Comitato “Non si svuota il Sud”: “lottiamo per fermare l’esodo al nord degli insegnanti”

Il 6 Aprile, a Catania, in occasione del lancio dei comitati siciliani contro il “regionalismo differenziato” (Il Sud Conta), abbiamo incontrato le docenti del comitato “non si svuota il Sud”. Conosciuta la loro lotta, iniziata già da anni, abbiamo deciso di intervistarle per far conoscere a tutti la loro storia.

Come nasce il comitato “Non si svuota il Sud”

Il Comitato nonsisvuotailsud nasce all’indomani della mobilità 2016. 
Arruolati nel 2015 con la Legge 107 su sede provvisoria, si ebbe immediatamente la sensazione che qualcosa non avesse funzionato. Eravamo tutti precari storici e con anni di servizio alle spalle. La cosa diventò evidente quando nel 2016, appunto, si fece la domanda di mobilità nazionale obbligatoria, che ci consegnò definitivamente in zone ancora più distanti rispetto a quelle di immissione o comunque in luoghi che non avevano tenuto conto del principio di viciniorietà   lavorativa.
Il Comitato si costituì, quindi, per contrastare il vizio della mobilità, accertato poco dopo da una perizia tecnica da parte di un sindacato.
L’intento è quello di portare alla ribalta dinanzi ai giudici e dinanzi all’opinione pubblica la “Nuova Questione Meridionale”, dettata da una grave emergenza sociale.

Ci racconti, per quanto possibile, la tua storia?

La mia storia è la stessa delle mie colleghe: ho trascorso in graduatoria ad esaurimento (GAE) 15 anni, praticamente una vita. Ho svolto il lavoro da supplente giorno dopo giorno, cumulando un punteggio che doveva favorirmi l’ingresso in ruolo, nell’arco di cinque anni dalla conclusione del concorso 2000. Di anni, invece, ne sono trascorsi quindici e di giri per la provincia di Catania migliaia. Attendevo pazientemente la chiamata quotidiana dalle scuole, senza mai sdegnare alcun tipo di supplenza. Sono arrivata persino a Caltagirone, che dista 80 km da Catania. Oggi per me sarebbe una barzelletta raggiungere il luogo di lavoro, se fossi nel calatino; la mia attuale sede si trova a 1136 km di distanza, esattamente in provincia di Firenze, nel Mugello.

Cosa avete pensato nel sentire l’attuale Ministro dell’Istruzione, Bussetti, dire che voi insegnanti meridionali dovete impegnarvi di più?                  

Siamo rammaricati dalle esternazioni del Ministro, perché la scuola la teniamo in piedi ogni giorno, al Nord, con enormi sacrifici; ma l’abbiamo arata e curata anche al Sud, con altrettanti sacrifici mai riconosciuti. Gli anni del precariato che hanno qualificato la scuola meridionale sono stati vanificati da un’assunzione sconsiderata, che non ha tenuto conto dell’apporto prezioso di insegnanti qualificati e con anni di esperienza. 

Cosa, secondo te, incide maggiormente nel divario tra la scuola nel centro-nord d’Italia e quella del Sud?

L’economia italiana è spaccata a metà; il divario tra Nord e sud è creato per mancanza di investimenti. Riguardo la Scuola, in modo particolare, la disparità è creata dalla mancanza di investimenti. Partendo  dalla Riforma Tremonti – Gelmini del 2009, che ha tagliato centinaia di migliaia di cattedre al Meridione, con la soppressione del modulo alla Scuola Primaria e delle classi di concorso alla Secondaria di Primo e Secondo Grado, si approda alla 107/15 che è stata un complemento d’unione delle politiche europee liberiste e di privatizzazione del settore pubblico, si afferma che al Meridione  mancano investimenti su edilizia scolastica (si guardi agli edifici obsoleti e fatiscenti), sul  tempo pieno, che aspetta da quarant’anni e sul potenziamento, che è sparito e che doveva servire a riqualificare l’Offerta Formativa. Le classi restano affollatissime e la dispersione scolastica alta. Gli alunni diversabili (e non solo) soffrono la mancanza di continuità didattica.

