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La memoria, la storia e i simboli: Catalogna e altrove.

Lo sciopero generale ha visto una marea di persone per le strade catalane. A Barcellona, i cortei sono tornati “sui luoghi del delitto”, dove cioè la Guardia civil e la Polizia nazionale erano intervenute pesantemente impedendo lo svolgimento del voto. Guardia civil e Polizia nazionale che sono state invitate a lasciare gli alberghi dove alloggiavano, il che è avvenuto qui e là, su pressione anche degli albergatori, dopo la “richiesta” espressa da Puigdemont. I poliziotti cantavano Viva España. Beh, insomma, ci vuole faccia tosta.
Un certo pudore ha sempre trattenuto sinora tutti, in Catalogna e in Europa, dall’evocare “la guerra che si è perduta”, il golpe militare contro una repubblica democraticamente eletta e la guerra civile che ne seguì nel 1936-39. Colpisce però il fatto che benché quarant’anni fa alla fine del franchismo “si decise” che nessuna vendetta e nessuna resa dei conti ci sarebbe stata da parte di chi (dei figli e nipoti di chi) ebbe la vita, la carriera, la famiglia distrutta dalla repressione che durò ben oltre il vero e proprio scontro militare, con soprusi, arraffamenti di beni, cambi di casacca, spiate e tradimenti per puro vantaggio personale, e che tutti i partiti e i giornali e le televisioni accettarono questa “legge del silenzio” nel nome di una transizione democratica, ovvero di non lacerare  immediatamente una democrazia che in qualche modo era stata “donata” dalla morte del Caudillo, la letteratura spagnola più recente sia invece tornata con vigore sull’argomento.
Non si fa riferimento perciò solo alla La piazza del diamante, di Mercé Rodoreda (che ebbe un ruolo nella repubblica del ’36 e andò in esilio), o a I vinti, di Antonio Ferres, ma, citando a caso, a Javier Cercas (contrario al referendum, benché catalano: ma questo è un dettaglio) de I soldati di Salamina e de L’impostore ma anche del suo capolavoro Anatomia di un istante, che pur focalizzato sul tentativo di golpe di Tejero che irruppe nelle Cortes con un manipolo di militari il 23 febbraio 1981, raccontando dei tre uomini che rimasero immobili al loro posto, Adolfo Suarez, delfino del franchismo e suo traghettatore, Santiago Carrillo, segretario del Partito comunista, e il tenente generale Gutiérrez Mellado, parla del passato, oltre che del presente e del futuro della Spagna; a Inés e l’allegria o a Cuore di ghiaccio, di Almudena Grandes; a Luna da lupi di Julio Llamazares, tutti autori di una generazione più giovane che quella transizione, quella rimozione l’hanno vissuta. Ci si riferisce a Javier Marías che nel suo ultimo libro – Così ha inizio il male – apre attraverso un personaggio “minore” uno squarcio inquietante sugli anni immediatamente dopo la guerra civile, un medico capace di raccattare fortune e onori che gli durarono a lungo usando comportamenti biechi e orribili, sui quali nessuno intende più fare luce.
In qualche modo, perciò, la storia ritorna, adesso che la distanza temporale s’è fatta maggiore, e la democrazia sembra ben salda – o forse solo, si racconta di cose che sembrano appartenere a un passato lontano. La letteratura può, senza per questo perdere il suo senso civile, il dolore e l’indignazione per quello che è accaduto, sfumare le storie e i personaggi, lavorare sulle ambiguità di ciascuno, perché poi nelle ambiguità di ciascuno c’è un pezzo di storia collettiva, di comportamenti sociali.
Nessuno pensa – o quanto meno: nessuno si augura – che la situazione in Catalogna possa precipitare, nel braccio di ferro voluto dal governo centrale di Madrid, verso uno scontro di cui nessuno più sarebbe in grado di controllare gli esiti. Non siamo sull’orlo di una guerra civile, e in Europa nessuno coltiva una ideologia della guerra o la prepara – la guerra civile in Spagna fu “l’esercitazione” della guerra civile in Europa del ’39-45. La tragedia del passato funziona da “limite” – e in qualche modo la letteratura è servita a un processo di elaborazione tanto quanto la politica delle forze sociali catalane è servita a elaborare in nuove forme di protesta e di democrazia la storia di quella sconfitta e i lunghi decenni del “tallone di ferro” sopra la Catalogna.
Eppure, la storia ritorna. In un piccolo paese della Navarra basca – poco più di mille abitanti – il giovane sindaco appena eletto in una lista indipendentista come suo primo gesto ha voluto piantare un ceppo di un albero di Guernica, del cui bombardamento quest’anno è ricorso l’ottantesimo, vicino al monumento ai caduti della Guerra civile: furono ottantacinque durante lo scontro militare (tra cui il sindaco eletto, un socialista-repubblicano) e quarantacinque fucilati. Una storia piccola, questa, ma di gran significato.
Come è possibile che a Charlottesville un nazista si sia scagliato con la sua auto contro una manifestazione anti-razzista, uccidendo una giovane donna, 150 anni dopo la Guerra civile? Ha forse ragione Trump, che nei suoi immediati tweet condannava gli uni e gli altri, quelli che vogliono abbattere le statue sudiste che ricordano un passato orribile, e quelli che le difendono? Ha torto, è divisiva, come suol dirsi, quella sinistra liberal americana che di togliere dai piedi quelle statue – un simbolo e niente più? – ne ha fatto un “programma d’azione”?
Eppure, la letteratura americana – per tutto basta ricordare Bellissima, di Toni Morrison – e la televisione e il cinema degli ultimi anni hanno prodotto straordinarie narrazioni, conquistando visibilità e premi e una crescita della coscienza della nazione americana, del suo “peccato originario” dello schiavismo. Come è successo peraltro con i nativi americani.
Nessuno pensa che gli Stati dell’Unione dichiareranno ora guerra agli Stati confederati del Sud – ma il conflitto continua, e non solo per “onorare” la memoria.
Come ha detto Angela Davis, storica militante afro-americana in Italia in questi giorni al festival di «Internazionale»: «forse le catene sono state spezzate, allora, ma andavano create delle istituzioni per una nuova democrazia, e questo non si è fatto, e quindi viviamo con il lascito di quel fallimento, ma anche con il fatto che il razzismo non è mai lo stesso, si trasforma, e oggi è parte strutturale del capitalismo globale».
La storia ritorna, e non sempre la seconda volta ha il segno della farsa. Perciò, è di questo che stiamo parlando: la memoria serve per capire il presente, non per ripresentare il passato. Negli Stati uniti, Black Lives Matter non si batte solo per la dignità dei neri, ma per un’idea di società diversa. In Catalogna, oggi, in gioco  non è una secessione che ripari i torti del 1714, ma un’idea di repubblica dove il rapporto tra istituzioni pubbliche e istituzioni sociali, tra “l’alto” e “il basso” è invertito. E, dopo anni e anni in cui si parla di crisi della partecipazione, di un’Europa che “vive congelata” solo lontano dalla gente, di disaffezione generale alla politica e alla cosa collettiva, di individualismo ormai insito, beh, scusate se è poco.

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