L’esodo dalla Sicilia, un fenomeno da fermare

La Sicilia è al centro di un processo di spopolamento, presentiamo la questione senza mezzi termini. Il progressivo calo di residenti nell’Isola è la vera emergenza siciliana, quella che attanaglia un intero territorio, quella che riguarda tutti i siciliani e le siciliane.

Il processo di spopolamento è in corso ormai da anni e non accenna ad arrestarsi. La prospettiva è che entro il 2030 l’Isola perderà circa un milione di abitanti. Per farci un’idea della dimensione del problema, riportiamo i dati reali che mostrano la variazione del numero di abitanti dal 2013 al 2018 nelle grandi città della Sicilia.

POPOLAZIONE 2013 2014 2015 2016 2017 2018
SICILIA 5.094.937 5.092.080 5.074.261 5.056.641 5.026.989 4.999.891
TRAPANI 436.150 436.296 435.765 434.476 432.398 430.492
PALERMO 1.275.598 1.276.525 1.271.406 1.268.217 1.260.193 1.252.588
MESSINA 648.371 645.296 640.675 636.653 631.297 626.876
AGRIGENTO 448.831 447.738 445.129 442.049 438.276 434.870
CALTANISSETTA 274.731 274.024 271.758 269.710 266.427 262.458
ENNA 172.456 171.190 169.782 168.052 166.259 164.788
CATANIA 1.115.704 1.116.917 1.115.535 1.113.303 1.109.888 1.107.702
RAGUSA 318.249 318.983 320.226 321.359 321.370 320.893
SIRACUSA 404.847 405.111 403.985 402.822 400.881 399.224
% DECRESCITA -0.06% -0.35% -0.35% -0.59% -0.54%

Ogni 12 mesi ventimila persone abbandonano la Sicilia; è come se ogni anno venisse cancellato un paese. Il calo di residenti – come emerge dal rapporto “La demografia delle aree interne della Sicilia” a cura del Servizio Statistica e Analisi Economica della Regione Siciliana – riguarda principalmente cinque aree interne dell’Isola: Sicani, Madonie, Nebrodi, Calatino e Simeto-Etna. Queste aree contano un totale di 65 comuni. In essi dal 1951 a oggi la popolazione si è ridotta di 147.479 unità. Solo negli ultimi anni, dal 2011 al 2019, 14mila abitanti in meno.

Se si analizzano i grafici che tengono conto dell’età, al momento della partenza, di chi emigra, ci si rende facilmente conto che il fenomeno riguarda principalmente una popolazione giovane e qualificata. Ad esempio, all’interno delle anticipazioni del rapporto Svimez 2019 – che prende in esame non solo la Sicilia, ma tutto il Mezzogiorno – ritroviamo la seguente sintesi dei dati: nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017 le persone emigrate dal Sud Italia verso il Nord sono state oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017. Di queste ultime 66.557 sono giovani (50,4%, di cui il 33,0% laureati, cioè a 21.970).

La dimensione del fenomeno è talmente estesa che i flussi migratori assumono ormai le caratteristiche di un esodo e in essi si può ricercare una delle cause primarie del progressivo spopolamento della Sicilia. Continuando con questo trend nei prossimi 10 anni la popolazione della Sicilia diminuirà di circa 300.000 unità. E’ come se una città con la stessa popolazione di Catania venisse cancellata da un giorno all’altro dalla cartina.

I numeri finora citati, in realtà, non riescono a cogliere la portata complessiva del fenomeno. Infatti, oltre ai flussi migratori registrati, è presente un fenomeno di pendolarismo a lungo raggio che interessa un gran numero di persone che, pur risiedendo in Sicilia, svolgono la loro attività lavorativa o di studio al Nord o all’estero.

L’emigrazione giovanile è quindi, come si diceva all’inizio, la vera emergenza siciliana. Eppure il tema è gravemente assente dal dibattito pubblico italiano e siciliano. Quando trattato, se ne parla come di un fenomeno riguardante poche centinaia di giovani, legato a una normale propensione delle nuove generazioni al cosmopolitismo, a un naturale desiderio di partire.

