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Intervista ad Azadi Pachino, siciliano che vive a Torino, combattente in Siria nelle file delle YPG.

Parlaci un po’ della tua scelta, da dove nasce e quando maturi l’esigenza di combattere in Kurdistan ?
La mia scelta di combattere in Kurdistan è maturata nel corso degli anni, soprattutto a seguito delle mie esperienze avute in Bakur, Basur e Rojava.
La prima volta che mi recai in Bakur, nel Kurdistan turco, era esattamente il Novembre del 2014 e, insieme ad un altro compagno, mi recai a Suruç, tristemente conosciuta per l’attentato sanguinoso del 2015 in cui morirono 33 persone. In quel periodo era in atto una forte resistenza nella città di Kobane, dalla quale non ero molto lontano, dato che le due città sono divise tra loro solo dal confine turco. Fu in questa occasione che mi avvicinai alla lotta di resistenza del popolo curdo e al processo di rivoluzione in atto nel Rojava, dei quali, ammetto, non avevo quasi alcuna conoscenza prima di quel viaggio, così come del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan).
Successivamente costruii con altre compagne e compagni di Torino un percorso per sostenere economicamente il Rojava e presto intrapresi un altro viaggio vero il Kurdistan, questa volta proprio in Rojava, dove riuscii ad entrare con altri compagni: qui maturai definitivamente la decisione di restare per combattere.
Un episodio che mi colpì molto avvenne presso il cimitero di Qamişlo, dove un uomo, davanti la tomba della propria figlia, ci accolse con un grande sorriso: mi stranì molto vedere un padre sorridere davanti la tomba della propria figlia, mi sorprese proprio in quanto occidentale. L’uomo ci invitò in casa, dove trovammo una famiglia super accogliente ma anche piena di dolore poiché aveva tanti martiri perduti in Rojava e in Bakur, e vederli affrontare quel dolore con il sorriso, ma soprattutto con l’orgoglio di mostrare i propri figli caduti per la libertà mi segnò definitivamente. Questo episodio ha innescato definitivamente la scintilla in me della voglia di venire a combattere in Rojava.
La prima volta che venni in Rojava da civile era il Marzo del 2016, e nonostante già stessi maturando in me l’idea di unirmi alle YPG, ho prima voluto visitare e vedere il paese per circa un mese e mezzo conoscendo la società civile: volevo vedere la rivoluzione del Rojava fuori dalla propaganda e dalle notizie che arrivavano in Occidente.

Aggiornaci sulla situazione attuale in Rojava e più in generale su tutta l’area attraversata dal conflitto.
Come forse saprete, a Maggio di quest’anno si è dato avvio ad un’operazione per liberare le ultime sacche di resistenza dell’ISIS del Sud-Est della Siria, nella zona ad Est di Shaddadi, che si è conclusa qualche giorno fa. Presto partirà l’assalto finale alla cittadina di Hajin, che si trova più a Sud, tra il confine siriano ed iracheno.
Per cui al momento si è dato avvio a queste operazioni per cercare di sconfiggere definitivamente l’ISIS, ma sappiamo bene che questa sarà sconfitta davvero soltanto quando tutta l’area sarà liberata militarmente, ma anche attraverso un lavoro lungo e duro di distruzione della mentalità e del messaggio dell’ISIS, che spesso purtroppo ha trovato sostegno nella popolazione.
Sul fronte di Afrin invece, occupata dall’esercito turco e dalle bande jihadiste dal 18 marzo 2018, la resistenza e le azioni di sabotaggio ad opera delle YPG (Unità di Protezione Popolare) e YPJ (Unità di Difesa delle Donne) continuano e molti sono gli attacchi condotti per far comprendere che né le bande jihadiste, né l’esercito turco sono ben accetti. L’obiettivo dei compagni e delle compagne è proprio quello di creare il terrore tra i mercenari e tra gli occupanti, al fine di poterli scacciare via.
La strategia ad Afrin è cambiata, dalla guerra frontale si è giunti più ad una forma di guerriglia, un mordi e fuggi di attacco alle truppe con successiva ritirata, e questo proprio per far piombare gli occupanti nel terrore ed evitare contemporaneamente un bagno di sangue (va ricordato che ad Afrin sono morti mille combattenti e più di cinquecento civili).

Allo stato attuale quale è il ruolo giocato dalle potenze che a vario titolo sono intervenute nella zona interessata dalla rivoluzione curda ?
Allo stato attuale il ruolo delle potenze internazionali nella zona interessata dalla rivoluzione curda, come ben sapete, è quello del sostegno dato alle SDF (Forze Democratiche Siriane) dalla cosiddetta coalizione internazionale a guida statunitense. Al momento stanno appoggiando le operazioni in atto contro ISIS con dei raid e sono state fornite anche delle armi leggere, ma mai quelle pesanti, perché SDF, YPG e YPJ non sono organizzazioni riconosciute a livello internazionale, quindi c’è soltanto un appoggio aereo. Sappiamo benissimo che si tratta comunque solo di un appoggio di facciata, lo abbiamo già visto ad Afrin, quando la Russia ha concesso lo spazio aereo alla Turchia per poter bombardare e c’è stata una ritirata dell’esercito russo dalle due basi che aveva nelle zone di Afrin. C’è il rischio che dopo la sconfitta di Isis la coalizione internazionale non sostenga più SDF, le forze militari che difendono la Confederazione Democratica della Siria del Nord, con la possibilità di una guerra aperta con l’esercito turco.
Al momento l’obiettivo cosiddetto comune è quello di combattere e sconfiggere ISIS, ma il futuro è incerto e sappiamo benissimo che un possibile appoggio della coalizione internazionale potrebbe venire a mancare. Comunque dall’altro lato i compagni non hanno alcuna intenzione di avere una collaborazione politica con queste forze ma soltanto una collaborazione militare, cosa tra l’altro impossibile da evitare, perché impedire l’intervento di queste potenze nel territorio siriano alla luce delle caratteristiche che questo conflitto ha, e cioè quello di somigliare a una sorta di micro guerra mondiale, è cosa impensabile.

