frantz fanon

Una nota su Frantz Fanon

La forza terapeutica della lotta di liberazione: una nota su Frantz Fanon

Elaborati nel corso del decennio 1950-60, gli studi di Frantz Fanon sul colonialismo sono in parte riconducibili alla sua intelligente attività di neuropsichiatra ma in prevalenza scaturiscono dal suo impegno diretto nel movimento di liberazione algerino. Quegli studi offrono innumerevoli spunti all’analisi della retorica colonialistica e, più in generale, ad una comprensione più accurata dell’impatto della colonizzazione sulle soggettività. Metodologicamente improntati al funzionalismo strutturale del secondo Novecento, gli studi di Fanon si fondano sul postulato della natura transeunte delle costruzioni psichiche e palesano, in questo modo, i possibili percorsi di trasformazione e rigenerazione che il colonizzato si trova di fronte.

L’attività professionale, svolta in prevalenza all’ospedale psichiatrico Blida di Algeri, la militanza rivoluzionaria nell'”Esercito delle frontiere”, l’impegno politico e intellettuale ovunque profusi, erano intesi a contribuire alla liberazione del popolo algerino dal fardello francese, a svegliarlo dal sonno paralizzante in cui lo si era fatto precipitare. Nei suoi scritti, il materialismo e lo studio della psiche umana anziché contrapporsi, rivendicando ora il primato del superego ora quello dell’ego, si fondono nella rivendicazione dell’inseparabilità tra la realtà materiale e la sua rappresentazione sociale. In questo modo, Fanon trova nell’opera congiunta di oggettività e soggettività uno stimolo alla trasformazione emancipatrice.

Sull’impresa coloniale, scrive Fanon, si intesse una trama di “discorsi” che rappresentano le sorti progressive della formazione economica e culturale dominante; discorsi, dunque, tesi ad illustrare la trasformazione di un dato congiunturale in universale ontologico. Il colonizzato resta paralizzato sotto il peso della retorica colonialistica, schiacciato dal suo potere intimidatorio. Fanon fa ripetutamente riferimento agli effetti sedativi della retorica coloniale, al ruolo falsificante delle narrazioni evoluzionistiche presentate come cifre universalistiche. Fanon ribadisce che le trame del discorso coloniale vengono concepite con l’intento di irretire il colonizzato, frantumarne l’identità, ostacolarne il cammino di emancipazione.

La terapia adottata da Fanon non è rivolta a curare ciò che provoca l’infrazione del senso comune, la trasgressione della norma coloniale, ma a governarlo e alimentarlo. Gli incubi del colonizzato, egli scrive, cesseranno solo se impugnerà le armi della liberazione: «A livello degli individui la violenza disintossica. Sbarazza il colonizzato del suo complesso d’inferiorità, dei suoi atteggiamenti contemplativi o disperati. Lo rende intrepido, lo riabilita ai propri occhi» (Frantz Fanon, Les damnés de la terre, 1961, trad. it. 1979, 53). La psicoanalisi di Fanon non è al servizio dell’oppressore; piuttosto, quest’ultimo è ritenuto responsabile della “nevrosi del colonizzato”, dell’incubo ansiogeno e fobico nel quale lo ha precipitato. La terapia fanoniana prescrive la rottura col mondo coloniale, con la sua economia, la sua scienza, la sua retorica. La violenza rivoluzionaria è il mezzo per vincere il disprezzo di sé iniettato dal colonialismo; essa permette di superare disistima e senso d’inferiorità: «L’esperienza ha dimostrato ampiamente che non ci si può basare sulla forza degli argomenti per convincere il colono bianco dei propri diritti all’autodeterminazione; il colono comprende soltanto l’argomento della forza» (Frantz Fanon, Studies in a Dying Colonialism, 1989, 2.)
Fanon considera il linguaggio come un importante veicolo del rapporto squilibrato tra oppressi ed oppressori, lo snodo evidente che segnala la mortalità storica e culturale del colonialismo. Il linguaggio costituisce uno dei terreni su cui si combatte la guerra tra colonizzati e colonizzatori, tra cultura indigena e cultura endogena, tra autenticità e alienazione. Il fattore linguistico assume, a detta di Fanon, una rilevanza fondamentale nel lavoro di costruzione delle nuove identità. Egli afferma che nella lingua ancestrale del colonizzato si annida quella “coscienza di sé” che il colonizzatore tenta di cancellare, con arnesi retorici e linguistici prima ancora che con mezzi repressivi. Liberandosi, il colonizzato abbatte il castello di stereotipi, figure linguistiche, forme di argomentazione, costruito a difesa delle strutture materiali della società coloniale. Il linguaggio dei colonizzatori allude maliziosamente al rapporto di dominio ed alla sua universalità. Un linguaggio “dei bianchi e per i bianchi”, con cui si disegnano i confini politici, antropologici e culturali di una alterità deformata.

