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Industria del riciclaggio e incenerimento dei rifiuti in Sicilia. Quello che non ci dicono.

La “questione rifiuti” da tempo rimbalza da un governatore all’altro: Cuffaro l’ha rimpallata a Lombardo e questi a Crocetta, che l’ha appena mollata nelle mani di Musumeci. Tanti rimbalzi, tanti rinvii, tante proroghe e mai una soluzione. Pare che dei contrasti tra chi intende continuare a gestire le discariche, chi vuole costruire inceneritori, chi termovalorizzatori, chi opterebbe per la raccolta differenziata, non si riesca, né si voglia, venire a capo – col risultato che la Sicilia somiglia sempre più ad una gigantesca e nauseante pattumiera. Il cerino acceso è finito da poco nelle mani del governatore Musumeci, che pare abbia già le idee chiare su come affrontare la crisi: per lui è sufficiente costruire una decina di nuove discariche, ampliare quelle attualmente stracolme di rifiuti… e tirare avanti così per i prossimi anni; poco importa, a Musumeci, fermare i danni ambientali provocati dalle discariche, alcune delle quali ormai rischiano di franare. Se, nel frattempo, sorge un inceneritore qui, un termovalorizzatore lì, a lui poco importa.
Noi ci chiediamo: come mai in Sicilia il problema non trova soluzione? Sarà perché siamo, noi siciliani, sporcaccioni abituati a vivere nell’immondizia? Sarà perché i nostri politici hanno la vista corta? Sarà perchè i nostri spazzini sono svogliati? Sarà perché non ci piacciono i termovalorizzatori, né gli inceneritori, né le discariche? Proviamo a rispondere.
Premettiamo che il governo nazionale, dietro sollecitazione della Commissione europea, vuole che in Sicilia si dia il via alla costruzione di 23 impianti, come da Piano Stralcio approvato da Crocetta il 3 ottobre 2016. Si tratta, per andare nei particolari, di 15 impianti di compostaggio, 1 impianto di TMB (Trattamento Meccanico Biologico), 5 piattaforme integrate, 1 impianto di trattamento del percolato, 1 impianto di smaltimento. Le difficoltà che l’amministrazione regionale trova nella attuazione del Piano Stralcio derivano sia dalla pressione contraria esercitata dai gestori delle discariche, sia dalla forte opposizione sociale che il Piano incontra sul territorio (municipalità, comunità territoriali, associazioni ambientaliste e via dicendo). Noi, allora, cerchiamo di capire che c’è dietro la “questione rifiuti”.
Per prima cosa osserviamo che dal momento in cui i rifiuti urbani sono divenuti materia prima si è messa in moto una gigantesca macchina produttiva finalizzata al riciclaggio. Si dice che di ogni 100 kili di rifiuti, 70 ritornano sul mercato sotto forma di merce. Alla sempre crescente richiesta di materia prima (meglio sarebbe dire “materia seconda”) da parte dell’industria del riciclaggio corrisponde un inarrestabile aumento dei rifiuti (rifiuti domestici, imballaggi vari, materiali di scarto, attività produttive, depurazioni, rottami, eccetera). Per ciascuna filiera del riciclaggio (della carta, dell’acciaio, del vetro, dell’alluminio, della plastica, dei rifiuti elettronici, del tessile, della gomma) si registra un incremento che sfiora l’80%. Attualmente, la produzione annua di rifiuti in Sicilia ammonta a 1.300.000 tonnellate. Va detto che, al fine di tenere in funzione i termovalorizzatori e gli inceneritori, occorre incrementare la quantità di rifiuti, se necessario anche importandoli da altre regioni.
