di fare. Se non ci si vuole fermare alle parole bisognerà “mettersi in cammino”, farsi comunità anche di fronte alla disciplina neocoloniale che ha ispirato l’Art.1.
In Sicilia non si è mai votato per un referendum. Mai. Sì, abbiamo votato per la repubblica o la monarchia, per il divorzio e l’aborto, per il maggioritario, per l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti eccetera, fino al recente referendum per la riforma costituzionale voluto da Renzi. Ma sono stati sempre referendum nazionali, che interessavano certo, eccome, la vita dei siciliani, politica, quotidiana, intima persino, e sui quali ci si è espressi a volte pigramente a volte con passione e coinvolgimento, ma mai nati da quesiti posti dai siciliani per i siciliani. Mai.
Eppure, il legislatore, approvando lo Statuto del 1946, se ne dava pena: l’articolo 13 bis recita: «1. Con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti l’Assemblea regionale sono disciplinati l’ambito e le modalità del referendum regionale abrogativo, propositivo e consultivo». E la legge regionale del 10 febbraio 2004, che disciplina l’istituto del referendum nella Regione Siciliana e norma l’iniziativa legislativa popolare e dei consigli comunali o provinciali, al titolo II (referendum abrogativo), Capo I Disposizioni generali, Art. 2 Richiesta e votazione referendaria, recita: «1. Il referendum per l’abrogazione totale o parziale di una legge regionale è indetto a seguito di richiesta di almeno cinquantamila elettori iscritti nelle liste elettorali dei comuni siciliani […]».
È da queste condizioni e considerazioni che dobbiamo partire per riflettere insieme sullo strumento referendario e sui suoi possibili quesiti. Aggiungendo un’ulteriore valutazione: i referendum non sono sempre uno strumento “definitivo”, una volta per tutte. Non solo perché gli esiti a volte vengono disattesi o disattivati, ma perché essi riflettono lo “stato dell’arte”, cioè la maturazione di un pensiero sociale su una questione, che è spesso un processo e non un definito convincimento.
Ne fa fede, a esempio e è un esempio stringente di quel che discutiamo, il fatto che in Catalogna si sia andati ripetutamente al voto sull’indipendenza. E si va preparando un altro referendum, molto probabilmente entro l’anno. Si modifica il testo del quesito – come sta accadendo in Colombia, dove il voto popolare ha respinto l’accordo fra governo e Farc che mette fino alla guerra civile – o si ripropone lo stesso quesito in mutate condizioni: è quel che si va pensando in Scozia, dopo il voto sulla Brexit, che ha interamente trasformato il quadro delle relazioni con la Gran Bretagna.
Il punto è che un referendum è uno strumento politico di consultazione popolare, momento in cui si misura la “temperatura” di un sentire sociale, di un’opinione pubblica, della formazione di una coscienza popolare. Non è lo schiocco d’una frusta. Nessuno può dire, in questo momento, quale potrebbe essere la risposta dei siciliani a un quesito diretto sull’indipendenza, né quale potrebbe essere il coinvolgimento, e la misura con cui si esprimerebbe la partecipazione e lo schieramento, quanto di maggioranza e quanto di minoranza: tutte cose che hanno una evidente importanza.
Però, nessuno può negare, in questo momento, quale straordinaria occasione di partecipazione, mobilitazione, discussione, confronto, potrebbe essere il percorso di preparazione di un referendum dei siciliani per i siciliani, in cui il quesito attinga direttamente la questione centrale: l’unità politica dello Stato italiano. E cinquantamila firme di cinquantamila elettori iscritti nelle liste dei comuni siciliani sembrano poche, ma sono tantissime, anche solo da coinvolgere in un percorso di preparazione. Eppure, anche solo immaginare quale straordinario movimento di energie, quale dinamismo di animi e coscienze si innescherebbe, ecco, tutto questo entusiasma.
Discutiamone, consultiamoci, ragioniamoci. Noi ci siamo.

Sulla Assemblea Costituente siciliana

La seconda questione – la Costituente – è altrettanta complessa, perché, è vero, attinge entrambi “i tempi”, quello di una prefigurazione della forma dell’ordinamento politico dell’indipendenza, e quello della progressiva aggregazione sociale nella lotta per l’indipendenza. Ascolteremo dotti costituzionalisti che ci spiegheranno del rapporto tra poteri e rigorosi storici che ci racconteranno dei modi e dei conflitti tra fase destituente e costituente come si sono spesso presentati nel corso della nostra storia siciliana e non solo.
Per adesso, noi abbiamo solo qualche briciola sparsa su un sentiero: il potere, e la forza, che producono trasformazioni dell’ordine sociale e modificazioni delle coscienze e persino delle abitudini e dei modi del vivere comune, o sono radicati nei territori in forme di governo e decisione “comunali e comunarde” o vengono presto svuotati. Il cuore di ogni trasformazione sta nel fatto che ogni articolazione dell’organismo sociale non venga sacrificato in nome del “potere centrale”. Questa questione non è stata solo la “tragedia” del Novecento, ma è apparsa ogni qualvolta all’interno di un impero o uno Stato si coagulavano e si manifestavano i desideri di indipendenza e di repubblica, fin dalla crisi dell’Impero spagnolo, con la rivolta dei Paesi Bassi e di Napoli e del Sud – cioè, dall’inizio della modernità – passando per la Rivoluzione partenopea del ’99, a oggi. Qualunque forma della rappresentanza politica si possa praticare, essa non può che essere rapportata e misurata e temperata con le “virtù civiche” repubblicane dei cittadini dentro i loro territori.
E ancora: non esistono “due tempi” in questa prospettiva. A noi interessa fin da subito, qui e ora, lavorare a costruire articolazioni territoriali, forme di aggregazione sociale, espressioni di costituzione materiale di un nuovo ordine, modi della partecipazione, della discussione, della formazione del consenso, della decisione e, perché no, del “governo”. Luoghi collettivi di certo aperti, plurali, dove vige un principio di maggioranza e minoranza, dove si discutono questioni e dove si decide su questioni. Concrete, quotidiane.
Se questo percorso “dal basso” prende forma, si impratichisce e si irrobustisce, allora può anche prendere forma qualunque “rappresentanza delegata”. Ma il contrario non si dà, e quando accade assume presto l’aspetto d’una cosa vuota.
Infine, prestiamo estrema attenzione al vostro impegno sulla ZES. Nelle forme e nei modi in cui ci è possibile e che potremo anche valutare insieme, considerateci fin da adesso già con voi.

La redazione di ANTUDO

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