Fanon affronta il tema del linguaggio in ciascuna delle sue opere principali, da Peau noire, masques blancs del 1952 a Les damnés de la terre apparso alla vigilia della sua morte, avvenuta il 6 dicembre 1961. Il primo capitolo di Peau noire, masques blancs esplora il conflitto tra il nero e la lingua francese; al fine di “liberare l’uomo di colore da se stesso” si suggerisce di interrompere quella “epidermizzazione del senso di inferiorità” che emana come malattia infettiva dal cuore linguistico e retorico del colonizzatore. In anni in cui gli studi linguistici sono dominati da concezioni prevalentemente “generative”, il funzionalismo di Fanon è certamente pioneristico proprio in quanto mostra le potenzialità storiche e antropologiche del linguaggio. Egli anticipa il principio dell’ermeneutica foucaultiana, secondo cui l’essere primitivo del linguaggio si manifesta come “stigma sulle cose”, marchio assegnato dalla comunità in vista di un fine materiale. L’intellettuale martinicano individua i segni che la storia coloniale ha inciso sul linguaggio e ne svela la potenza culturale e psicologica: «Parlare significa essere in grado di usare una determinata sintassi, possedere la morfologia di questa o quella lingua, ma significa soprattutto assumere una cultura, sopportare il peso di una civiltà» (Frantz Fanon, Peau noire, masques blancs, 1952, trad. it. 1996, 15-16).

Fanon rivolge la propria attenzione alla funzione sociale del linguaggio, assegnando ai fattori morfologici e sintattici un ruolo prevalentemente convenzionale, giocato nella trasmissione di particolari concezioni del mondo. Impostazione, per altro, largamente condivisa negli ambienti intellettuali e politici dell’anticolonialismo e del nazionalismo arabo, particolarmente attivi in quegli anni. Penso soprattutto allo scrittore tunisino Albert Memmi, che in Le portrait du colonisé et du coloniseur apparso nel 1954 sosteneva: «Il possesso delle due lingue [del colonizzato e del colonizzatore] non è solo quello di due strumenti; è la partecipazione a due settori psichici e culturali» (Albert Memmi, Le portrait du colonisé et du coloniseur, 1954, trad. it. 1979, 93-94).

Considerazioni analoghe troviamo nell’opera di Aimé Césaire, Leopold Senghor, Samir Amin, tutti attivamente impegnati sul fronte delle lotte di liberazione. La concezione di Fanon secondo cui la dominazione coloniale, mirando a far prevalere la cultura del colonizzatore, provoca il disfacimento delle culture autoctone e delle identità originarie, non è una concezione isolata nel ricco universo delle lotte di liberazione. La denuncia è unanime ed investe il medesimo campo di interessi politici e culturali: «Ogni popolo colonizzato, cioé ogni popolo in cui si sia instaurato un complesso di inferiorità a causa dell’avvenuta distruzione dell’originalità culturale locale, è posto di fronte al linguaggio della nazione civilizzatrice, cioé della cultura metropolitana» (Frantz Fanon, 1952, cit., 16).

Il terreno dello scontro, dunque, è anche un terreno linguistico e comunicativo; alla “verità” enunciata dagli occupanti si contrappone quella degli oppressi, che Fanon definisce “verità fattuale”. Da un lato, il sistema comunicativo dei francesi imperniato sul potere oltraggioso del messaggio coloniale; dall’altro la lingua algerina, portatrice di una “nuova verità della nazione”. La “madrelingua” non esprime razzismo; perfino il francese con cui talvolta trasmette la radio rivoluzionaria, “La Voce dell’Algeria Libera”, risulta rinnovato, depurato delle asperità, dell’offensività denigratoria e dell’aggressività che avevano caratterizzato le trasmissioni della “Voce d’Algeria” al tempo della rivolta. Dal momento in cui la radio nazionalista ha iniziato a trasmettere, gli algerini hanno preso interesse ai programmi, avvicinandosi ancora di più alla lotta per l’indipendenza: «Gli algerini che volevano essere aggiornati sulla rivoluzione, avevano almeno la possibilità di ascoltare una voce ufficiale, la voce dei combattenti, che spiegava loro lo scontro, raccontava la marcia della liberazione, li incorporava nella nuova vita della nazione» (Frantz Fanon, 1952, cit., 85). Il manicheismo linguistico della “Voce d’Algeria” lasciò il posto al “logos” multiculturale della nuova radio, che per un verso aveva spurgato la lingua araba dei tradizionalismi, per l’altro la francese degli accenti razzisti e “inferiorizzanti”.

