L’Indipendenza contro lo Stato

Le bombe di Erdogan sull’esperienza del Confederalismo democratico e la resistenza eroica del popolo curdo, gli arresti dei leader catalani e la conseguente rivolta ci parlano dell’indipendenza, dell’autodecisione dei territori, come di una strategia all’altezza dei tempi per tutte le comunità  che sognano ancora di riscattarsi dall’oppressione e dallo sfruttamento. Proviamo a darne una lettura contestualizzata all’implodere delle tradizionali famiglie politiche.

L’Indipendenza è la risposta alla crisi dello stato nazionale e del capitalismo. Entrambi i dispositivi, quello politico-istituzionale e quello economico, sono ormai incompatibili con la società. Hanno provato a cancellarla, la società, nelle strategie politiche e in quelle comunicative, ma non ci sono riusciti. L’ingovernabilità è la manifestazione evidente di questo fallimento. La produzione ipertrofica di partiti, movimenti, coalizioni che mettono in crisi gli equilibri di maggioranza e minoranza delle tradizionali famiglie politiche si spiega con la incompatibilità dei desideri e dei bisogni che il nostro tempo produce.

Era stata necessaria la generosità di generazioni ribelli per affermare un sistema di garanzie liberali. C’erano volute botte da orbi perché la carità cristiana uscisse dalle chiese per diventare diritti per gli ultimi. Sconfitte quelle la vendetta si è accanita contro questi. Come leggere se non così tutto il livore e l’odio nei confronti di acquisizioni di civiltà come il diritto a non marcire in carcere, ad avere servizi di base per tutti, ad avere accesso a una rete di diritti individuali? Insomma, sotto attacco non è finita la sinistra. Quella aveva già perso alcuni decenni fa. Ad essere attaccati sono stati il pensiero liberale e la carità cristiana che, privati dalla forza dei movimenti sociali, sono stati travolti.

E’ così che le tradizioni politiche diventano incapaci di governare l’esistente. Liberali, popolari, socialisti, socialdemocratici annaspano alla ricerca di equilibri che non si danno più, travolti ora da questa ora da quella anomalia, ora da questo ora da quel populismo. In grado solo di richiamarsi nostalgicamente alle loro tradizioni politiche manifestano la loro debolezza e resistono solo se si adattano ad un sistema di alleanze effimero. Il governo diventa terreno dello scontro tra gruppi di potere disancorati dalla società. E’ questa la crisi della rappresentanza politica.

Le nuove generazioni lo stanno capendo. La giovanile apprensione per le sorti del pianeta sta sfidando il senile egoismo di chi non ha più un futuro. L’incompatibilità tra capitalismo e natura si sostanzia nella voracità dei meccanismi dell’accumulazione del profitto che, incontenibile, sta mettendo a rischio l’esistenza stessa del genere umano. E quanto più l’economia entra in crisi tanto più manifesta la sua smania distruttrice. La crisi economica si somma così alla crisi politica. La crisi della governamentalità e l’ingovernabilità del capitalismo occupano, corrispondendosi, questo tempo.

Da questa crisi non si esce né da sinistra né da destra, categorie ormai troppo generiche, prive di radicamento, categorie che appartengono a ordinamenti sociali e istituzionali che non esistono più. Da questa crisi si esce ripartendo dai territori, dalla loro capacità di inventare una nuova ingegneria istituzionale, dal loro ospitare comunità, dal riconoscimento delle vocazioni produttive di quelle comunità. L’indipendenza è questa sperimentazione. E’ la democrazia contro lo stato. Tutto questo sta già avvenendo, si sta manifestando nella lotta delle repubbliche catalana, scozzese, irlandese contro le monarchie spagnola e inglese e nell’eroismo del Confederalismo Democratico curdo. Antudo!

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