gaetano armao

La Sicilia può stare tranquilla. C’è una faccia nuova: Gaetano Armao.

lanfranco caminiti

Pare che per un momento – solo per un momento – abbia perduto il suo naturale aplomb e abbia lasciato trapelare una qualche emozione, forse un po’ di commozione. È stato quando il Movimento Nazionale Siciliano gli ha chiesto la disponibilità a presentarsi come presidente della Regione. Non si è neanche schermito più di tanto e in un sussurro ha detto: «Accetto». E lì, il Movimento Nazionale Siciliano tutto – che sarebbe nientepocodimeno che la fusione di tre, dico tre, organizzazioni politiche siciliane, e cioè nell’ordine: Sicilia Nazione, il Fronte Nazionale Siciliano e il Movimento per l’indipendenza della Sicilia –, è stato lì che il Movimento trino come un solo uomo ha urlato: Evviva, abbiamo la faccia.
Perché la faccia per adesso è tutto, diciamolo. Dato che per quanto riguarda un qualche straccio di programma bisognerà aspettare. Così dice la nota del Movimento: «Nelle prossime settimane verrà pubblicata la proposta di Carta Programmatica…». Per intanto, accontentavi della faccia.
Anche perché si insiste sulla “novità” della cosa. Citiamo: «Occorre archiviare il vecchio ceto politico». Ah beh, è per questo che volete rifilarci Armao? Perché è una faccia “nuova”?
Gaetano Armao ha un curriculum vitae che ci vuole una mattinata per leggerlo tutto. Fin da quando aveva i calzoni corti colleziona compulsivamente cattedre, incarichi, consulenze, oltre a svolgere la sua attività professionale e la sua docenza universitaria. Tra il 2005 e il 2009 è anche Console del Belize, uno staterello di trecentomila abitanti nel Centramerica. Qualche maligno ha scritto che la carica gli serviva per poter avere sempre sotto casa il parcheggio riservato, ma è davvero una sciocchezza; solo chi non conosce il senso british di Gaetano Armao (vestiti di buon taglio sartoriale, camicie su misura, cravatte regimental), e quindi quanto gli potesse andare fit quell’incarico, dato che il Belize era una colonia britannica e l’inglese è la lingua ufficiale, può avanzare simili malignità. Ma quanto alla politica, non è certo di primo pelo. Nel giugno 2009 è componente del Governo regionale siciliano nel quale assume la carica di Assessore alla Presidenza con delega alla Protezione Civile e alla Programmazione, e a luglio anche Assessore ai Beni Culturali e alla Pubblica Istruzione. Da gennaio 2010 assume la delega per i Beni Culturali e dell’Identità Siciliana. Da ottobre è riconfermato componente del Governo regionale assumendo la carica di Assessore per l’Economia, con delega alla Programmazione. Non sono incarichi, questi, come la consolatura del Belize. Al di là del giudizio che se ne può dare – non è qui il caso, proprio per non essere spicci – l’esperienza nel governo Lombardo, con tutti gli ammennicoli che ne sono derivati (per tutti: la controversa questione delle due parti in commedia in un sostanzioso contenzioso tra la Regione e privati, ma anche qui non approfondiamo), non è propriamente un incarico politico di poca storia.
È vero, Armao aveva fatto della tecnicità la sua cifra di impegno istituzionale. Che fosse un qualche ministero a chiederne le competenze o un ente o il governo regionale, lui era un tecnico che offriva i suoi giudizi e arbitrati. È sulla base di questa discontinuità – tecnico prima, politico impegnato sulla Sicilia ora – che Armao potrebbe rivendicare la sua non filiazione con il “vecchio ceto politico”. Quello da archiviare. Ma ci sembra una cosa che non sta in piedi, no? Una concessione all’antipolitica demagogica. Che c’è di male a rivendicare la propria biografia politica? Bisogna essere per forza “nuovi”?
Così, peraltro, si potrebbe dire del portavoce di Sicilia Nazione, di cui sinora Armao era la faccia più rappresentativa, Rino Piscitello. Figlio d’arte (il padre era parlamentare del Partito comunista), Piscitello ha attraversato diversi schieramenti, e è stato eletto alla Camera per quattro legislature. Dopodiche, alla veneranda età di 48 anni, se n’è andato in pensione a 7.958 euro al mese. È la legge, certo. Da pensionato del ceto politico, Piscitello anche vuole “archiviare il vecchio ceto politico”? Sia chiaro, Piscitello, come Armao, ha tutto il diritto di impegnarsi nell’agone politico – chi siamo noi per giudicare? Quello che ci sembra ridondante, e un po’ fuori luogo, è sottolineare – una concessione allo “spirito del tempo” – la “faccia nuova”. Parliamo di politica, piuttosto, no?
