Il Genio di Palermo: genealogia e chiavi di lettura

Il Genio (dal greco “ghenos”, nascita e dal latino “genius”, generatore di vita) è nume e simbolo della Città di Palermo. Il Genio di Palermo è, si dice, la personificazione della città, è considerato la sua rappresentazione antropomorfa.

Nelle raffigurazioni si presenta sempre come una figura anziana seduta in trono e incoronata, con la barba divisa in due ciocche e accompagnato da un serpente nell’atto di morderlo o di succhiargli il petto. Alle volte è sormontato da un’aquila o con ai piedi un cane o, ancora, con in mano lo scettro o una cornucopia. In forma scultorea si trova, in alcuni casi, in cima a un’ altura verdeggiante, altre volte tiene i piedi dentro una conca di marmo. Il cane è la fedeltà, la corona e lo scettro la regalità, la cornucopia la fortuna, l’aquila senatoriale è l’emblema della città di Palermo. La simbologia del serpente è più complessa; il rettile può assumere diversi significati. Essendo associato alla terra e all’acqua, rimanda alla fertilità, alla rinascita; ma, è anche simbolo di prudenza e di riflessività per la sua natura oscura e nascosta. Il serpente, infine, nell’immaginario cristiano è associato alla tentazione. Per niente forzato è anche il rimando ad Asclepio, dio della salute nell’antico pantheon greco. Il bastone di Esculapio (nome latinizzato del dio) simboleggia le arti sanitarie, combinando il serpente – che con il cambiamento della pelle simboleggia la rinascita e la fertilità – con la verga, un semplice strumento.

Delle origini del Genio si sa pochissimo, sempre per frammenti, azzardi e intuizioni. Nessuno studio sistematico. Secondo un’idea popolare, ripresa nel Seicento dallo studioso Di Giovanni, il Genio sarebbe il condottiero fenicio (di nome appunto Palermo) fondatore della città. La statua che ritrae tale personaggio è un dono che Scipione l’Africano fece alla cittadinanza, la quale l’aveva molto sostenuto nel conflitto con Annibale e nella conseguente vittoria su Cartagine. Questa versione non ha avuto molto successo ed è stata, dunque, poche volte ripresa.

Più diffusa e interessante è, invece, la versione che accosta le origini del Genio alla figura di Santa Rosalia, patrona della città. Sappiamo che Rosalia, le cui ossa furono rinvenute in una grotta del monte Pellegrino, è stata di recente accostata all’antichissima dea fenicia Tanit, che nel monte veniva celebrata in una serie complessa di riti insieme a un altro dio, Baal Hammon, fenicio anch’esso. Secondo alcuni, il Genio è direttamente collegato a quest’ultima figura, divinità terribile, crudele e insieme paterna.
Con questa versione si spiegherebbe anche la collocazione, in diversi casi, della statua del Genio su un altura, identificabile, appunto, con Monte Pellegrino.
Di sicuro, esiste un legame forte tra le due figure, simbolo della città, in un rapporto di perfetta sintesi armonica – che solo in Sicilia abbiamo – fra sacro e profano, tra cristianità e paganesimo.
La comunione è testimoniata anche da alcune usanze. Sembra certo che la statua del Genio andasse in processione per le vie della città accanto a quella della santa Rosalia. Le due figure sono, inoltre, raffigurate più volte insieme e, in effetti, il Genio figura anche all’esterno del complesso della Cattedrale di Palermo. In questi bassorilievi viene raffigurato per la  prima volta insieme ad altre figure umane. Ulteriore conferma si ha da un suggestivo racconto secondo cui quando nel 1775 il vicerè Caracciolo provò a ridurre il numero dei giorni del Festino, ossia dell’annuale celebrazione della santa patrona Rosalia, proprio al collo del Genio apparve un cartello che minacciava «o festa o testa» – intendendo quella del sovrano.

Di sicuro è stato, e lo è ancora, oggetto di forte culto popolare e, probabilmente per questo, la figura del Genio è stata mantenuta e riprodotta da tutti i sovrani delle diverse dominazioni, consapevoli dell’indissolubile legame tra il popolo e il “vecchio barbuto”. Non è un caso, a tal proposito, se i moti del 1848 ebbero luogo proprio alla Fieravecchia, dove è presente la statua del Genio, che per questo fu chiamata da allora piazza della Rivoluzione.

Come in parte abbiamo già accennato, il Genio di Palermo è rappresentato in innumerevoli angoli della città attraverso diverse forme, dall’affresco alla scultura. È ancora incerto quanti ce ne siano all’interno delle mura del capoluogo siciliano.
Uno, il più completo in termini di rappresentazione del Genio e dei suoi attributi, si trova all’interno di Villa Giulia; il più antico si trova, invece, al Porto. Uno è custodito nel cuore del mercato della Vucciria, a piazza Garraffo, e un altro ancora, già citato, nella fontana di Piazza Rivoluzione. Tre rappresentazioni si trovano all’interno di Piazza Pretoria, uno dei quali posto in alto sulla facciata del palazzo senatorio, con lo sguardo rivolto verso l’ingresso della struttura come a voler sorvegliare chi entra e chi esce e, dunque, l’operato di chi dovrebbe occuparsi del bene della città.

Una statua è posta all’interno del Palazzo Pretorio (Palermu u nicu). Interessante quest’ultimo perché ai suoi piedi si legge la controversa scritta: “Panormus conca aurea suos devorat alienus nutrit”, “Palermo divora i suoi e nutre gli altri”. L’interpretazione della frase è abbastanza controversa. In un’accezione significherebbe che questa città dà da vivere agli stranieri e trascura i propri figli, in altre, più romantiche, il riferimento è al fatto che il genio, dunque Palermo, si alimenti, senza poterne fare a meno, dei suoi abitanti; i suoi figli sono linfa vitale per la città stessa.

Il genio come culto nasce con la città stessa e parlare di lui è parlare di noi e delle nostre radici.

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