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Barcellona è sola?

«Demanes diàleg i et responen posant el 155 damunt la taula. Entesos». È il tuit in catalano – ore 21.57, 11 ottobre – del presidente Puigdemont: chiedi dialogo e ti buttano sul tavolo l’articolo 155, ne prendiamo atto.
Le parole con cui Rajoy e il suo governo hanno chiesto a Puigdemont se ha effettivamente dichiarato l’indipendenza o meno martedì 10, riportando al parlamento catalano il risultato del referendum dell’1 ottobre, non sono una dichiarazione politica o una richiesta di chiarimento, ma l’inizio del procedimento per l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione – quello che potrebbe portare alla sospensione dell’autonomia regionale. L’articolo 155 della Costituzione spagnola del 1978 – che è una traduzione quasi letterale dell’art. 37 della Costituzione federale tedesca del 1949 [«Art. 37. – (I) Se un Land non adempie agli obblighi federali che gli incombono in base alla presente Legge fondamentale o ad un’altra legge federale, il Governo federale, con l’assenso del Bundesrat, può prendere le misure necessarie per obbligare coattivamente il Land all’adempimento dei suoi doveri».] – recita così: «Articolo 155 – 1. Ove la Comunità Autonoma non ottemperi agli obblighi imposti dalla Costituzione o dalle altre leggi, o si comporti in modo da attentare gravemente agli interessi generali della Spagna, il Governo, previa richiesta al Presidente della Comunità Autonoma e, ove questa sia disattesa con l’approvazione della maggioranza assoluta del Senato, potrà prendere le misure necessarie per obbligarla all’adempimento forzato di tali obblighi o per la protezione di detti interessi». E la procedura prevede che abbia cinque giorni (il tempo ”concesso” da Rajoy) per precisare le sue parole e, in caso affermativo, che abbia ancora altri cinque giorni «para corregir y regresar al orden constitucional – per correggerle e ritornare all’ordine costituzionale».
Perciò, l’articolo 155 è già stato attivato, è già operativo: il successivo passaggio è al Senato, dove il Ppe, il partito di Rajoy, ha la maggioranza assoluta e dove può comunque contare sull’appoggio del Psoe, il partito socialista di Sanchez, e di Ciudadanos, il partito di Rivera, che sinora hanno sostenuto il suo atteggiamento. Per mediare con il Partito socialista catalano, che comunque è sempre stato contro il referendum ma avrebbe certo “qualche difficoltà” a difendere l’atteggiamento brutale del governo centrale nelle piazze oggi e domani nelle urne, Sanchez offre e rivendica di avere trattato con Rajoy future imprecisate “modifiche” della Costituzione.
La comunità internazionale sembra non voler capire che la situazione non è per nulla “fluida” (come si è pronunciato il Fondo monetario internazionale), e che quella adottata dal governo catalano non è la “formula slovena”, quando Lubiana aveva dichiarato l’indipendenza e l’aveva sospesa per mesi, per arrivare a un divorzio negoziato con Belgrado. Qui siamo già quasi oltre ogni limite di mediazione, e servirebbe perciò uno sforzo, una volontà politica che nessuno pare voler mettere in campo; Francia, Germania e Italia hanno confermato la linea anti-indipendenza: «Una dichiarazione di indipendenza della Catalogna sarebbe illegale e non sarebbe riconosciuta», ha dichiarato la portavoce di Angela Merkel, Ulrike Demmer. «Sarà illegale qualunque dichiarazione unilaterale di indipendenza avanzata dalle autorità della Catalogna», ha detto una portavoce del ministero degli Esteri francese. E Gentiloni: «È necessario rispettare il quadro costituzionale e le leggi spagnole». Amen.
«Informiamo la comunità internazionale e le autorità dell’Unione europea della costituzione della Repubblica catalana e della proposta di negoziati con la Spagna», così c’è scritto nella dichiarazione firmata alle 22.40 dell’11 ottobre da settantadue deputati del parlamento catalano (di Junts pel Sì e Cup che costituiscono la maggioranza e il governo). «Costituiamo la repubblica catalana, come stato indipendente e sovrano, democratico e sociale, disponiamo l’entrata in vigore della legge di transizione politica e di fondamento della repubblica, iniziamo il processo costitutivo, democratico, basato sui cittadini, trasversale, partecipativo e vincolante» – e questo è il cuore della dichiarazione.
C’è poco da restare appesi a una qualche interpretazione “semantica” delle parole di Puigdemont, come sembra fare, tra gli altri, Iglesias di Podemos: «Non ha dichiarato l’indipendenza, ed è una buona notizia». Podemos ha provato sinora a giocare una propria partita, tutta politica, per la caduta del governo di Rajoy, ma i margini per continuare a chiedere una qualche mediazione si sono precipitosamente ridotti. Le cose sono invece chiare. Ora la questione è un’altra: l’Europa è sorda a qualunque richiesta catalana. Eppure è proprio sul processo di indipendenza aperto dai catalani che si può aprire un nuovo percorso per una nuova Europa. I catalani sono europeisti convinti, tanto da essersi più volte, e ancora ieri, appellati alla comunità europea. Eppure, Barcellona oggi sembra sola. L’Europa si gira dall’altra parte.
E oggi è il 12 ottobre, giorno della Hispanidad, festa nazionale che celebra la scoperta dell’America da parte di Cristóbal Colón, che poi sarebbe Cristoforo Colombo (per dire invece: il disegno della “estelada”, la bandiera indipendentista catalana, si ispirò a quella di Cuba indipendente del 1902). Sul paseo de la Castellana de Madrid, per la prima volta dopo molti anni, sfilerà la Policía nacional. Manca la Falange e stiamo proprio al completo. Non è difficile immaginare gli applausi fragorosi che verranno riservati alla Polizia e alla Guardia civil – proprio quelli che hanno scatenato una violenza brutale contro i cittadini catalani. Magari sarebbe il caso – per i media internazionali che, come dice Puigdemont, sembrano tutti concordi in una “narrazione” che accusa i catalani di “golpismo” – di chiedersi se Rajoy non abbia dato la stura a una “nostalgia” di franchismo.
Ognuno sceglie da che parte stare.

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