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Autorizzazione ambientale per la RAM di Milazzo: chi controllerà il controllore?

La sera del 28 marzo è arrivata la notizia del rilascio dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) per la Raffineria di Milazzo.
Sono stati giorni tesi, nella Valle del Mela, tutti aspettavano il 28 marzo, giorno in cui si sarebbe tenuta la conferenza dei servizi in cui doveva essere rilasciato il rinnovo dell’AIA per la Raffineria di Milazzo. Alla conferenza hanno partecipato il sindaco di Milazzo Giovanni Formica, il Commissario di San Filippo del Mela Alfredo Biancuzzo, il sindaco della città metropolitana di Messina Renato Accorinti e i delegati del ministero dell’Ambiente. Sono procedure che negli anni si ripetono e ogni volta che arriva questo momento, le anime che vivono il territorio in questione aspettano con il fiato sospeso.
Come sempre accade, quando devono essere rinnovate le autorizzazioni per un industria come quella di cui si sta parlando adesso, i sindaci dei comuni su cui ricadono gli impianti sono tenuti a presentare delle prescrizioni. E in questo caso la richiesta che sembrava arrivare dai sindaci era l’abbattimento del 50% delle emissioni attualmente registrate e l’utilizzo quindi delle BAT (best available techniques) ovvero le migliori tecniche disponibili sul mercato per garantire bassi livelli di emissioni e di inquinanti. Su questo è partito subito un tamtam mediatico che ha portato anche il ministero dello Sviluppo Economico a schierarsi contro le stesse norme del ministero dell’Ambiente. Lo spauracchio agitato dalla RAM, la Raffineria di Milazzo, aveva come soggetto queste prescrizioni: la voce diffusa tra i lavoratori, e non solo, era che con quelle prescrizioni si sarebbero chiusi impianti e persi posti di lavoro. Questa la strategia classica usata che anche in questa occasione mirava a spaccare l’opinione pubblica e dividere i lavoratori dell’industria da chi lotta quotidianamente per vivere in un territorio in cui lavoro e salute vengano garantite senza se e senza ma.
Nonostante i propositi iniziali delle amministrazioni di Milazzo e San Filippo del Mela, questo rinnovo sembra avere portato ancora una volta acqua al mulino dei profitti della RAM contro i diritti di lavoratori e cittadini. Ovviamente per sapere nei dettagli cosa è stato deciso bisogna aspettare il rilascio del decreto ministeriale, ma dalle dichiarazioni dei sindaci Formica e Biancuzzo, durante la conferenza stampa tenutasi al Comune di Milazzo, qualche perplessità resta. Non è stata riconosciuta l’emergenza sanitaria nella Valle del Mela, che avrebbe imposto prescrizioni più consistenti, ma solo annunciate delle indagini epidemiologiche e tossicologiche che invece di essere finanziate dal ministero dell’Ambiente o dal ministero della Salute verranno pagate proprio dalla Raffineria di Milazzo. Come si dice in questi casi insomma il controllore è finanziato dal controllato. Stana convergenza di interessi.
Niente di nuovo sotto il sole, le industrie spadroneggiano e nel gioco delle autorizzazioni tengono il mazzo e guardano le carte degli “avversari”. Nel frattempo è stato sequestrato dalla Guardia di Finanza il serbatoio da cui è avvenuto qualche giorno fa l’ennesimo sversamento in mare di sostanze derivanti dalla raffinazione del petrolio. Ma questa ormai è prassi nel territorio milazzese.
Qui si vivono contraddizioni laceranti, perché bisogna fare i conti con una quotidianità che vede famiglie avere un piatto in tavola perché a fine mese arriva lo stipendio dalla RAM, famiglie che contano i morti di tumore e famiglie che campano con lo stipendio del RAM ma contemporaneamente contano i morti. Qui un intero territorio per scelte sbagliate del passato e del presente è costretto alla distruzione e alla desertificazione. Qui, nonostante tutto, disoccupazione ed emigrazione forzata non mancano.
E sia chiaro, il lavoro dentro la raffineria non è a rischio per le richieste di utilizzo delle BAT o di maggiori investimenti. Il lavoro è a rischio perché è proprio nei piani dei proprietari della Raffineria di Milazzo Eni e Kuwait Petroleum. Due multinazionali che tra i loro obiettivi hanno il superamento dei limiti imposti dalle norme europee in tema di emissioni e sicurezza, defiscalizzazione e flessibilizzazione del lavoro. E proprio sulla flessibilizzazione del lavoro, che tradotto significa precarizzazione, chi lavora dentro la raffineria può ammettere tranquillamente che è un processo già in atto da tempo. Sono, infatti, continui i tentativi di esternalizzare, modificare a ribasso i contratti di lavoro e cancellare le garanzie scritte nel patto d’area siglato da tutte le organizzazione sindacali e l’azienda. Nella sostanza quello che vogliono è utilizzare al massimo il territorio, inquinare il più possibile per avere dei rapporti di produzione più alti, pagare sempre meno tasse e diminuire progressivamente diritti e posti di lavoro.
A tutto questo si può e si deve porre un argine. Abbattere definitivamente il muro che la RAM cerca di tenere a fatica in piedi per tenere divisi lavoratori e comitati territoriali della Valle del Mela. Da qui bisogna ripartire per poter immaginare un modello sociale e produttivo diverso. Le decisioni che riguardano questo territorio non possono essere calate dall’alto delle stanze ministeriali. Non possono essere prese da chi fa gli interessi delle multinazionali. Tornare a imporre attraverso la lotta il diritto a un lavoro degno per tutti, alla salute e alla sicurezza. Questo è quello che resta da fare per riportare il potere di decidere agli abitanti della Valle del Mela.

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