referendum catalogna

Referendum Catalogna: istruzioni per l’uso.

È singolare che le preoccupazioni che da più parti si esprimono sul referendum in Catalogna e sugli imprevedibili esiti di una tale consultazione laddove vincesse il SI all’indipendenza dalla Spagna – e cioè che in tal modo si innescherebbe e rafforzerebbe un processo disgregativo dell’Europa faticosamente costruita, dando fiato a pericolosi nazionalismi – non abbiano trovato quasi mai luogo quando questa disgregazione reale ha avuto luogo all’Est.
È una considerazione di natura geo-politica, questa, certo. Se si guarda una cartina dell’Europa politica prima della caduta del muro di Berlino nell’89 e la si confronta con una di adesso, non può non colpire la “nascita” di nuove nazioni, quelle che la “dottrina Rumsfeld” durante il governo W. Bush considerava la “nuova Europa”, fresca e dinamica e speranzosa di libertà, contrapposta alla “vecchia Europa”, languida e in declino: la Cecoslovacchia si è spezzata in una Repubblica ceca e in una Slovacchia, c’è adesso l’Ucraina e anche la Georgia, c’è la Moldavia, c’è la Macedonia, c’è la Slovenia, la Croazia, la Bosnia-Montenegro, la Serbia, in quel sanguinoso processo di disgregazione della Jugoslavia le cui ferite ancora sono aperte. C’è il Kosovo.
Il 22 luglio 2010 la Corte internazionale di giustizia ha emanato il parere consultivo riguardante la dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 17 febbraio 2008. Come noto, la richiesta era stata sottoposta alla Corte dall’Assemblea generale nell’ottobre 2008 a fronte del pressing diplomatico portato dalla Serbia in Assemblea per fare sì che la Corte potesse pronunciarsi su una delle principali questioni giuridiche legate alla controversia sullo status della ex provincia iugoslava. Il quesito posto dall’Assemblea con la risoluzione 63/3 era se la dichiarazione di indipendenza delle “autorità provvisorie di auto-governo” del Kosovo (Provisional Institutions of Self-Government – PISG) fosse conforme al diritto internazionale.
La Corte innanzitutto si chiede se la dichiarazione di indipendenza violi il diritto internazionale generale. Riferendosi alla prassi più datata e a quella più recente, essa valuta che durante il periodo coloniale il diritto alla auto-determinazione aveva portato all’emergere di un “diritto all’indipendenza”, mentre per quanto riguarda i contesti extra coloniali nulla indicherebbe l’emergere di una regola di interdizione di tali atti. La Corte esamina anche l’incidenza del principio dell’integrità territoriale, definendolo, con specifico riferimento all’art. 2, par. 4 della Carta, alla Dichiarazione del 1970 sulle relazioni amichevoli tra Stati e all’Atto finale della Conferenza di Helsinki del 1975, come “an important part of the international legal order”, ma la cui portata si esaurirebbe all’ambito delle relazioni tra Stati. In conclusione, secondo la Corte, non esisterebbe nessun divieto applicabile alla promulgazione di dichiarazioni di indipendenza, con la conseguenza che la dichiarazione del 17 febbraio 2008 non sarebbe in violazione del diritto internazionale generale [fonte: Il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia sulla dichiarazione di indipendenza del Kosovo, di Enrico Milano].
Per quanto la strada scelta dalla Corte sia stata quella di esprimersi non sulla conformità di un diritto alla secessione ma se la dichiarazione di indipendenza rappresenti una violazione del diritto internazionale, sembra rilevante l’affermazione che il “principio di territorialità” si esaurisce nel rapporto tra Stati, è cioè un divieto a che un qualunque Stato minacci l’integrità territoriale di un altro, ma non ha un significato assoluto all’interno di uno stesso Stato.
Se la Spagna e il governo Rajoy presentassero analoga richiesta alla Corte internazionale di giustizia, è difficile perciò credere che l’esito di un parere su una dichiarazione di indipendenza della Catalogna possa essere difforme da quello sul Kosovo. E non si capirebbe perché il diritto possa avere una valenza sull’Europa di là e un’altra sull’Europa di qua. A meno di considerazioni di carattere geo-politico, appunto, e cioè della disgregazione dell’Europa.
Ora, in Catalogna in quel complesso e articolato movimento di sostegno al referendum non ha mai attecchito l’opinione che questo percorso sia la manifestazione di una volontà di distacco dall’Europa politica, anzi. Semmai, è il contrario: chi sostiene il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza della Catalogna dalla Spagna sostiene contemporaneamente l’esigenza di “ricontrattare” il rapporto con Bruxelles. E per quanto Bruxelles abbia, sin dall’inizio, posto una serie di difficoltà giuridiche a questa possibilità, in Catalogna si dice esplicitamente che tutti i vincoli e le manovre che sarebbero necessari sono in fin dei conti abbastanza semplicemente superabili. Sia così semplice o, invece, complicato, resta il fatto che queste dichiarazioni indicano la precisa volontà in Catalogna di “rimanere” parte – o di configurarsi come “nuova” parte – dell’Europa politica. Sono, anzi, convinti che una trattativa “alla pari” porterebbe alla Catalogna solo che benefici, non dovendo passare per le strettoie centraliste, e sottostanti a logiche “nazionali” che quindi penalizzano aree e regioni, dello Stato centrale spagnolo. Sarà pure un ragionamento “egoista” e di “interesse particolare”, ma quello che conta qui è che la Catalogna vuole l’Europa.
Analoga situazione si era creata in Scozia, dove da tempo si agitano richieste di indipendenza e autonomia dalla Gran Bretagna: dopo la Brexit, in Scozia le dichiarazioni dei leader indipendentisti erano per “mantenere” o “riformulare” i rapporti con Bruxelles, non per spezzarli. La Scozia era contraria alla Brexit, e le votazioni videro un prevalere dei NO, dei Remain: non si capiva perciò perché avrebbero dovuto ritenersi vincolati a un voto che nella loro regione era stato chiaro: vogliamo rimanere in Europa. Un’Europa diversa non solo da quella attuale (verticista e economicista) ma anche da quella fondata negli anni immediati al dopoguerra, ancora basata sugli Stati-nazione e quando si trattava anche di costruire un’area che facesse da “muro” all’Est.
In un clima così surriscaldato – spazio aereo chiuso, militari alla fonda nel porto pronti a intervenire, minacce muscolari – un referendum ha assunto toni e caratteri ultimativi, e non è facile dire se il risultato, qualunque esso sia, non abbia con sé una prevalenza di sentimenti (anche di timori e paure) piuttosto che di razionale espressione. Sarebbe stato meglio, per tutti, se il referendum avesse avuto luogo in un clima di opposti convincimenti, e basta. Il governo centrale di Rajoy ha scelto la mano pesante.
La questione si è spostata perciò sulla forza, sul potere. Anche perché e le argomentazioni giuridiche (violazione di principi costituzionali) e quelle geo-politiche (la disgregazione dell’Europa) non hanno proprio alcuna verità. E la forza dei catalani sta ora tutta nel potersi esprimere attraverso il voto su un referendum.
Vediamo cosa succederà.
Perché a noi, in Sicilia, tutto questo interessa, eccome.

 

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