Chi di (bio)speranza campa, disperato muore! Sulla Raffineria di Gela

Dopo 4 anni dalla chiusura, Eni inaugura la green refinery. Tagli di nastri, strette di mano, baci e abbracci. E la nuova raffineria – con due anni di ritardo – è stata inaugurata.

Ovviamente per Eni è motivo di orgoglio. Quelli che oggi realizzano una raffineria che “non inquina” si contano sulle dita di una mano. E ovviamente Eni, che è avanguardia in questo campo, ha scelto la Sicilia come luogo in cui realizzare questo ambizioso progetto. Proprio a Gela, dove sorge uno dei poli di raffinazione e stoccaggio di greggio della Sicilia. Lì dove uno mostro industriale da 60 anni devasta un intero territorio.

La storia di Gela la conosciamo tutti. È la stessa della provincia di Siracusa (Augusta, Priolo, Melilli), di Milazzo e della Valle del Mela.  Negli ultimi 5 anni nella storia di Gela, però, è cambiata qualcosa. La multinazionale di Stato nel 2014 ha deciso di chiudere e mandare tutti a casa. Lo ha fatto in accordo con il Ministero dello Sviluppo Economico, la Regione siciliana, Confindustria, il comune di Gela e i sindacati Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Nel protocollo d’intesa del 6 novembre 2014 le parti si impegnavano a garantire bonifiche e la riconversione industriale per il comune della provincia di Caltanissetta. La raffineria verde doveva vedere la luce nel 2017.  La scusa usata da Eni per giustificare la chiusura è stata la riduzione dei consumi petroliferi che aveva comportato una perdita – dal 2009 al 2014 – di oltre 2 miliardi di euro. Così Eni si apprestava a investire 2,2 miliardi per il rilancio industriale dell’area.

Già dal protocollo si poteva subito capire che questa della raffineria verde e delle bonifiche era il classico specchietto per le allodole. Su 2,2 miliardi di investimenti solo 220 milioni sono stati destinati in opere di bonifica (tutte ancora da accertare). Tutto il resto in un piano di sviluppo industriale che dà tutta l’impressione di essere tarato solo sui progetti di Eni per il gas del canale di Sicilia. Un piano per far diventare Gela un mega hub del gas. Nel protocollo non si parla, infatti, solo di raffineria verde. Buona parte si concentra sulle attività relative al business upstream. Il tema viene introdotto in una parte del protocollo che riporta: 《All’attività della Green Refinery sarà associato un moderno polo logistico (Hub) per la spedizione dei greggi di produzione locale e dei prodotti green》. Gli investimenti previsti erano 1.800 milioni di euro, l’82% degli investimenti totali di Eni nel piano di sviluppo industriale post 2014. Attività esplorativa ed estrazione di gas naturale dai giacimenti già presenti “Argo” e “Cassiopea”. In più, in programma, nuovi impianti di perforazione a terra e in mare, quindi il progetto “offshore Ibleo” presentato da Eni nel 2014.

Hanno soltanto trasformato la raffineria di petrolio in una raffineria di olio e gas. Sarà comunque una base logistica per far arrivare il gas naturale dalle piattaforme nel canale di Sicilia e farci il metano da immettere nella rete. Correlata, ci mettono la raffinazione di oli vegetali per dire che fanno bio carburante e green diesel.
Eni lo sa fare bene il gioco della mistificazione. Continuano a dire che investono in ricerca per le tecnologie bio e per la produzione di energia da fonti rinnovabili e che lo fanno per dare un contributo importante al green new deal. Vogliono far credere che smetteranno di usare fonti fossili e di inquinare. La realtà, però, è ben diversa ed è comprensibile anche per i meno attenti.

Tutto quello che hanno fatto a Gela lo stanno spacciando per rivoluzione verde. Come se fosse una grande occasione per la cittadina. Grazie a questo progetto, dopo anni di devastazione, il comune (e tutta l’area) dovrebbe rinascere.
Nella sostanza, però, sta solo procedendo – anche se con un po’ di ritardo – il progetto predatorio di Eni nel mare della Sicilia. Un progetto che non prevede minimamente le bonifiche e che vede Gela come snodo fondamentale.

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