Il siciliano e la giornata della lingua madre

Il 21 febbraio di celebra in tutto il mondo la “Giornata internazionale della Lingua madre”. Anche in Sicilia alcune iniziative mirano alla riscoperta e al rilancio della lingua siciliana scritta e orale.
La Giornata internazionale della lingua madre è stata istituita dalle Nazioni Unite nel 1999 ed è, dunque, arrivata, alla sua XVIII edizione. La data è stata scelta per commemorare i molti studenti di Dacca (Bangladesh) uccisi nel 1952 durante una manifestazione per il riconoscimento della loro lingua, il bengalese, come una delle lingue ufficiali del Pakistan – di cui il Bangladesh faceva ancora parte. La delibera mirava dunque a “promuovere la conservazione e la salvaguardia di tutte le lingue usate dalle popolazioni del mondo (Risoluzione A/RES/61/266 dell’Unesco)”.
Ogni anno l’Unesco dedica la giornata ad uno specifico tema utile alla salvaguardia ed alla diffusione di queste lingue molto spesso costrette sulla via dell’estinzione. «Il tema di quest’anno – si legge sulle pagine dell’Organizzazione – enfatizza l’importanza delle lingue adatte all’istruzione, generalmente lingue madri, nei primi anni di scuola. Queste facilitano l’accesso all’istruzione – promuovendo contestualmente l’equità – per gruppi di persone che parlano lingue minori e indigene, in particolare ragazze e donne; ciò eleva la qualità dell’istruzione ed i risultati di apprendimento ponendo l’accento sulla comprensione e la creatività, piuttosto che sulla ripetizione meccanica e la memorizzazione».
In Italia sono circa 32 le lingue madri “da proteggere”; tra queste, ovviamente, anche quella siciliana che nella graduatoria sul suo stato di salute viene definita “Vulnerable”. Così anche in Sicilia si sono organizzate iniziative il 21 febbraio. Una di queste tra le vie del centro storico di Palermo, presso “la libreria del corso” sita in corso Vittorio Emanuele: musica, video, racconti e libri in lingua per riscoprire specificità linguistiche ma anche tradizioni culturali siciliane. Sempre il 21 febbraio, inoltre, è stata annunciata la nascita della Accademia della Lingua Siciliana frutto dell’incontro tra docenti, artisti e appassionati vari, incontratisi la scorsa settimana a Caltanissetta. L’obiettivo dell’accademia è dichiarato nel Manifesto fondativo: «L’Accademia ha come sua finalità iniziale ed immediata quella di aggregare quanti più poeti, cantautori, studiosi, appassionati di lingua siciliana, associazioni culturali, persone che, a vario titolo, si occupano direttamente o indirettamente di lingua siciliana, attorno a poche e ovvie regole ortografiche e grammaticali condivise per poter offrire al sempre più crescente numero di siciliani che cominciano a usare, soprattutto sui social ma non solo, la lingua siciliana scritta un punto di riferimento al fine di evitare di commettere errori grossolani».
Leggere e comunicare nella propria lingua nel luogo di appartenenza in cui si vive sembra qualcosa di scontato; ciò che ai più non appare scontato è quanto anche questa possibilità sia regolata da dispositivi ben precisi. Il genocidio linguistico di molte comunità è stato determinato nel tempo dai processi coloniali e dalla globalizzazione. Si pensi a come è stato costruito nel tempo il ruolo odierno dell’inglese, a ciò che avvenuto a livello linguistico nei Paesi Baschi o al meccanismo tramite il quale l’Italia ha costruito la sua lingua nazionale relegando lingue come il siciliano o il napoletano al ruolo di dialetto: d’altronde «un dialetto è una lingua senza esercito né marina».
A causa di processi storico-politici, primo fra tutti la globalizzazione, moltissime delle oltre 6912 lingue esistenti al mondo si trovano secondo l’organizzazione Unesco in uno stato allarmante di sopravvivenza che mette a rischio il patrimonio della diversità linguistica. Il siciliano ad oggi non rientra tra queste, ma la Giornata internazionale della lingua madre ci ricorda ancora una volta quanto sia necessario rileggere la lingua nella sua intrinseca complessità di significato collettivo ed espressione di una comunità, di un popolo, di un territorio.

Un populu
mittitilu a catina
spughiatilu
attuppatici a vucca
è ancora libiru.
 
Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unnu mancia
u lettu unnu dormi,
è ancora riccu.
 
Un populo
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbano a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.

Da Lingua e dialetto di Ignazio Buttitta

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