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Una festa del Vespro contro il popolo del Vespro

Nell’anno 1882 il filosofo francese Ernest Renan, durante un discorso tenuto alla Sorbona, sostenne che il territorio è un ‘principio dello spirito’ generato dalla congiunzione di passato e presente. Territorio, dunque, come benigna eredità che non smette di orientare le menti e i corpi di quanti lo abitano. Il 31 marzo di quello stesso 1882 si festeggiava in Sicilia il VI centenario del Vespro, uno degli avvenimenti più celebrati della storia popolare siciliana. A seicento anni da quegli avvenimenti, però, la storia di quei fatti ebbe a patire una radicale distorsione, con la quale si annullava anche un importante ‘principio dello spirito’ siciliano.
La particolarità del VI centenario sta nel fatto che esso cadeva alcuni anni dopo l’Unità d’Italia e, soprattutto, poco dopo la rivoluzione del Sette e Mezzo, domata nel sangue dalle baionette e dai cannoni dell’ ‘italianissimo’ generale Cadorna. Per queste ragioni il clima sociale non era dei più adatti alla rievocazione di una travolgente sollevazione popolare del passato. Tuttavia, lasciar cadere nel silenzio il centenario avrebbe alimentato ancor più il malumore dei siciliani, colpiti nel loro più apprezzato riferimento identitario. Inoltre, le classi dirigenti intuivano che l’Italia si sarebbe sicuramente giovata di un avvenimento, già mitizzato dal Romanticismo, con cui legittimare ideologicamente la formazione della nuova nazione. In questo insieme complesso di spinte popolari e di incertezze istituzionali si produsse una versione del Vespro ampiamente risemantizzata e addomesticata.
Alcune considerazioni preliminari: i processi di edificazione nazionale che hanno avuto luogo nei paesi europei a partire dal XVII secolo, si sono sempre accompagnati alla costruzione di un corpus di miti, narrazioni e rappresentazioni intorno a cui far crescere e incentivare i processi identitari delle popolazioni. Nell’Italia post-risorgimentale tale costruzione fu possibile raccogliendo in un calderone mitografico eventi e personaggi differenti, come la battaglia vittoriosa dei Comuni dell’Italia settentrionale contro il Barbarossa (1176), la Disfida di Barletta tra cavalieri italiani e francesi (1503), l’eroica resistenza dei fiorentini contro Carlo V (1529). Dentro quel contenitore di storie lo Stato unitario, incoraggiato dal vigore romantico dei dipinti di Francesco Hayez e dalla fastosità della ‘Grand Operà’ di Giuseppe Verdi, pensò di inserire anche il Vespro siciliano. L’occasione del VI centenario era ghiotta: il canone italico della resistenza allo straniero e della forza d’animo contro i nemici della nazione si sarebbe potuto arricchire delle gesta dei siciliani contro gli usurpatori angioini. Ad una condizione, però: che di quella storia si cancellasse il carattere popolare, municipale e repubblicano e se ne proponesse uno ‘nazionalistico’ e ‘risorgimentale’. Così sfigurata, quella storia poteva entrare nell’eden dei miti fondativi della nuova compagine nazionale.
La gestazione delle celebrazioni fu lunga e alquanto tormentata. Ebbe inizio nell’ottobre del 1875, allorché la giunta comunale di Palermo presieduta da Emanuele Notarbartolo decise che, come la Germania aveva avuto il suo Arminio e la Francia la sua Giovanna d’Arco, così l’Italia avrebbe potuto avvantaggiarsi di un episodio altamente simbolico che, si legge nella delibera comunale, «insegnasse al mondo come si franga un giogo straniero». Il Comune invitava quindi l’Italia sabauda ad approfittare del VI centenario includendo il Vespro tra gli emblemi simbolici del regno e della nazione tutta. Scrive a tal proposito Claudio Mancuso, in un attento studio sul centenario intitolato Il Potere del Passato e apparso nel 2012: «Era evidente, fin dall’inizio, l’intento delle autorità municipali di voler inserire una celebrazione con una forte caratterizzazione locale all’interno di una più ampia cornice nazionale e unitaria».
