C’era nu jardinu mmenzu di lu mari

È consuetudine, per ogni siciliano, ricordare i fasti della Sicilia “che era” con un misto di nostalgia e rabbia, e un senso di profonda delusione.
Nell’udire le poesie d’epoca musulmana, le cronache sul regno federiciano, le storielle popolari nel Cinquecento e i feuilleton del Settecento, quante volte abbiamo immaginato quella Sicilia ambita dai regnanti di mezza Europa e divenuta meta “obbligatoria” di un numero infinito di artisti?
In effetti, si tratta di domanda retorica: di ordine feudale in dominio coloniale e di in dominio coloniale in stato d’eccezione, potenti e affaristi di ogni tipo hanno dissanguato quella che in una canzoncina popolare fu “nu jardinu mmenzu di lu mari, tuttu ntissuti di aranci e ciuri” trasformandola in un territorio sempre più desertificato, socialmente oltre che fisicamente.
L’ultra-sfruttamento delle sorgenti, spesso date in concessione a privati (multinazionali comprese) per un tozzo di pane, interventi di “sistemazione idraulica” dissennati spesso realizzati con il solo scopo di aprire cantieri e incanalare risorse pubbliche nelle tasche delle solite imprese, e là dove sorgevano piane e agri ora ci sono sciare alla macchia e mostri industriali altamente inquinanti.
Esempi? La devastazione della sughereta di Niscemi grazie al MUOS, e Gela, Milazzo e Priolo ridotte a terre dei veleni. E quella infinita selva grigio-blu di “romantiche” cisterne che ricopre i tetti di moltissimi comuni siciliani.
È attualissima la discussione sul tema della carenza di acqua per il consumo domestico e agricolo. La Regione ha ottenuto lo scorso 8 febbraio la concessione dello stato di emergenza da parte del Governo italiano, al fine di poter utilizzare strumenti e procedure straordinarie in deroga per la gestione della crisi, concessione che è avvenuta dopo un tira e molla molto duro.
E se è vero che pesantissime sono le responsabilità dello Stato nella definizione della condizione generale di criticità, è altrettanto innegabile come sia ridicola e pretestuosa la richiesta di poteri eccezionali per gestire ciò che, a ben vedere, così eccezionale non è. E se lo stato di emergenza è stato concesso, ciò è da legare alla contrattazione politica più che agli aspetti più prettamente tecnici e di merito.
È bene chiarire che quando si parla di siccità ci si riferisce al verificarsi di un’anomalia rispetto ai valori tipici assunti dalle variabili climatiche in una certa area, in particolare a una riduzione delle precipitazioni. È dunque possibile che condizioni di siccità si verifichino in maniera più o meno frequente, in relazione alle caratteristiche climatiche di tale area.
Questo vale anche per la Sicilia, che presenta una caratteristica propensione al manifestarsi di eventi siccitosi, al di là di condizioni estreme che possono e potrebbero verificarsi, a seguito dei cambiamenti climatici. Si ricordino gli anni 1989-90 e 2001-02, solo per rimanere nell’ultimo trentennio.
La prospettiva di un intensificarsi delle condizioni meteorologiche estreme è chiara da tempo e in fase di definizione della strategia nazionale sui cambiamenti climatici del 2015, è stata data particolare rilevanza alla necessità di adottare dei piani di gestione della siccità.
Questa è una premessa essenziale se si vuole cogliere il punto nell’esaminare lo scenario di carenza idrica che si prospetta per i prossimi mesi.
In considerazione del fatto che parametri climatici e disponibilità idrica vengono costantemente monitorati, come peraltro previsto già nel Piano di Gestione del Distretto Idrografico Sicilia, e che quindi è possibile individuare una serie di possibili scenari di rischio, ciò che non è chiaro, a questo punto, è quali siano i dispositivi e le strategie di prevenzione e di contrasto.
Dunque, se la condizione di siccità non può essere considerata rara ed è lecito attendere una sua intensificazione, se i parametri di preannuncio sono monitorati, com’è possibile che nessuno sia pronto a fronteggiare il problema quando dovesse presentarsi?
E il problema, come suggerisce l’evidenza e come conclamato dai rapporti prodotti dalle stesse strutture tecniche della Regione, si sta presentando, con il 2017 che ha determinato l’ingresso della Sicilia nella fase di siccità acuta. Si tenga conto del fatto che già il 2016 aveva fatto registrare un pesante deficit idrico, ma grazie alle precipitazioni di gennaio del 2017, si era avuto un parziale recupero. La sostanziale mancanza di pioggia che ha caratterizzato il resto dell’anno ha però determinato un peggioramento del quadro generale.
Se facciamo un focus sul sistema di approvvigionamento della città di Palermo, possiamo notare che, per ciò che concerne gli invasi, si può contare sul sistema integrato di Piana, Scanzano, Rosamarina e Poma.
Nel corso del 2016 si sono verificati alcuni rilasci dalla diga Rosamarina che hanno determinato la perdita di circa 40 milioni di metri cubi di acqua, a causa di esigenze legate alla sicurezza dell’infrastruttura che, per inciso, sono provocate dalla mancanza di adeguata manutenzione. Dal momento che la risorsa presente nell’invaso costituisce una riserva in un’ottica di gestione pluriennale, è comprensibile come la mancanza d’acqua nell’invaso stia avendo delle pesantissime ripercussioni sulla disponibilità attuale. Si aggiunga che la carenza d’acqua della diga Rosamarina ha (presumibilmente) spinto all’aumento del prelievo da altre fonti, determinandone in tal modo uno stato di ipersfruttamento. Il quadro si complica ulteriormente per via del fatto che la caratteristiche qualitative delle acque della diga Rosamarina sono tali per cui la possibiltà di un loro utilizzo per fini civili è legata alla miscelazione con quelle provenienti dal sistema Scanzano-Piana e che in presenza di deficit in queste dighe si viene a determinare un limite all’utilizzo delle acque della diga Rosamarina.
Rimanendo in tema di invasi, l’effetto della mancata manutenzione si traduce in problemi di sicurezza per la stabilità delle strutture che devono operare con pesanti limitazioni o in una consistente diminuzione della capacità di immagazzinamento a causa dell’interrimento che, in alcuni casi, comporta anche l’impossibilità di utilizzare gli scarichi di fondo delle dighe. Non è chiaro, oltretutto, come venga quantificato l’utilizzo effettivo della risorsa, dal momento che moltissimi sistemi di adduzione sono sprovvisti di misuratori della portata in uscita dagli invasi.
Se a questo aggiungiamo che in alcune condotte si hanno perdite pari al 50%, che molte delle infrastrutture necessarie per garantire l’integrazione delle varie fonti non sono mai state realizzate, che ancora si aspetta vengano risolte problematiche come quella surreale del by-pass della condotta di Scillato, è evidente che la crisi idrica è una crisi strutturale, legata a un’autentica schizofrenia gestionale.
La privatizzazione dell’acqua attraverso le concessioni ai privati dei Sistemi Idrici Integrati, permesso (favorito) dalla normativa nazionale e compiuto grazie al sostegno all’iniziativa fornito all’epoca dal signor Cuffaro, ha segnato lo smantellamento della pur carente gestione pubblica, con risultati che, è di tutta evidenza, non sono di certo migliorati a fronte di un aumento della tariffa.
La gestione dell’acqua è la gestione della vita dei Siciliani: non è possibile immaginare un futuro di progresso e di affrancamento dal bisogno se non attraverso la riappropriazione VERA della risorsa, il suo giusto utilizzo e la sua equa distribuzione.

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