L’insurrezione dell’1 settembre 1847

1 settembre 1847: una data fondamentale per la città di Messina e per la Sicilia.

Una data troppo spesso dimenticata o, ancor peggio, tradita da una narrazione specifica, quella del mito unitario, che elimina o mitiga il carattere eversivo della lotta del popolo siciliano iscrivendola nell’abusata retorica risorgimentale.

L’uno Settembre 1847 i messinesi insorgono contro il re Ferdinando II di Borbone, cogliendo completamente di sorpresa le autorità. In realtà, già nel maggio 1847 Reggio Calabria e Messina stabiliscono di sollevarsi il 2 settembre.

A Messina già il 3 giugno – giorno dei festeggiamenti in onore della Madonna della Lettera – la statua del Re era apparsa sulla piazza con le orecchie tappate e gli occhi bendati, a mettere in evidenza l’incapacità del potere di notare il tumulto sotterraneo di un popolo inascoltato, stremato dalle carestie, dalla fame e dalla miseria a cui un sistema troppo lontano rimaneva inevitabilmente estraneo.

I messinesi decidono di muoversi all’azione un giorno prima del previsto, il primo settembre, approfittando di un’improvvisa riunione di gran parte dello stato maggiore borbonico in uno stesso luogo, l’Hotel Victoria, in occasione della promozione del generale Luadi.

L’obiettivo è colpire in massa i rappresentanti di un potere oppressivo, avvertito dal popolo siciliano come altro, imposto da dominatori sconosciuti, lontani eppure in grado di decidere le sorti del loro territorio e della loro vita.

L’insurrezione – organizzata per lo più da liberali di ceto medio-alto – vede riempirsi le proprie fila di uomini del popolo, accorsi in piazza contro il dominio borbonico.
I soldati, avvertiti della imminente rivolta, si ritirano nei quartieri militari per organizzare la repressione. Nonostante ciò, i messinesi giungono da vari luoghi della città a incitare alla rivolta il popolo: «
pochi manipoli d’uomini armati, i più con fucili da caccia, partirono quasi contemporaneamente dal borgo S. Leone, e dai sobborghi Boccetta, Zaera e Portalegni». Sono circa 97 e tra essi vi sono intellettuali, possidenti, artigiani, contadini che riescono a conquistare posizioni strategiche importanti, ad assaltare posti doganali e a resistere per circa due ore (dalle 18:00 alle 20:00) agli attacchi dei soldati borbonici che accorrevano in numero sempre crescente. Sopraffatti, gli insorti si ritirarono e si dispersero.

Nonostante la promessa di denaro in caso di denuncia o di uccisione dei rivoltosi (1.000 ducati per ogni ribelle catturato e 300 ducati per ogni ribelle ucciso), nessuno li denunciò, segno di una sostanziale alleanza popolare nonostante l’organizzazione borghese e aristocratica dell’insorgenza.

Il tentativo messo in campo dal potere sovrano fu quello di fare dei rivoltosi qualcosa di totalmente altro dal popolo siciliano, un fuori escluso dalla società (si può infatti uccidere un rivoltoso senza essere perseguiti dalla legge. Egli diventa bandito, oggetto di bando, escluso dal diritto). Attraverso questa operazione, istituendo un fuori, si può fondare una collettività docile e obbediente. Secondo questa strategia viene infatti ufficialmente diffusa la notizia che a guidare la rivolta fossero stati dei pazzi, dei folli. I soldati che combattevano per i Borbone vennero invece insigniti di una medaglia che recitava: “Messina 1 settembre. Fedeltà”.

È chiaro il tentativo di isolamento degli insorti e la volontà di creare una narrazione che facesse del rivoltoso un pazzo, del soldato al soldo del potere dominante un eroe.

I Borbone imposero, inoltre, al Senato cittadino la firma di una delibera che ammettesse questa versione, suscitando così la reazione violenta dei siciliani a questo ulteriore affronto. In tutta la Sicilia vennero distribuiti degli scritti contro l’ennesima forma di dominio che imponeva a un organo di governo del territorio l’approvazione di una narrazione falsa e imposta dall’alto.