Le intenzioni di Notarbartolo e del Comitato promotore da lui costituito e presieduto non ebbero, però, uno sbocco pratico immediato. I timori di urtare la suscettibilità della Francia indebolivano la spinta ai festeggiamenti, tanto che per i successivi cinque anni non si diede seguito alla delibera comunale. La proposta venne rilanciata da un articolo del «Giornale di Sicilia» del 10 ottobre 1880 che denunciava il degrado e l’abbandono della chiesa di S. Spirito, in prossimità della quale il Vespro aveva avuto inizio, e l’oblio di una «importante memoria patria» da parte delle istituzioni. Lo scalpore provocato dall’articolo fu tale che si poté ricostituire il Comitato, di nuovo presieduto dal Notarbartolo e composto dal segretario garibaldino Francesco La Colla, dall’architetto Ernesto Basile, dal professor Antonino Salinas allora direttore del Museo archeologico di Palermo, e da altri esponenti della destra liberale legati al governo del filo-garibaldino Cairoli. Tuttavia, pure i lavori di questo secondo Comitato incontrarono ostacoli politici e finirono col bloccarsi.
I siciliani, infastiditi dal tira e molla, minacciavano di celebrare il Vespro in ogni caso e a modo loro, tanto che nell’agosto del 1881 il giornale «L’Amico del Popolo» annunciò: «Il popolo siciliano, con o senza l’intervento ufficiale, solennizzerà la festa del Vespro». Non solo il sentimento popolare sarebbe rimasto turbato dalla cancellazione delle celebrazioni, ma anche la piccola economia di lavoratori, artigiani e commercianti ne avrebbe avuto a soffrire; infatti, i programmi ideati dal Comitato avevano previsto lavori di rifacimento di chiese e palazzi, la costruzione di monumenti e lapidi, una esposizione industriale ed artistica, il completamento e l’inaugurazione della stazione ferroviaria. Lo scontento e la contrarietà rischiavano di rovinare la festa e, in un momento di recupero della credibilità istituzionale, ancora scossa dalla repressione del 1866, ogni indugio poteva far precipitare le cose. Un allarme fu lanciato dal periodico «La Riforma»: al fine di evitare che il movimento che si era diffuso per tutta l’isola «non trasmodasse, non prendesse quella via che potrebbe creare imbarazzi alla Nazione», occorreva che le istituzioni tornassero ad adoperarsi attivamente per preparare l’evento. Soltanto in questo modo, proseguiva il giornale, «… la nobile e altera popolazione siciliana sentirà che non è il momento di agire e protestare, ma di affermarsi come parte di quella grande famiglia italiana, che tutta sarà col pensiero e col cuore a Palermo il giorno di una festa che non è soltanto festa di Palermo, ma è festa di tutta Italia». Mai retorica fu più efficace!
Tant’è che il governo Depretis, intuito il pericolo che avrebbe rappresentato l’annullamento dei festeggiamenti, un pericolo di certo più preoccupante del risentimento francese, prese posizione in favore della celebrazione del centenario. Fu scomodato l’ormai vecchio Garibaldi a cui fu chiesto di rassicurare i siciliani; e il generale, come sempre obbediente, inviò a Palermo un esaltante messaggio di incitamento: «Nella storia del mondo, la Sicilia sola vanta un Vespro, e Palermo in onore dell’Italia intera deve festeggiare il gloriosissimo VI centenario». Si ricostituì in tutta fretta un nuovo Comitato nel quale, accanto ai soliti Notarbartolo, Basile e La Colla, vennero inseriti deputati e senatori siciliani, alcuni cittadini illustri e i direttori dei cinque giornali quotidiani che si stampavano allora nell’isola. A quel punto il Comitato fu presieduto dall’on.le Francesco Crispi, notoriamente avverso alla Francia e, per di più, accanito patrocinatore della Triplice Alleanza.
Per cominciare, il Comitato di Crispi lanciò un appello ai ‘fratelli operai’ e ai ‘fratelli lavoranti’ affinché fosse cancellata dai festeggiamenti «… ogni lontana idea di regionalismo». A sottolineare l’impronta nazionalistica che si intendeva imporre al VI centenario, il Comitato coniò una medaglia commemorativa che portava impressa su una faccia la chiesa di S. Spirito e sull’altra la giovane Italia col braccio poggiato su uno scudo con impressa la Triscele. In un comunicato ufficiale del Comitato crispino, si proponeva un ambiguo e inverosimile intreccio del Vespro con l’Unificazione italiana: «Tutta la Sicilia, riunita nella sua vecchia metropoli da cui partì sempre la prima protesta contro la servitù, festeggerà con calma e dignità le due gloriose date della sua storia: il 1282 e il 1860, l’una per cui fu salvata dall’obbrobrio straniero, l’altra che la riunì libera e per sempre alla grande patria italiana». Mai retorica fu più mistificatrice!
