Bilanci, dissesto e risanamento a Messina

Solo una classe politica imbelle come quella messinese può consentire che i bilanci del Comune continuino a essere approvati sub judice. Questo è quello che succede ormai da 7 anni a Messina.

Le norme che regolano i Piani di Riequilibrio pluriennali richiederebbero un assenso o un diniego nel giro di qualche mese. Ciò consentirebbe all’ente locale di mettere in campo “strategie” adeguate alla condizione in cui si trovano i propri conti. Al contrario, la mancanza di una risposta da parte degli organi di competenza mette gli amministratori in una situazione anomala, quando non irregolare. Ricognizione di debiti fuori bilancio senza riconoscimento degli stessi, riconoscimento di questi senza fonte di finanziamento: è questo ciò che può accadere.
Può accadere che il Sindaco De Luca dica: 《approvatemi questo altrimenti dichiaro il dissesto》. E ciò è già anomalo. La decisione di dichiarare il dissesto finanziario dell’ente dipende dalle condizioni date, non da quelle future. Quelle future devono solo dimostrare che le valutazioni fatte in precedenza fossero ragionevoli.

Molto buona è senz’altro la decisione di provare a fare delle transazioni al 50% con i creditori che vengono pagate attraverso il bilancio di previsione triennale. Ma lo strumento per pagare le rateazioni al 100% dal 2021 al 2033 qual è? Il Piano di Riequilibrio non è approvato; dunque come si fa a dire che è quello? E se un creditore dicesse al Comune (cosa già avvenuta) che non vuole né transazione né rateazione ma vuole pagato tutto il credito riconosciuto da una sentenza del giudice cosa fa l’ente? Probabilmente è costretto a pagarlo per intero e subito. Questo dipende dal fatto che ancora (ripetiamo, dopo sette anni e svariate riformulazioni) non si sa se il Piano di Riequilibrio pluriennale del Comune di Messina riceverà l’assenso della Corte dei Conti.

Il richiamo generale a evitare la dichiarazione di dissesto da parte di tutte le forze politiche e di una buona parte del sistema di informazione locale rischia di diventare, così, un invito a mettersi in una posizione di irregolarità, giacché, appunto, il dissesto o c’è o non c’è. Non è una scelta politica.
Perché dire tutto questo? Un sussulto di legalitarismo? Macché, il punto è che l’obiettivo deve essere ridurre il carico del passato sul presente, in modo da avere una possibilità per il futuro. Il debito, cioè, non può essere un’occasione per consentirsi di galleggiare tra sofismi ideologici come ha fatto la Giunta Accorinti, né lo strumento per privatizzare tutti i servizi.

Sette anni fa 27 milioni di cittadini italiani hanno deciso che i servizi pubblici devono restare tali che su di essi non si può fare profitto. Da quel momento si è scatenata un’offensiva da parte della classe politica nazionale contro il volere del popolo e siamo arrivati al paradosso che chi come Accorinti aveva vinto le elezioni come paladino dei beni comuni ha pensato di utilizzare gli utili della vendita dell’acqua (poi, magari, ci spiegherà quali) per coprire i debiti causati da quelli che lui stesso aveva definito massacratori della città. Durante la sua consiliatura i lavoratori e una parte del Consiglio Comunale sono riusciti a disinnescare la privatizzazione dell’Atm e a bloccare la costituzione delle sue multiservizi spa, ma non a imporre la gestione pubblica degli stessi. Questo è il nodo politico. Questa è la volontà che il referendum di sette anni fa ha imposto. I servizi pubblici non devono essere gestiti con logiche di mercato, non devono essere gestiti attraverso società per azioni.

Non è tanto importante di chi sia la proprietà (se pubblica o privata), ma che la gestione non sia proprietaria, ma pubblica. Forse diciamo un’eresia, ma se la gestione deve essere privatistica a quel punto meglio un bando che il comando dei manager scelti dalla politica.
Ecco, oggi ci troviamo nella medesima situazione e la battaglia deve essere basata sul fatto che tutti i servizi pubblici (acqua, trasporti, smaltimento dei rifiuti) devono essere gestiti attraverso aziende speciali con l’introduzione di meccanismi di controllo popolare. Si può fare. Lo stesso De Luca ne ha costituite due di aziende speciali. La recente sentenza del Consiglio di Stato ha stabilito che dal fallimento di una partecipata si può uscire con la costituzione di una nuova azienda speciale. Nell’agrigentino i Comuni si sono consorziati per gestire il servizio idrico attraverso un’azienda speciale consortile. Tanti anni fa ormai, all’indomani del referendum, a Napoli si passò da una spa a una azienda speciale per gestire il servizio idrico.
Insomma, se togliamo il profitto, le prebende per i manager che vengono a svernare a Messina e la corruzione di palazzo possiamo ancora farcela.

Laboratorio Territoriale

 

 

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