Da tempo ormai si è fatto avanti un nuovo paradigma in seno al popolo curdo, parliamo del Confederalismo democratico, decisamente un cambio di passo rispetto a quella che era la storica rivendicazione curda della creazione di uno stato. In che modo si fa avanti questa nuova forma di organizzazione sociale e politica ?
Questa nuova forma di organizzazione sociale e politica va avanti, ovviamente con tutte le problematiche che si possono avere in una zona di guerra. Nelle zone liberate del 2014 e del 2015 si va avanti con meno fatica. In tutta la Siria del Nord, in tutto il Rojava, si sono creati più di 3000 comuni, ed è proprio la comune il pilastro portante di questa rivoluzione. Ogni comune può raggruppare dalle 10 sino alle 100 famiglie, e in un quartiere o in una grande città possono esserci fino a 50 comuni; nella comune vengono poi eletti due rappresentanti, un uomo e una donna, detti co-presidenti, i quali vengono eletti ogni sei mesi e possono essere deposti nel momento in cui non svolgono con rigore il proprio ruolo.
Sopra i comuni ci sono i consigli di quartiere che gestiscono i problemi più importanti come medicine, cibo, infrastrutture, e anche in questi vengono eletti i due co-presidenti, e al di sopra dei consigli di quartiere si pone il consiglio cittadino, che si occupa invece dei problemi principali della città.
È chiaro che questa organizzazione sociale e politica è al momento un esperimento, poiché non vi è alcun manuale della rivoluzione scritto da seguire: non vi è alcun modello prestabilito e già dato, ma il processo rivoluzionario si evolve giorno dopo giorno, ovviamente con le problematiche e le contraddizioni che una rivoluzione può portare soprattutto in uno scenario di guerra.
Questa rivoluzione si propone di portare pace, fratellanza e la liberazione delle donne in tutto il Medio Oriente, zona in cui il patriarcato e il maschilismo sono molto diffusi e radicati.

Il movimento rivoluzionario curdo di oggi reinterpreta il marxismo-leninismo novecentesco alla luce delle trasformazioni apportate dal capitale multinazionale e dalla finanza globale. Può indicarci i termini di questa reinterpretazione?
Il movimento rivoluzionario curdo in effetti ha reinterpretato il marxismo leninismo del novecento partendo da un’autocritica del PKK. Va ricordato che sin dalla sua nascita nel 1978, l’obiettivo del PKK è sempre stato la creazione di uno stato socialista, ma il crollo dell’Unione Sovietica ha poi determinato questa necessità di reinterpretazione del marxismo leninismo, soprattutto per ciò che concerne il concetto di Stato Nazione, ritenuto non più funzionale per i principi rivoluzionari. Questa idea viene maturata soprattutto alla luce delle rivoluzione socialiste del ‘900, che nel tempo sono poi state del tutto inglobate dal capitalismo e dal potere dello stato centrale e centralizzato. A partire dalla critica alle rivoluzioni socialiste, il movimento rivoluzionario curdo cerca di sviluppare nuove forme e nuovi metodi, prendendo il meglio di ciò che era stato fatto per modificare i vecchi paradigmi nel corso del processo rivoluzionario.

Quale ruolo hanno le comunità territoriali curde nel movimento rivoluzionario?
Il ruolo delle comunità territoriali curde all’interno del movimento rivoluzionario è un ruolo assolutamente primario e ci sono molte comunità e molte etnie che vivono qui nel nord della Siria: curdi, musulmani, ezidi, cristiani, circassi. Ogni comunità ha un ruolo all’interno dei vari consigli ed ognuna di esse ha i propri rappresentanti nelle comuni e nei consigli di quartiere.
Questo fa sì che il loro ruolo all’interno della rivoluzione del Rojava sia di primaria importanza, proponendo e costruendo insieme una rivoluzione che, come dicevo prima, è molto difficile ma assolutamente aperta a tutte le comunità ed a tutte le etnie che vivono in questo territorio. Proprio in funzione di questo, il Rojava, dal Marzo del 2016 viene chiamato Confederazione democratica della Siria del Nord, il che consegna immediatamente il senso di centralità e protagonismo di tutte le comunità ed etnie all’interno del processo rivoluzionario e nella costruzione di una società nuova.

Vedi differenze, se sì quali, tra i movimenti di liberazione e i movimenti per l’Indipendenza?
Certo che sì. Molti dei movimenti per l’indipendenza sparsi per il mondo lottano per la creazione di uno stato nazione, mentre il movimento di liberazione curdo innanzitutto è un movimento di resistenza contro il fascismo turco. La differenza principale sta proprio in questo: mentre nei primi l’obiettivo finale è la costruzione di uno stato nazione, nel secondo si combatte per l’autodeterminazione dei popoli e della fratellanza dei popoli, costruendo tante piccole confederazioni, proprio in funzione di quella critica portata avanti dal PKK sul ruolo negativo che un potere centralizzato nella forma stato possa avere per la rivoluzione. Il rifiuto della costruzione di uno stato nazione segna una differenza evidente tra il movimento di liberazione curdo e le altre esperienze dove i popoli lottano per l’indipendenza.

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