L’industria del riciclaggio risulta essere in assoluto tra le industrie più inquinanti: la terra, le acque, l’aria ne risentono pesantemente. Pesantemente ne risente la salute pubblica. Infatti, le sostanze rilasciate dalla combustione dei rifiuti sono: 1) i composti organici del cloro come la diossina e i furani (liquidi biancastri tossici, altamente cancerogeni); 2) gli idrocarburi policiclici (potenti inquinanti atmosferici). 3) i composti volatili come il piombo e il carbonio che, quando respiriamo, immettiamo nel nostro organismo. Come se non bastasse, la maggior parte di questi residui sono resistenti ai processi di degradazione, quindi permangono nell’ambiente per tempi infiniti. Tutte queste sostanze si accumulano nel nostro organismo e nella catena alimentare, con le conseguenze che conosciamo bene. Spesso sentiamo ripetere il ritornello che i termovalorizzatori e gli inceneritori non inquinano. Ci raccontano, per esempio, che nel centro di Brescia è stato costruito un inceneritore totalmente innocuo; ma se poi andiamo a leggere i rapporti ufficiali, ci accorgiamo che l’inceneritore di Brescia rilascia rifiuti tossici, sotto forma di ceneri leggere, nella misura di 35.000 tonnellate l’anno – il 15% dei rifiuti che vi si bruciano. Eppure i nostri governanti ci vorrebbero convincere che la costruzione degli impianti di smaltimento è la sola risposta all’emergenza.
Quello che i nostri governanti non ci dicono è il costo di tali impianti. Con i 60 milioni necessari per costruire un inceneritore, si potrebbe acquistare un milione e mezzo di autocompattatori, praticamente uno per ogni quattro persone, facendo sparire in un attimo i rifiuti di cui le nostre strade sono pieni. Ben più alto è il costo di un impianto di termovalorizzazione, che supera i cento milioni di euro. In totale, il Piano Stralcio che Musumeci si appresta a realizzare comporta un costo che si aggira intorno ai 2 miliardi, una somma che basterebbe ampiamente a ripulire l’isola da cima a fondo senza rovinare l’ambiente e la salute dei siciliani.
Se da una parte l’industria del riciclaggio e dell’incenerimento dei rifiuti non impiega molta forza-lavoro (ciascun impianto può funzionare con 8 e 9 addetti), il fatturato sfiora i 10 miliardi di euro l’anno. Così, se nell’ultimo decennio il fatturato è quadruplicato, nello stesso periodo il numero degli addetti è soltanto raddoppiato. L’impatto sul mercato del lavoro è abbastanza inconsistente, quindi dice il falso chi sostiene che la presenza di simili impianti può far diminuire la disoccupazione.
In Sicilia è aperto uno scontro aspro tra chi vuole mantenere le discariche, chi vuole gli inceneritori e chi preferisce i termovalorizzatori; un tale scontro non ha nulla a che vedere con la salvaguardia del territorio, ma si spiega solo col desiderio di incrementare il profitto capitalistico. A pagarne i costi sono le comunità territoriali, ancora una volta vittime sacrificali della logica del capitale industriale e finanziario.
Il Governatore Musumeci è chiamato a scelte decisive. Nel breve arco di alcuni giorni dovrà predisporre una “procedura di evidenza pubblica” che, detto in soldoni, significa che dovrà firmare le autorizzazioni alla costruzione di termovalorizzatori e inceneritori nell’isola. Spetterà a lui dire quanti impianti vuole e dove devono essere collocati, quante altre discariche si dovranno costruire, quanto veleno vorrà farci respirare. L’Europa e lo Stato italiano stanno esercitando una forte pressione sulla Regione siciliana, per avere via libera sui nuovi insediamenti. Come Crocetta era stato forzato dalla Commissione Europea a firmare il Piano Stralcio, col ricatto del blocco dei co-finanziamenti per oltre 70 milioni di euro, così Musumeci è oggi costretto, sotto la minaccia di chiusura delle discariche, a dare il proprio assenso all’invasione degli impianti di smaltimento. Ciò che in questo momento sta avvenendo a Milazzo e ad Agira, presto coinvolgerà l’intero territorio siciliano. Solo con una forte e determinata opposizione popolare, solo se le comunità territoriali insorgeranno contro i diktat dei governi italiani ed europei e contro la subalternità di Musumeci e dei suoi assessori, si riuscirà ad impedire l’ennesimo scempio ai danni della Sicilia e dei siciliani.
La recente lotta contro la discarica di Armicci docet.

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