Le posizioni di Fanon ricordano in molti passaggi quelle del suo compagno di lotta, Albert Memmi, conosciuto nel 1956 in Tunisia. Il già ricordato scritto di Memmi, apparso nel 1954, riscosse un enorme successo tra gli arabi impegnati nella lotta contro i francesi. Le portrait veniva letto dai mudjaidin del Fronte magrebino; in molti casi fu sequestrato dalla polizia francese, e non solo nelle abitazioni dei combattenti. La problematica linguistica veniva affrontata nella seconda parte del libro; come più tardi avrebbe ripetuto Fanon, il sistema linguistico coloniale è d’intralcio alla rappacificazione del soggetto: «La lacerazione essenziale del colonizzato si trova particolarmente espressa e simbolizzata nel bilinguismo coloniale» (Albert Memmi, 1954, cit., 93).

E’ proprio questo l’aspetto centrale del pensiero di Fanon, come della maggior parte degli intellettuali anticolonialisti del XX secolo; ed è questo aspetto che ha attirato gli attacchi di una parte della critica contemporanea. Come lamenta Lewis Gordon in una interessante introduzione ad una raccolta sul “fanonismo”, le critiche teoriche e politiche più dure provengono dal Postmodernismo e dal Postcolonialismo: «Simili attacchi somigliano ai cliché liotardiani pensati per screditare i teorici della liberazione del nostro millennio»( Lewis Gordon, Fanon: A Critical Reader, 1996, 6). Così, se nella prospettiva riformistica dei postcolonialisti, sarebbe sufficiente affidarsi a progressive revisioni del sistema linguistico, appropriarsi degli spazi “interstiziali” offerti dal linguaggio coloniale, secondo gli intellettuali anticolonialisti e secondo lo stesso Fanon le “revisioni del sistema” sono condizione della sua permanenza.

Fanon sostiene, in ciò distinguendosi intellettualmente, che l’ibridismo è la manifestazione di una “malattia della coscienza”, il risultato perverso del confronto tra le razze regolato dal colonialismo e dalle sue istituzioni ideologiche. Fanon non affida il superamento del colonialismo ad una “trattativa” ma al ribaltamento del principio di distinzione; la trattativa, egli scrive, radica ancor di più nelle coscienze la consapevolezza dell’impossibilità di oltrepassare i confini che segnano e scindono la società coloniale, la consapevolezza fatalistica dell’invulnerabilità del sistema discriminatorio. Come sostiene con l’incisività che gli è propria in Les damnés de la terre, il colonialismo è, per sua stessa natura, un evento manicheo; la contrapposizione binaria non rappresenta un suo carattere storico, temporaneo, ma il suo tratto distintivo. Le due polarità sociali vivono distanti, nell’annullamento di ogni intermediazione possibile; tuttavia, unica dev’essere la lingua, unica la cultura: «Rette da una logica puramente aristotelica, obbediscono al principio di esclusione reciproca: non c’è conciliazione possibile, uno dei due termini è di troppo» (Frantz Fanon, 1961, cit., 6). La società coloniale che Fanon ci rappresenta è un “mondo a scomparti, manicheo, immobile, un mondo di statue”, in cui la coscienza del colonizzato giace inerte nella gabbia dell’inferiorità.

Lavorando su questi snodi teorici e politici, Fanon definisce il senso sociodiagnostico della malattia mentale del colonizzato, e indica la cura. L’identità negata può risollevarsi, risorgere, solo ammettendo una rottura con la civiltà coloniale, solo scavalcando i confini che la trattengono. La violenza rivoluzionaria, conclude Fanon, non può negare soltanto il mondo dei bianchi, ma deve colpire lo stesso artificio linguistico e culturale per il quale il nero e il bianco esistono in contrapposizione. Se il colonialismo è sede del malessere, la liberazione è la terapia per guarire dai mali della subalternita come dalle illusioni dell’ibridismo e, infine, per riarmonizzare il colonizzato col proprio “io”: «Dopo anni d’irrealismo, dopo essersi compiaciuto dei fantasmi più stupefacenti, il colonizzato affronta finalmente le forze che gli contestavano il suo essere: quelle del colonialismo […] Il colonizzato scopre il reale e lo trasforma nel movimento della sua prassi, nel suo progetto di liberazione» (Frantz Fanon, 1961, cit., 22-23).

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