Ecco, per l’appunto, di fronte all’improvvisa fibrillazione che attraversa vari movimenti indipendentisti (autonomisti, federalisti) siciliani in vista delle vicine elezioni regionali, ci sembra necessario sottolineare alcune cose.
La prima: c’è un vasto repertorio di luoghi comuni sulla condizione dell’isola (isola fertilissima e ricchissima condannata a uno stato miserevole dalla colonizzazione italiana o a fungere da appezzamento militare per gli interessi della geopolitica) e anche su alcune questioni dirimenti (il contenzioso con lo Stato sul gettito fiscale, a esempio) o su alcune soluzioni in prospettiva (la fiscalità di vantaggio, a esempio, o una doppia moneta a corso regionale). Fosse per queste cose, si dovrebbe avere un movimento di indipendenza vasto, articolato, numeroso, compatto. Invece, così non è, e la frantumazione regna sovrana, cosa non certo riconducibile (anche, un po’) solo a gretti personalismi e all’eccesso di primedonne.
La seconda: la frantumazione del movimento di indipendenza siciliana è dovuta alle sottili e imperscrutabili eppure sostanziali differenze tra chi immagina un percorso non immediato, e chi invece strepita che (“se non ora quando”) dobbiamo batterci per l’indipendenza subito? Io direi: neanche per idea. È un convincimento diffusamente condiviso – e non solo per lo stato dell’arte della coscienza sociale e popolare – che il percorso verso l’indipendenza è fatto di passaggi politici, istituzionali anche, e non avviene all’ora X del giorno Y dell’anno W. Questo percorso trova la sua misura soprattutto nella crescita di un movimento popolare e di una classe dirigente in grado non solo di condurre all’indipendenza ma di governarla. E non è cosa di un giorno, immaginare quale economia, quale modello di sviluppo, quale collocazione internazionale, quale forma di esercizio della democrazia. Perciò, non sta qui – tra chi vuole andare, cautamente ma fermamente, con i piedi di piombo e chi vuole correre, generosamente ma frettolosamente, sulle ali della fantasia – la differenza.
La terza: la vera questione è l’azione politica. Sta qui il nodo delle cose. Un movimento politico è azione politica, cos’altro? Senza azione politica, si possono produrre analisi interessanti, considerazioni intelligenti, proposte di rigore scientifico, commoventi declamatorie, conferenze-stampa suggestive, ma non si smuove una pietruzza. Un movimento di massa è azione politica di massa. È articolazione di questa: sul piano della lotta e dell’organizzazione sindacale, sul piano della lotta e dell’organizzazione sociale, sul piano dei bisogni, delle esigenze, dei desideri. È articolazione degli strumenti: dalla raccolta di firme a uno sciopero, da una petizione pubblica a un blocco stradale, da un comunicato-stampa a una manifestazione militante.
La consapevolezza sociale di essere “capacità costituente” di un nuovo ordine passa attraverso l’impadronirsi e la pratica dentro i territori dell’esercizio della democrazia, del potere, della forza. È qui, anche, che si costruisce nuova classe dirigente.

Ecco. A noi è questo che interessa: partecipare alla costituzione di un movimento di massa che agisca politicamente per l’indipendenza della Sicilia. Qualcuno vuole presentarsi alle elezioni? Va bene. Qualcuno vuole fare il candidato indipendente per farsi eleggere all’Ars? Va bene.
Ma a noi questo sembra solo una parte – e neanche la più importante, neanche la più produttiva – del percorso dell’indipendenza. Senza movimento sociale non si dà indipendenza. E una tornata elettorale non è un movimento sociale.
Ci si taccia di essere estremisti – l’estremismo sembra la patologia che più ossessiona negativamente l’uno e trino Movimento Nazionale Siciliano – per questo? Suvvia, non avete idea di quanto noi si possa essere radicali.
Comunque, facciamo i nostri auguri a Gaetano Armao. E si tenga la sua faccia, non c’è bisogno di rinnovarla. Bene o male, è quella che si ritrova.

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