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Parole poche, dopo il voto al Sud e in Sicilia.

Anche questa campagna elettorale è arrivata alla conclusione. Il risultato che ne è uscito fuori ci dice che la riforma elettorale scritta da Rosato e votata da centro-sinistra e centro-destra ha portato al risultato sperato: impedire al Movimento Cinque Stelle di avere le maggioranza per governare. A questo punto però si apre un’altra fase che, per gli attori in campo, sarà molto più complessa e logorante di quella appena terminata.
Ma se questa tornata elettorale da un lato ci lascia molti interrogativi sulla formazione del prossimo governo, dall’altro dà anche una certezza: la disfatta al sud dei partiti che per tutta la seconda Repubblica hanno spadroneggiato e gestito l’impoverimento del meridione. E se alle elezioni regionali il centro-destra se l’è cavata – aiutato da chi aveva scelto di non votare e quindi di non votare neanche cinque stelle – a questo giro non c’è stata partita.
In Sicilia abbiamo praticamente assistito alla scomparsa del centro-sinistra e quindi del Partito Democratico e ad una bruciante sconfitta di Forza Italia, proprio nella regione feudo del Cavaliere e dello storico 61 a 0 alle politiche 2001. È il risultato forse più eclatante ed emblematico di queste elezioni politiche. Emblematico e rappresentativo di un Sud che nel voto al M5S ha riversato l’odio nei confronti di una casta politica che per decenni si è presa gioco dei meridionali, generando prima le diseguaglianze economico-sociali e ha additato dopo ai meridionali l’appellativo di sfaticati nullafacenti. Emblematico anche rispetto al profondo Nord produttivo dove, non con lo stesso distacco, il risultato è invertito. Segnale questo di un’evidente lontananza di interessi e obiettivi di due aree lontanissime tra loro, sia dal punto di vista geografico che sociale ed economico.
In Piemonte, Lombardia e Veneto la preferenza è stata espressa nei confronti di una forza politica che ha concentrato la campagna elettorale su flat tax e sicurezza. Un voto dunque a difesa di un tessuto produttivo “virtuoso” formatosi negli anni – anche grazie alle politiche del “prima il nord” della lega – e proiettato nel mercato europeo della grande distribuzione.
Al Sud invece il voto prende le sembianze di voglia di riscatto sociale diffuso, di miglioramento di quelle condizioni di vita che oggi parlano di disoccupazione, distruzione del territorio ed emigrazione di massa. La Sicilia, dove si registra il più alto tasso di astensione, in particolare è la terra che conta i più alti tassi di disoccupazione (soprattutto quella giovanile), emigrazione, dispersione scolastica e impossibilità di accesso alla sanità pubblica. Qui la propaganda cinque stelle è riuscita a raccogliere le istanze dell’insoddisfazione di tanti, ma soprattutto di giovani precari e poveri. Forse perché basata per certi aspetti sull’eliminazione delle riforme cardine del passato governo: jobs act e buona scuola, e per altri, invece, su proposte come il reddito di cittadinanza, già da tempo cavallo di battaglia del M5S. I numeri parlano chiaro: i cinquestelle sbancano nella fascia di età che va dai 18 ai 44 anni con delle percentuali che vanno dal 40 al 44%. E raccoglie i voti del 30% dei laureati e del 37% dei diplomati. Tra i disoccupati, invece, il 50% e tra i precari il 40.
Insomma un voto che dice tanto, che fa tornare a parlare di Sud in un periodo storico in cui nessuno ne parla se non quando ne deve parlare male. C’è chi vorrà continuare a fare speculazione sul Sud e non escludiamo che in futuro a farlo sarà anche il M5S. In tanti continueranno a descrivere il Sud come la terra della mafia o, come hanno fatto alcuni analisti all’indomani del voto, di chi dallo stato vuole solo assistenza e per questo ha votato i cinque stelle del reddito di cittadinanza. Si continuerà a parlare di un Sud parassita. Nel frattempo però sta riaffermandosi una questione meridionale e questa volta potrebbe non raccontare di un sud succube alle logiche della politica tradizionale. Potrebbe essere un Sud che si fa spazio e che dalla politica tradizionale rivendica indipendenza.
Noi, intanto, faremo la nostra parte, che è quella di chi si batte sui luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle piazze, contro la devastazione e la militarizzazione dei territori, contro l’immiserimento dei livelli di vita e delle relazioni sociali, contro la precarizzazione, contro ogni razzismo e ogni discriminazione. Noi continueremo a fare la nostra parte, che è quella di chi si batte per la liberazione dai sistemi di produzione del capitale, per l’estinzione dello stato, per l’indipendenza della nostra Sicilia.

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