Di fronte a flussi tanto consistenti – circa 20.000 ogni anno – risulta difficile credere che a muovere i giovani sia la voglia di andare a studiare e lavorare fuori dalla Sicilia. Al contrario, bisogna guardare questo esodo come un fenomeno di massa condizionato – se non addirittura forzato – da condizioni economiche oggettive che sono sotto gli occhi di tutti. Il tessuto produttivo siciliano è inefficiente, l’economia in grande stallo, i settori principali per l’Isola, primo fra tutti quello agricolo, sono in crisi. La Sicilia è nelle primissime posizioni in Europa per tasso di disoccupazione giovanile con l’allarmante quota di 53,6 giovani (di età compresa fra i 15 e i 24 anni) ogni cento in cerca di un’occupazione.

Il mondo della formazione in Sicilia e al Sud versa in condizioni disastrose, soprattutto se paragonato a quello del Centro-Nord. Al Nord possiedono il certificato di agibilità o di abitabilità il 50% dei plessi scolastici, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primarie del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%, con punte del 7,5% in Sicilia e del 6,3% in Molise. Le carenze strutturali del sistema scolastico, insieme all’assenza di politiche di supporto alle fasce più deboli della popolazione, in un contesto economico più sfavorevole, determinano dal 2016 un peggioramento dei dati sull’abbandono scolastico. Il numero di giovani che, conseguita la licenza media, resta fuori dal sistema di istruzione e formazione professionale raggiunge nel Sud il 18,8%.

Le università dell’Isola sono sempre più de-finanziate, risultando così quelle con le maggiori carenze strutturali, quelle in grado di erogare meno servizi per gli studenti e con un offerta formativa peggiore. Attraverso le rilevazioni di tali capacità vengono stilate le classifiche; le università siciliane si aggiudicano, così, gli ultimi posti. Un sistema universitario competitivo come quello italiano, in cui la distribuzione delle risorse non viene stabilita in base alla necessità di aiutare gli atenei in difficoltà, ma si svolge a favore delle università già “più virtuose”, non può che penalizzare la Sicilia.

Il risultato è un progressivo e irrefrenabile aumento del divario tra gli atenei e soprattutto il totale svuotamento delle università della Sicilia a favore di quelle più attrattive delle città del Nord. Si parla di una riduzione dei finanziamenti alle università siciliane del 30% dal 2008 al 2015 e parallelamente di circa 51.441 giovani che hanno scelto di continuare gli studi nel Settentrione.

Ma le cause della disoccupazione, del de-finanziamento di scuole e università, della crisi dei settori economici, e dunque dell’emigrazione, non possono essere attribuite al caso, come se la Sicilia fosse di per sé la terra in cui ci sono meno possibilità. Né tanto meno è accettabile la narrazione secondo cui le cause delle condizioni in cui versa la Sicilia siano da attribuire ai siciliani stessi, soprattutto ai giovani, che non vogliono far nulla. Questa narrazione oltre che erronea è anche pericolosa. Infatti, è da questo presupposto che si riesce a far passare e far assumere l’idea che solo chi abbandona la Sicilia e parte ha davvero voglia di fare, che l’unico modo per diventare qualcuno sia fare le valigie e andare.

Lo Stato Italiano attraverso le sue forze politiche continua a propagandare la volontà di diminuire il divario e risolvere la “cosiddetta” questione meridionale. Ma nei fatti non fa nulla per creare le condizioni affinché gli abitanti possano scegliere di restare.  E’ chiaro che se il quadro presentato parla della mancanza di futuro nella propria terra, appare obbligata la scelta a favore della partenza. Molto più complesso decidere di restare.  Eppure restare oggi non solo rappresenta la prima forma di resistenza, ma può essere la prima mossa di un piano di attacco contro chi è causa, materialmente e storicamente, delle condizioni disastrose e dello spopolamento della Sicilia.

Di sicuro esserci è un presupposto imprescindibile per incidere e provare cambiare le sorti della Sicilia. L’unico che apre la strada alla possibilità di emancipazione dei siciliani e delle siciliane.

  

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