Nasce il Comitato giovani agricoltori: “La Sicilia penalizzata dalle politiche nazionali”

E’ nato a Marsala e Petrosino il comitato giovani agricoltori, un comitato che vuole rimettere al centro il settore agricolo siciliano. L’agricoltura in Sicilia vive una forte crisi che negli ultimi anni ha portato centinaia di aziende a chiudere. C’è però chi prova a darsi da fare per far sopravvivere e rilanciare quello che gli agricoltori stessi definiscono un settore importantissimo per l’economia e la difesa del territorio siciliano. E se i politici locali e nazionali non fanno niente in questa direzione c’è chi si organizza per cambiare le cose. Abbiamo incontrato Antonio Parrinello per saperne di più. 

I prossimi appuntamenti sono il 25 giugno alle ore 18:00 in C.da Strasatti e il 5 luglio un incontro con il Ministro Centinaio.

 

Ciao Antonio ci parli intanto dell’attività che svolgi? 

Ho scelto di fare l’imprenditore agricolo e credo che sia il mestiere più bello che esista. Si devono fare tanti sacrifici, come è previsto per molti altri lavori, però questo mi permette di gestire le mie giornate al meglio. Mi fa sentire libero. La vigna, che è quello di cui mi occupo, è una pianta che per sei mesi l’anno è verde. Già questa è una caratteristica molto affascinante. Credo che prendersi cura di questa pianta sia di fondamentale importanza per quel che riguarda la salvaguardia dell’ambiente e del territorio. Il mio lavoro è anche questo. Il 70% degli agricoltori sono soci delle cooperative sociali. Il nostro prodotto viene raccolto e portato nelle cantine sociali; viene vinificato e la maggior parte del nostro vino è venduto sfuso.

 

Da dove arriva l’idea di fondare un comitato di agricoltori, e quali obiettivi vi ponete?

Il comitato nasce da un caffè con gli amici agricoltori. Da tanto si parla di questa crisi del settore agricolo e del periodo ancora peggiore che sembra arrivare. Siamo già 150 tra Marsala e Petrosino. E anche negli altri comuni della provincia di Trapani ognuno sta aprendo un proprio comitato. Anche gli altri sono preoccupati di questa situazione, vogliono far sentire la propria voce. Il nostro obiettivo? Discutere e creare sinergia tra di noi. Trovare noi le soluzioni a questa crisi del settore agricolo e fare in modo che le istituzioni se ne facciano carico. I sindacati e le associazioni di categoria in questi anni ci hanno lasciati soli, sono completamente assenti. Qui a Marsala riusciamo a fare delle cose utili per il settore solo con la CIA (Confederazione Italiana Agricoltori) e in particolare con il vice presidente Matteo Paladino.

 

Credi che le istituzioni, o comunque chi le rappresenta in questo momento, non sia capace di rispondere alle esigenze degli agricoltori?

Io credo che chi fa parte del governo regionale non sappia cosa sia l’agricoltura, non conosca il settore, non sappia quali sono le problematiche, non abbia idea di cosa voglia dire lavorarci. Per questo motivo, crediamo che gli agricoltori debbano lavorare per avere una loro rappresentanza. Se continuiamo a delegare ad altri, se continuiamo a mettere il nostro settore e il nostro lavoro nelle mani di chi non lo conosce, non risolveremo mai i nostri problemi.

 

Da quanto tempo è in crisi il settore agricolo? 

La crisi è sempre esistita. Anche mio padre ha sempre vissuto la crisi del settore. Non c’è una stabilizzazione del prezzo, facciamo investimenti con un alto tasso di rischio. Soprattutto se non possiamo sapere come varia il prezzo negli anni. Quindi avviene che magari per un anno tutto va alla grande e l’anno dopo non riusciamo a coprire le spese.

 

Cosa pensi delle politiche nazionali che i vari governi hanno realizzato per il settore agricolo? 

