O indipendenti o schiavi.

La catastrofe bellica abbattutasi sulla Sicilia tra il 1942 e il 1943, i micidiali raid della RAF, i bombardamenti a tappeto nelle città e nei paesi, portarono un gran numero di contadini, braccianti, operai, abitanti poveri dei quartieri urbani ad unirsi in un grande e variegato movimento politico di protesta. All’interno di esso l’indipendentismo ricoprì un ruolo di primo piano, trovando sponde politiche tra i liberali, i socialisti e i comunisti cresciuti dentro una crisi sociale, politica ed economica caratterizzata dalla chiusura degli sbocchi di mercato, dalla scarsità di risorse e dalle durissime condizioni del lavoro operaio e contadino.
L’indipendentismo divampò tra il ’42 e il 46, agevolato dall’indole antifascista e antimilitarista di moltissimi siciliani. I braccianti, insieme ai contadini che di lì a poco avrebbero aperto una nuova stagione di occupazione delle terre, erano afflitti dalle gravose leggi sull’ammasso del grano, dall’arroganza dei latifondisti, dalla rendita fondiaria predatoria, dai danneggiamenti provocati dalle operazioni militari dei tedeschi e degli “alleati” angloamericani. Nei quartieri urbani, invece, la gente si ribellava contro l’estrema miseria indotta dall’economia di guerra, dalle epidemie, dalla malnutrizione. Su questa base economica e sociale l’indipendentismo si sviluppava con forza sempre maggiore.
A far crescere ulteriormente il movimento fu la dura opposizione alla chiamata alle armi di molti giovani siciliani, che di lì a poco sarebbero confluiti nel movimento spontaneo e popolare conosciuto come “Movimento Non si parte”. Questa volta, dicevano i militanti, se una guerra sarà necessaria, sarà quella contro i padroni e gli sfruttatori! Molti di loro si diedero alla macchia per sfuggire al carcere, organizzandosi in “bande” di ribelli. Furono affiancati dai reduci i quali, in opposizione al governo nazionale e alla sua guerra imperialistica, decisero di militare nelle fila del movimento per l’Indipendenza.
Come sostiene Antonello Battaglia in Separatismo siciliano, i documenti militari (2015) «Il conflitto continuava a devastare città e campagne e i bombardamenti acuivano disagio e miseria. Le strade erano difficilmente transitabili e le banchine portuali inservibili. La produzione agricola, principale mezzo di sostentamento, aveva subito un brusco arresto a causa del prolungato stato di abbandono dei terreni e le autorità anglo-americane – nonostante fossero state sollecitate da diverse commissioni composte da impresari agricoli – non si occupavano della produzione e dello smercio degli agrumi. La pesca era proibita a causa del conflitto, il commercio paralizzato e la produzione industriale, peraltro già esigua nel periodo prebellico, del tutto inesistente».
Nella prima metà degli anni ’40 lo scontro sociale fu particolarmente aspro: venivano prese d’assalto le prefetture e le caserme dei carabinieri, venivano ostacolati i movimenti dell’esercito fascista, occupate le terre incolte e i municipi. Alcune comunità, tra cui Piana degli Albanesi, Comiso e Palazzo Adriano, si autoproclamarono repubbliche indipendenti. In quegli anni, la parte più consapevole del popolo siciliano si rivoltò contro la guerra, il fascismo e ogni forma di oppressione. Fonti del Ministero degli Interni segnalavano la presenza di 480.000 iscritti al Movimento Indipendentista Siciliano; un dato che, per quanto verosimilmente gonfiato allo scopo di sciogliere le briglia alla repressione, si limitava comunque a segnalare il numero degli iscritti al MIS; nessun riferimento al gran numero di simpatizzanti e di militanti in altre organizzazioni.
Lo Stato italiano, forte degli appoggi internazionali, attuò in Sicilia una politica repressiva spietata, inaugurata dalla Strage del Pane (19 ottobre 1944), seguita poco dopo dall’uccisione di un giovane catanese che manifestava contro la guerra (11 dicembre 1944). L’anno successivo si contarono decine di morti, centinaia di feriti, migliaia di prigionieri. Nell’estate si consumò la strage di Murazzu Ruttu (17 giugno 1945), in cui perse la vita, tra gli altri, il comandante Canepa. Con quella strage fu tolta di mezzo l’ala più genuina dell’indipendentismo, che si batteva contro la deriva autonomistica. Il governo italiano, proseguendo l’opera di Mussolini che considerava la Sicilia “l’ultima colonia rimasta dell’impero italiano”, mise fuorilegge l’indipendentismo e fece chiudere le sue sedi con la forza; dopo aver assaltato e distrutto la sede catanese del movimento, la polizia devastò quella palermitana a Palazzo Villarosa. La repressione proseguì con l’arresto dei principali esponenti del movimento, esiliati a Ponza nell’ottobre del 1945. L’Alto Commissario Salvatore Aldisio e l’ispettore di PS Ettore Messana, incoraggiati dalle scelte politiche seguite agli accordi di Yalta, scatenarono una repressione senza precedenti. Gli arresti, le torture, le esecuzioni sommarie andarono avanti senza sosta; con l’alibi della caccia al banditismo, i carabinieri sparavano a vista su ogni persona sospetta.
