piove

Piove, governo coloniale!

Solo cinque ore di pioggia e i corvi del colonialismo sono tornati alla carica. Cinque ore, per ricominciare con la litania della Sicilia irregolare, colpevole della sua rovina, delinquenziale, abusiva. Uno Stato accusatore, che deposita fiori avvelenati sulle tombe di tredici innocenti morti per colpa sua. I politici italiani, scimmiottati da quelli locali e dai grilli parlanti di televisione e stampa, stanno facendosi in quattro per gettare la responsabilità addosso agli abusivi. Sono loro, ci dicono, i colpevoli di tanto disastro; prima hanno costruito e ora si oppongono alla demolizione. Sarà vero? È un’infamia, una menzogna coloniale? È un marchio da imprimere a un popolo che si vuol continuare a sottomettere?
Diciamolo subito. Ogni anno i siciliani commettono all’incirca 4000 abusi edilizi. Di questi, più della metà sono case abusive. La Sicilia è la regione col maggior numero di unità abitative irregolari: in totale, si sfiorano le 200.000 abitazioni, quasi il 10% dell’intero patrimonio immobiliare. In pratica, si tratta di una vera e propria metropoli abusiva, disseminata sul territorio. L’abusivismo è cresciuto per svariate ragioni, ma le sue balie sono la crisi dell’edilizia e il dissesto delle amministrazioni locali.
Nell’ultimo decennio in Sicilia hanno chiuso i battenti cinquemila imprese edili piccole e medie, con la perdita di 73.216 posti di lavoro. Al loro posto sono apparse, con la complicità dei nostri impareggiabili rappresentanti politici, grandi imprese come l’Impregilo, l’Ansaldo Costruzioni, la ITA di Ravenna, Condotte e tante altre. Al posto delle case, quelle imprese ci regalano le “grandi opere”: la Taormina del G8, i grossi impianti sportivi, i tram, le metropolitane, gli aeroporti, i centri commerciali, fino ai cimiteri (come dimostra la vicenda giudiziaria della Ravennate). Tutto fanno. Ma case nisba.
In un simile scenario si alimenta l’abusivismo. La mancanza di case crea, giocoforza, occupazioni e abusivismo. La metropoli abusiva, che si sfarina sotto la pioggia, che sprofonda nel fango, è lo spazio abitativo popolare. Verrebbe da pensare che questa metropoli sia non già combattuta o sopportata ma progettata e costruita.
Il secondo ispiratore dell’abusivismo è lo Stato, la sua legislazione coloniale, il suo modello di sviluppo economico. Ecco come affronta la questione delle demolizioni. Il DPR 380/2001 afferma che a pagare le spese della demolizione dev’essere il proprietario dell’immobile. Lo stesso decreto, però, assegna ai Comuni la cura della maggior parte delle demolizioni; il Comune deve accertare l’abuso, denunciarlo, organizzare la demolizione, farla eseguire. Quando il proprietario si opponesse, il Comune sarebbe chiamato a liquidare i costi alle imprese demolitrici, salvo futura rivalsa sul proprietario. Un carico economico che, com’è facile capire, i Comuni, soprattutto quelli siciliani, non sono in grado di sostenere. Per ovviare a queste difficoltà il 2 ottobre dell’anno scorso si è istituito per decreto un fondo di 40 milioni con cui il Ministero delle Infrastrutture dovrebbe finanziare le demolizioni in Italia. Un fondo di questa consistenza non basta neppure per “ripulire” la Sicilia delle sue 200.000 abitazioni abusive.
In aggiunta, i Comuni hanno già difficoltà a far fronte all’ordinario, una paralisi che nemmeno i sagaci commissari del Ministro degli Interni riescono ad affrontare. Una sorta di fermo biologico è. Dei 390 Comuni siciliani, 150 sono commissariati (18 nell’agrigentino,12 nel nisseno, 19 nel catanese, 8 nell’ennese, 35 nel messinese, 35 nel palermitano, 5 nel ragusano, 10 nel siracusano e 8 nel trapanese). Certo, non sarà facile per i Comuni trovare i soldi e i mezzi per le demolizioni; quest’anno, i 390 Comuni siciliani hanno ricevuto dallo Stato un finanziamento di 500 milioni di euro, di cui per altro ne hanno visti solo 215. I dissesti di bilancio seguiti alla riduzione dei finanziamenti statali, si sono tradotti in Sicilia nel blocco amministrativo e contabile. I comuni più colpiti nell’isola sono compresi nelle provincie di Palermo e di Messina, in un’area particolarmente fragile del territorio, con le montagne che bruciano in estate e scivolano a valle d’inverno. Tanto fragile che ci sono morte due famiglie, ieri a Casteldaccia, trentasette persone, l’altro ieri a Giampilieri.
Complice del disastro è anche la Regione Siciliana, che manca di piano urbanistico, non manda avanti la bonifica del territorio, si oppone alla riforma del sistema delle opere pubbliche, non è in grado di recuperare fondi da destinare al dissesto territoriale. Si occupa d’altro la Regione: l’assessore Cordaro, per fare un esempio, propone di spillare soldi dalle tasche degli abusivi con una sanatoria, e lucrare così sul dissesto ambientale. Più sommessamente Musumeci promette «non si possono abbattere tutte le abitazioni abusive, bisogna trovare altre vie». A concludere la sua opera meritoria, la Regione mentre con una mano cancella, spesso appoggiandosi al bastone dell’antimafia, medie e piccole imprese locali, con l’altra chiama le imprese del Nord a completare l’opera di distruzione territoriale che è sotto gli occhi di tutti noi.
Insomma: c’è chi se la piglia coi cambiamenti climatici, chi con la mano di dio, chi con la nostra atavica sfiga. I colonizzatori di tutte le risme se la prendono con gli abusivi. Noi, quelli della metropoli abusiva, occupata e colonizzata, ce la prendiamo con un modello di sviluppo che sempre più spesso ci condanna a morte.

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