Parto da questo: l’ex ministro all’agricoltura Martina del Partito Democratico ha fatto una legge balorda che ha dato la possibilità ai grossi vitivinicoltori (esiste?) del nord di comprare i nostri catastini e i nostri vigneti e reimpiantarli al nord. Questo senza tenere conto del fatto che un ettaro di vigneto siciliano ha un valore che non supera 20 mila euro; al nord, invece, un ettaro viene venduto a partire da 200mila euro. Questo io lo considero un furto al sud e alla Sicilia permesso da tutta la politica nazionale ma anche da quella territoriale. 

Attualmente l’unico interlocutore istituzionale che sembra avere a cuore i nostri problemi è Antonio Lombardo deputato del Movimento 5 stelle. Lui ha fatto una interrogazione parlamentare in cui ha chiesto di abbassare la resa per ettaro. Nello specifico, la disciplinare dice che per ogni ettaro si possono produrre fino a 500 quintali di uva. Ma è una cifra spropositata che è impossibile arrivare a produrre. Noi arriviamo massimo a 200 quintali. Queste quantità vengono prodotte al nord, o almeno così dicono. Noi non sappiamo come questo sia possibile e, qualora lo fosse, verrebbe prodotto con i nostri catastini. Cioè con i nostri vigneti reimpiantati là. E anche questa è una cosa che ci penalizza rispetto ai produttori del nord. Questo comporta che al nord con un ettaro di terreno campa più di una famiglia e invece qua moriamo di fame.

Il 5 luglio ci sarà un incontro con il ministro dell’agricoltura Centinaio; verificheremo se riceverà le nostre istanze in merito. Dovrebbe essere presente anche l’assessore regionale Eddy Bandiera e invitiamo caldamente anche il presidente Musumeci.

 

E rispetto ai trattati o in generale alle politiche europee?

Fino al 2012 dall’Europa arrivavano incentivi; adesso non riceviamo nessun tipo di aiuto economico. La provincia di Trapani era la più vitata in Europa, cioè era quella con il maggior numero di ettari di vigneti e, quindi, con la produzione più alta di uva e vino. Contemporaneamente, però, il nostro prezzo, in Europa, è il più basso. C’è qualcosa che non va. Soprattutto se in Europa viene concesso ai produttori di vino di regolare la gradazione attraverso l’aggiunta di zucchero. Pochi sanno che se l’uva non arriva alla gradazione di 14 gradi non può essere vinificata. Alcuni attraverso questa aggiunta di zucchero riescono a eludere questa difficoltà. Il punto è che se lo facessimo noi ci farebbero chiudere il giorno dopo. Su questo chiediamo quanto meno che ci siano più controlli o che lo facciano scrivere nelle etichette visto che è obbligatorio scrivere tutti gli ingredienti utilizzati. 

 

Come si può far ripartire secondo te l’agricoltura siciliana?

Innanzitutto ci vorrebbe la volontà politica delle istituzioni regionali. La regione dovrebbe incentivare i giovani a lavorare la terra. Oggi i giovani sanno che chi lavora nel mondo dell’agricoltura ha molte difficoltà a ottenere un reddito dignitoso; e allora decidono direttamente di andare via e trovare fortuna altrove. Il settore agricolo è in crisi ma è anche il centro nevralgico dell’economia siciliana. Sostenerlo ci darebbe la possibilità di dare a tanti giovani il lavoro che non trovano. La Sicilia ha delle caratteristiche naturali uniche. Stanno facendo morire tutto. La legge 6.1, il primo insediamento per i giovani, prevede finanziamenti regionali ai giovani che vogliono mettere in piedi un’attività. I progetti presentati devono avere un valore minimo di 250 mila euro e loro ti danno la metà. Per partire bisogna avere in tasca 125 mila euro e questa cosa è insensata. Se un giovane sta iniziando adesso, come fa ad avere 125 mila euro? Non si capisce. La regione riceve tantissimi soldi comunitari da poter investire nel marketing; ma quei soldi restano fermi, non vengono utilizzati e tornano indietro. Dovrebbero darli direttamente agli agricoltori, farli gestire a noi. Darli a chi ha a cuore il territorio. E’ sempre meglio che non spenderli. 

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