Le misure controrivoluzionarie, tuttavia, si dimostrarono insufficienti; gli attacchi e i sabotaggi ad opera dei siciliani indipendentisti proseguirono. L’EVIS di Turri II (Concetto Gallo) si riorganizzava nei pressi di Caltagirone, formazioni combattenti nascevano in altre zone dell’isola e alcune bande di briganti si univano al movimento politico. Il governo comprese che per vincere occorreva spaccare il movimento, creare contraddizioni al suo interno, disorientare i militanti, spingerli sul versante della legalità e delle istituzioni. L’occasione venne con la “concessione” dello Statuto Autonomo (15 maggio 1946), redatto da una Consulta composta da politici dei partiti nazionali, banchieri, ispettori governativi, e fortemente patrocinato dal commissario Aldisio. I capi indipendentisti vennero liberati; fu concessa una finta amnistia, che in moltissimi casi significò l’espatrio forzato per i detenuti indipendentisti irriducibili. I vertici del Movimento mutarono strategia e non sono poche le testimonianze dirette sui loro cedimenti al ricatto autonomista. Nel giro di pochi mesi il sogno dell’Indipendenza si trasformò nell’incubo dell’autonomismo, che poneva definitivamente la Sicilia sotto il tallone dello Stato italiano. Come scrive Marcello Cimino in Storia del separatismo siciliano (1966): «La liberazione dal confino di Finocchiaro, Varvaro e Restuccia segnò una svolta nella storia del movimento indipendentista: la fine della fase romantica, e della tensione prerivoluzionaria, il rientro nella legalità e nel clima elettorale».
Le spaccature interne al campo indipendentista, a quel punto, si fecero insanabili. La sezione palermitana capeggiata dal monarco-separatista Lucio Tasca, avviava trattative segrete con la monarchia dei Savoia – gli stessi Savoia del 1860 – sacrificando l’indipendenza sull’altare di un improbabile Regno di Sicilia a guida piemontese. Il catanese Carcaci, per quanto contrario all’ipotesi monarchica, definiva “senza scopo né prospettiva” lo scetticismo con cui molti indipendentisti avevano accolto lo Statuto. Una parte consistente del movimento popolare continuò a credere e a battersi per l’Indipendenza; ma il danno ormai era fatto! Un primo segnale di disorientamento si manifestò già alle votazioni per l’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946, quando la base popolare del movimento rispose in modo disinteressato e disomogeneo. Dopo un triennio nel quale gli indipendentisti avevano dominato la scena politica, aveva inizio un declino che trovò il proprio fondamento nella deviazione revisionistica e nelle tentazioni istituzionali.
Dietro uno Statuto traboccante di paroloni, belle intenzioni, promesse che nessun politico si sarebbe sognato di portare mai all’incasso, si nascondevano i becchini dell’indipendentismo. L’Autonomia si rivelò presto una gigantesca trappola per l’intero popolo siciliano e, in particolare, per le centinaia di leali separatisti. Sbandierare ancora oggi le astratte virtù di quello Statuto rende complici della più grande truffa orchestrata contro la “colonia” siciliana. Se una “virtù” ha avuto lo Statuto autonomo, questa è stata la costruzione di un ceto politico corrotto, imbelle, prezzolato e di una burocrazia che perfino il moderato consultore Ramirez definiva “pletorica, assunta con criteri paternalistici, priva di qualità morali e tecniche”.
A prova del ruolo devastante di quel passaggio politico basta mettere a confronto alcuni dati elettorali. Alle prime elezioni regionali dell’aprile del 1947 il MIS, che avrebbe dovuto lucrare sulla conquistata Autonomia, si fermò all’8,8% e guadagnò appena 8 seggi su 50. Le elezioni politiche dell’anno successivo andarono anche peggio: l’Unione dei Movimenti Federalisti, di cui Finocchiaro Aprile era capolista, prese il 2,1% dei voti e nessun seggio. Tre anni dopo, alle regionali del 3 giugno 1951, il MIS tirò le cuoia con un sonoro 0,0%.
Da quel momento, l’indipendentismo parve scomparso; l’abbraccio dell’autonomismo si dimostrò mortale. Solo lo Stato italiano uscì vittorioso da tutta la vicenda. Per la Democrazia Cristiana e per i suoi scagnozzi locali si apriva un lungo periodo di incontrastato dominio; se si esclude la breve stagione del “milazzismo” (dal 1958 al 1960), il settantennio post-bellico fu tutto nelle mani di quanti hanno calpestato i diritti dei siciliani. Una costante, che si è riproposta nel caso dell’ambiguo rigurgito autonomista del MPA (Movimento per l’Autonomia), ispirato dall’antimeridionalista Bossi e controllato dalle combriccole berlusconiane locali. Da decenni ormai dell’indipendentismo si è persa ogni traccia nei palazzi della Regione: anche la sua memoria è andata oscurata.
Tuttavia, per quanto si sia fatto di tutto per cancellare l’idea di Indipendenza, tra i siciliani la fiducia non si è mai spenta e in questi ultimi anni ha mostrato di essere in ripresa. Dal sondaggio di qualche anno addietro, che il giornale “la Repubblica” commissionò alla DEMOS, risulta che il 44% dei siciliani intervistati sarebbero favorevoli all’Indipendenza dell’isola, laddove la media nazionale (nella quale, però, vanno compresi il 45% della Sardegna e le alte percentuali espresse dalle regioni a maggioranza leghista) si ferma al 31%. Secondo il sondaggio della DEMOS, dunque, quasi la metà dei siciliani intervistati desidera l’Indipendenza e l’autodeterminazione. Le speranze dei siciliani si riaccendono in un momento di acuta crisi economica, politica, ambientale, militare; nell’avanzare impetuoso di questa crisi, l’Indipendenza appare sempre più come la sola alternativa alla condizione colonialistica.

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