Di tutt’altro avviso furono i politici e gli intellettuali repubblicani, che non intendevano assistere in silenzio alla deformazione di una memoria storica così pregnante. La loro avversità alla riscrittura risorgimentale della rivoluzione siciliana li indusse a disertare i festeggiamenti e a manifestare per iscritto il loro energico dissenso. Il mazziniano Edoardo Pantano pubblicò, insieme al poeta catanese Mario Rapisardi e al filosofo repubblicano Giovanni Bovio, un libello intitolato Il Vespro e i Comuni (1882). Di fronte a quanti capovolgevano la verità storica rivendicando il ruolo ispiratore ora a Giovanni da Procida, ora alla feudalità siciliana, ora agli aragonesi, quegli intellettuali riaffermarono la natura popolare della rivoluzione; inoltre, a quanti subdolamente suggerivano che vi fosse similitudine di intenti tra il Vespro e l’Unità d’Italia ricordarono che fu il municipalismo e non l’italianismo a ispirare i rivoltosi siciliani nel 1282. In verità, a metà aprile, qualche settimana dopo la storica sollevazione, il nuovo Parlamento si era riunito per decretare la costituzione della Sicilia in Repubblica. A ulteriore prova, Pantano rammentava a tutti che il cronista medievale Bartolomeo da Neocastro, testimone oculare della rivoluzione, aveva scritto che numerosi capi-popolo, come Gualtiero da Caltagirone, per essersi opposti all’arrivo di Pietro d’Aragona «… lasciarono le loro teste sul palco». Nulla poteva far pensare, dunque, che tra il Vespro e l’Unità d’Italia vi fosse qualche continuità; era vero il contrario, se si pensa che la Chiesa romana, molte città lombarde toscane e venete e, in generale, tutta l’Italia guelfa si erano schierate dalla parte degli invasori angioini fino a rafforzarne l’esercito con le proprie milizie.
Il 20 marzo del 1882, a pochi giorni dall’inizio dei festeggiamenti, Rapisardi in una lettera a Pantano riconosceva l’impareggiabile ‘servigio’ di Michele Amari, il quale con i suoi scritti aveva «sventato opportunamente le trame di coloro che sono divenuti a un tratto e quasi per miracolo ardentissimi dell’onore italiano». Per parte sua, Pantano ammoniva che non si può privare un popolo di una «delle sue tradizioni storiche più belle, di una tradizione esclusivamente sua, non solo perché da lui ebbe origine, ma eziandio perché in lui se ne compenetra l’alto significato». Facendo propri gli insegnamenti di Michele Amari contenuti ne La Guerra del Vespro (1841), i repubblicani definirono il Vespro una grande battaglia di popolo contro il dominio straniero e la servitù politica, una battaglia combattuta innalzando la bandiera repubblicana e rilanciando l’indebolito municipalismo. Essi contrastarono ogni tentativo di far apparire il Vespro come una cospirazione di cui il popolo era stato solo uno strumento dell’aristocrazia locale e dei suoi alleati stranieri.
Infine, la prova dell’estraneità di Pietro d’Aragona alla rivoluzione siciliana la fornì lo stesso Michele Amari ne Il Racconto del Vespro, uno dei tanti libelli apparsi nei primi mesi del 1882. Amari, riportando quanto avevano dichiarato due storici catalani ed un ‘annalista d’Africa’, precisò che Pietro d’Aragona era alquanto impegnato ad allestire «… l’armata in Catalogna, quand’ebbe principio la rivoluzione siciliana. Contro chi egli s’armava? Contro Carlo d’Angiò ne siam certi anche noi; pur lo scopo immediato dell’impresa era il reame di Tunis come affermano i cronisti e come lo provano i fatti».
Alla fine dei conti, però, il popolo siciliano partecipò in massa ai festeggiamenti, che si prolungarono dal 31 marzo al 2 aprile. I cortei di gonfaloni sfilarono inneggiando per le vie e nelle piazze. Le notti palermitane furono rischiarate dai giochi pirotecnici e dalle luminarie. Entusiastica fu l’accoglienza a Garibaldi che, sebbene fosse ormai in fin di vita, comparve come una divinità alla nuova stazione ferroviaria. Lapidi commemorative furono poste nella chiesa di S. Spirito, alla Martorana, sul prospetto laterale del Palazzo del Municipio. I canottieri gareggiarono nel golfo di Palermo, i cavalieri alla Favorita, trenta orfanelle ricevettero un ‘legato di maritaggio’ dalle mani del Sindaco. Intanto, all’ombra di una così animata celebrazione, di un così acceso e forse inconsapevole entusiasmo, prendeva l’avvio un’ignobile trasfigurazione: una rivoluzione di popolo veniva degradata a congiura di palazzo, col chiaro intento di includerla nel patrimonio mitologico italiano e col risultato di sottrarre al popolo siciliano il suo più potente emblema identitario.

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