Queste insorgenze mostrano il fallimento della strategia messa in campo dal potere sovrano.

Nonostante l’assenza di denunce, i processi in seguito alla rivolta furono moltissimi, per lo più indirizzati, chiaramente, ai popolani che vi avevano partecipato con fervore, piuttosto che ai ricchi notabili liberali che l’avevano progettata. Eclatante è il processo conclusosi nell’ottobre 1847. Un sacerdote, Giovanni Krimi da Galati di Tortorici (55 anni), e un calzolaio, Giuseppe Sciva (27 anni), vengono condannati a morte. La prima sentenza tuttavia non avrà mai esecutività in quanto la ratifica pontificia necessaria per applicare la pena non arriverà mai. A morire sarà invece il calzolaio, ucciso con 12 proiettili. Attraverso l’analisi degli atti processuali – conservati negli “Atti delle Magistrature speciali” presso l’Archivio di Stato di Messina – si può notare la prevalenza di popolani tra i pochi arrestati (molti erano riusciti a fuggire con l’aiuto della popolazione e a trovare rifugio altrove) e dunque lo scarto tra la classe sociale degli organizzatori della sommossa e quella di chi ne pagò il prezzo giudiziario.

Ma perché i ceti popolari, notoriamente più soggetti alla repressione della polizia ed estranei alle idee liberali avrebbero dovuto aderire a una lotta a favore dell’unità Italiana e della creazione di un unico stato liberale? La risposta è semplice e si trova nella genealogia della rivolta. Bisogna tornare al 1837.

In quell’occasione il popolo messinese, vedendo avvicinarsi l’estate e con essa la diffusione del colera, si rivoltò contro il potere centrale poliziesco e indifferente. Cominciò così a farsi largo l’idea dell’indipendenza, ancora confusamente teorizzata ma ben presente nelle intenzioni dei rivoltosi.

Le sollevazioni contro i Borbone devono dunque essere interpretate come la lotta contro un potere che utilizza la Sicilia come possedimento, sottomettendola a logiche altre a essa estranee.

Questa spiegazione appare molto più plausibile di quella diffusa ufficialmente.

Possiamo dunque vedere in tutte queste lotte un unico filo rosso, quello dell’indipendenza, che si dipana dal 1837 alla rivolta di Palermo del gennaio 1848 e alla costituzione della Repubblica Siciliana.

Il 12 gennaio, infatti, i palermitani insorgono contro il potere borbonico. La rivolta si diffonde anche nelle zone limitrofe, convogliando energie liberali, aristocratiche, e popolari. In pochi giorni gli insorti riescono ad avere il controllo della città e a impedire che le truppe inviate da Napoli possano unirsi a quelle assediate nel Palazzo Reale.

A questa notizia anche Messina, Catania e le altre città dell’isola si sollevano. Leggiamo qui il comunicato scritto e diffuso da 300 messinesi per incitare i concittadini alla rivolta: «All’armi ai messinesi! Ecco il giorno tanto sospirato! Siete tutti ormai armati e organizzati. Messina che diè prima il segno dell’insurrezione finisce in questo giorno la grande Rivoluzione Siciliana, trionfante per opera dell’immortale Palermo. Pronti alla difesa, pronti al fuoco, se una mano di capi pazzi e venduti, un armento di ciechi soldati, che son trascinati come vittime al macello, tenteranno di turbare la gioia cittadina del trionfo siciliano». Il 29 gennaio i messinesi scendono in piazza, scontrandosi pesantamente con i soldati borbonici, che vengono costretti alla fuga. Dopo giorni di scontri i soldati del forte di Rocca Guelfonia (oggi Cristo Re) si arresero, seguiti da quelli stanziati a Forte Gonzaga (Camaro) e a Porta Realbasso(Fiera).

Intanto a Palermo si costituiva un governo autonomo siciliano retto da Ruggero Settimo.