Cosa pensi del “regionalismo differenziato”?      

A questa domanda rispondo riportando uno stralcio del discorso della nostra presidentessa, Antonella Trovato, all’assemblea del Sud Conta: “Riteniamo che  la visione sul tema regionalizzazione tocchi gli esiliati in modo diretto, essendo cresciuti professionalmente al Sud, prima di essere esodati in massa al nord. Le regioni richiedenti la regionalizzazione, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, in misura minore, vivono già una situazione di disomogeneità rispetto al resto dello Stato, e soprattutto rispetto alle Regioni Meridionali (…). Qualcuno sostiene che la regionalizzazione è al momento un contenitore vuoto: non è cosi, è pieno, invece, di quella previsione che regge la stessa regionalizzazione, il famoso gettito fiscale che stabilirà la destinazione dei fondi all’istruzione, che permetterà di defraudare il Sud, di organico, di risorse, di ricercatori ,di studenti;  è pieno della previsione del presidente della regione Veneto, Zaia, che definisce  in nove decimi del gettito fiscale la quota che sarà disponibile per l’autonomia differenziata (…). La regionalizzazione scipperà l’istruzione stessa con lo smantellamento progressivo della scuola pubblica, attraverso un sistema scolastico con investimenti e qualità legati alla ricchezza del territorio. Gli esiliati dicono no e immaginiamo che il nostro no conti. Riqualificate le nostre scuole, investite in nelle Regioni Meridionali, create condizioni affinché si possa fare rientro. Noi abbiamo il dovere di supportare economicamente il nostro territorio, abbiamo il diritto di sostenere le nostre famiglie”.

Perché parlate spesso di “deportazione” degli insegnanti? Non è considerabile una libera scelta la vostra?

Deportati non è il termine corretto; in realtà è avvenuto un esodo di massa, con prole a seguito. I professionisti con i titoli, con i master e con l’esperienza sono stati strappati al Sud e portati al Nord; da qui il termine “Esiliati 107”. La domanda obbligatoria era su cento province, ledendo la libertà di scelta. Tanti ci accusano che abbiamo approfittato dell’assunzione straordinaria per “scippare” il ruolo; io invece sottolineo un aspetto che si vuole opportunamente coprire e cioè il fatto che si paventava la chiusura delle Gae e il fermo lavorativo dopo trentasei mesi di lavoro continuativo; da lì a poco saremmo rimasti disoccupati.  Invece, le attese preoccupanti orchestrate dalla 107 sono state tradite e noi si continua a restare fuori, ostaggi di un’assunzione folle, a cui non si ripara nemmeno con la mobilità, le cui aliquote ridicole rafforzano l’esilio dei docenti del Sud “stabilizzati precariamente” al Nord.

Da cosa partireste per migliorare la scuola siciliana?                          

Alla Suola siciliana manca la presenza della politica regionale, la quale, come nei migliori matrimoni d’interesse, appoggia quella nazionale, volta alla privatizzazione della Pubblica Amministrazione, senza preoccuparsi dei cittadini. Si dovrebbe ripartire, quindi, da un atto politico forte che conduca ad azioni impopolari al fine dell’ottenimento delle risorse necessarie, rimandando al mittente le vessazioni economiche imposte dall’ Europa e che il Governo Italiano puntualmente applica in tutto il Sud, crocifiggendolo, per proteggere le Regioni del Nord dalla mannaia economica. Le Regioni Valle D’Aosta e Trentino Alto Adige, per esempio, all’indomani del varo della 107/15 hanno blindato la loro Scuola, con diversi emendamenti, per proteggere alunni, studenti ed insegnanti. Dalla Sicilia, invece, sono subito andati via circa 10000 docenti di cui nessuno si è preoccupato, se non a parole. Nelle sopra citate Regioni, invece, l’uso corretto dello Statuto Speciale ha evitato di fare in modo che precipitassero nel caos prodotto dalla Buona Scuola. La Sicilia, dunque, dovrebbe ripartire dall’uso mirato dello Statuto e da azioni politiche forti, che facciano quadrato attorno alla Scuola, per impedire alla falce economica di calare indisturbata su alunni e docenti.

Grazie e buona lotta.

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