I moti insurrezionali si estesero ad altri territori e Ferdinando II tentò di sedare le rivolte, in particolare quella siciliana pericolosa per le sue istanze indipendentiste, attraverso l’emanazione di una costituzione.

La risposta del popolo siciliano fu chiarissima: «1. Che il Re avesse ripreso l’antico titolo di re delle Due Sicilie (e non del Regno delle Due Sicilie). 2. Che il suo rappresentante in Sicilia si fosse chiamato Vicerè e che fosse un membro della famiglia reale o un siciliano. 3. Che l’atto di convocazione del Parlamento, facesse parte della costituzione. 4. Che gli impieghi civili, militari ed ecclesiastici fossero appannaggio dei siciliani. 5. Che si consegnasse alla Sicilia la quarta parte della flotta, delle armi e del materiale di guerra o l’equivalente in denaro. 6. Che fossero restituiti i battelli doganali e postali acquistati per conto della Sicilia. 7. Che gli affari d’interesse comune fossero trattati e determinati dai due parlamenti. 8. Che in una lega politica o commerciale degli Stati italiani vi dovesse essere rappresentata la Sicilia come Stato indipendente. 9. Che la Sicilia potesse coniare moneta.».

Di fronte alla provocazione di Ferdinando II, che si opponeva alle istanze siciliane in quanto avverse allo spirito risorgimentale di “solidarietà nazionale” che attraversava l’Italia, il comitato siciliano doveva decidere se abbandonare la lotta o intensificarla.

I siciliani decideranno di dichiarare Ferdinando e i Borbone decaduti dal trono di Sicilia. Da quel momento l’Isola si sarebbe governata autonomamente.

Non si può comprendere la forte determinazione siciliana senza sapere che già nel 1806 il sovrano Ferdinando I – rifugiandosi a Palermo durante l’occupazione di Napoli da parte dei francesi – si era dovuto scontrare con l’ostilità di una popolazione che non vi riconosceva un sovrano, ma un dominatore straniero intenzionato semplicemente a raccogliere in Sicilia tributi per mantenere la propria guerra. Ferdinando aveva allora convocato il Parlamento siciliano per ottenere aiuti. Quelli concessi tuttavia furono minimi, e il re impose un’altissima tassa sulle entrate, causando così la rivolta del popolo. I siciliani riuscirono in tal modo ad ottenere una propria Costituzione (1812). Dopo la sconfitta dei francesi, tuttavia, il Re non convocò più il Parlamento siciliano, determinando così la caduta in disuso della Costituzione promulgata nell’Isola. Quella che Ferdinando aveva tentato di riproporre al popolo siciliano nel 1848 era proprio la Costituzione del 1812, stavolta nettamente rifiutata dai siciliani che ne stesero una propria nel marzo 1848.

Appare dunque evidente la reale causa dei moti: la volontà del popolo siciliano di decidere di sé e del proprio destino.

Nel 1848 i Borbone bombardarono pesantemente la città di Messina, distruggendola quasi completamente. Ferdinando II si guadagnò così l’epiteto “Re Bomba”.

È della lotta alla violenza esercitata da tutti gli oppressori e i colonizzatori del popolo siciliano, prima i Borbone e poi i piemontesi, che queste rivolte – sedate con la forza e nel sangue – ci parlano.

Il popolo siciliano continuò a combattere strenuamente. Basti pensare ai “Camiciotti”, giovani volontari che a Messina spararono contro i soldati dal convento della Maddalena per difendere la Città e che preferirono la morte alla resa.
La repressione in seguito alle lotte fu aspra, ma il Re concesse un’amnistia generale, condannando solo i 43 presunti capi delle rivolte.

L’amnistia – forse ulteriore affronto alla rabbia dei siciliani che videro concedersi una grazia da un re che non riconoscevano – chiuse questa stagione di lotte, destinata a riaprirsi, a ricomparire sotto diverse forme, a scardinare ogni volta l’esistente lottando contro l’oppressione colonizzatrice in tutte le declinazioni che essa storicamente assume.

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