Adesso arrestateli tutti, i catalani.

«Madrid needs to start speaking to its opponents and stop seeking to put them in jail / Madrid deve cominciare a parlare con i suoi oppositori e smetterla di sbatterli in galera». Finisce così un duro editoriale del «Times» del 26 marzo dal titolo Spain again; pur non condividendo la causa indipendentista, il quotidiano inglese sottolinea la brutalità del governo Rajoy, e dei suoi giudici e dei suoi tribunali e della sua polizia, una rigida volontà di schiacciare il movimento dell’indipendenza che mostra più la sua paura che le sue ragioni.
Domenica 24 marzo è stato arrestato Carles Puigdemont. In Germania. Mentre rientrava in Belgio – dove è in esilio – dalla Finlandia. A Helsinki era stato invitato da un deputato finlandese. I servizi segreti spagnoli avevano nascosto un geolocalizzatore nell’automobile usata da Puigdemont per partire da Helsinki in direzione di Bruxelles. E la polizia tedesca dello Schleswig-Holstein lo ha fermato, dopo il superamento della frontiera con la Danimarca. Grazie al dispositivo inserito nell’auto, Puigdemont è rimasto sotto controllo fino al suo arresto da parte delle autorità tedesche. L’intelligence di Madrid ha giustificato la sua partecipazione nella cattura di Puigdemont affermando che la sua missione è «neutralizzare le minacce contro l’integrità nazionale, la sicurezza e lo Stato». E perciò, Puigdemont rappresenta per Madrid solo questo, una minaccia contro l’integrità nazionale, la sicurezza e lo Stato. Finora sono venticinque i dirigenti catalani incriminati per il procés culminato nel referendum sull’indipendenza dell’ottobre scorso. Il 23 marzo la Corte suprema aveva ordinato la carcerazione preventiva per Turull, ex consigliere del governo, per l’ex presidente del parlamento catalano, Carme Forcadell, e per gli ex ministri catalani Raul Romeva, Joseph Rull e Dolors Bassa. Così, Puigdemont, Turull, Junqueras, Forcadell e la leader di Erc, Marta Rovira, rischiano da quindici a trent’anni di carcere.
Puigdemont vive in Belgio dalla fine di ottobre, ha continuato a fare attività politica ed è stato anche indicato per la rielezione a presidente della Generalitat catalana, sostenendo di poter essere eletto e di poter svolgere il suo mandato anche dall’estero. Le elezioni di dicembre sono state per lui un successo, oltre a aver consegnato la maggioranza alle forze che avevano sostenuto il procés e il referendum. Poi Puigdemont aveva fatto un passo indietro, per trovare una soluzione su un altro nome che non fosse il suo, sperando di offrire così una mediazione a Madrid, e a Barcellona si sono susseguiti altri candidati, tutti via via raggiunti da ordini di arresto – anche Ana Gabriel, portavoce della CUP, ha preferito spostarsi in Svizzera piuttosto che farsi arrestare – e impossibilitati a conseguire la nomina.
Dopo l’arresto di Puigdemont lo stato spagnolo gongola – la vicepremier spagnola Soraya Sáenz de Santamaría ha commentato così: «Saperlo in cella è una buona notizia» – perché conta su una legislazione più simile alla propria se paragonata con quella belga o finlandese. Conta soprattutto sul sostegno del governo tedesco e il sostegno personale che la Merkel ha sempre promesso a Rajoy. Quindi il governo spagnolo conta su una facile estradizione, anche se potrebbero servire fino a due mesi perché la magistratura tedesca dia una risposta a quella spagnola: il reato di ribellione contro l’integrità dello Stato non è presente nell’ordinamento tedesco, ma quello di tradimento sì. E gli spagnoli hanno riformulato il mandato di cattura. L’avvocato di Puigdemont crede invece che l’estradizione dalla Germania non sia “inevitabile”: una delle chiavi per la difesa sarà dimostrare ai giudici tedeschi che l’ex presidente della Catalogna non avrebbe in Spagna garanzie di un processo equo. «Sulla carta, il sistema giudiziario spagnolo è molto garantista, ma in questo processo le garanzie non si vedono».
Immediatamente sono scattate le proteste, dopo l’arresto. A Barcellona, la ANC, l’Assemblea nazionale catalana, convoca una manifestazione che parte da Plaça Catalunya fino al consolato tedesco. Ci sono più di cinquantamila persone. I Comités de Defensa de la República (CDR) ne convocano un’altra, che arriva fino alla delegazione del governo centrale. Successivamente vengono raggiunti da molti dei partecipanti alla manifestazione della ANC. La situazione è molto tesa, la rabbia è evidente e in tarda serata, difronte alla delegazione, ci sono i primi scontri e le cariche. Le cariche sono violente, si vedono barricate con cassonetti incendiati. I manifestanti gridavano: «Questa Europa è una vergogna».
Cariche anche a Lleida, dove si contano sette feriti. Prima, la concentrazione è stata difronte alla delegazione del governo a Lleida, poi è stata occupata la stazione per un paio d’ore. Anche a Tarragona ci sono state alcune cariche mentre a Girona la facciata della delegazione del governo è stata sporcata di vernice gialla, e riempita di cartelli e scritte “libertà”. Dal palazzo della delegazione è stata anche ammainata la bandiera spagnola e al suo posto messa una indipendentista. Le proteste sono poi continuate anche il giorno dopo. I CDR di Lleida hanno tagliato l’autostrada facendo barricate con dei copertoni incendiati.
A Barcellona, un centinaio tra giudici e avvocati hanno manifestato di fronte alla Ciutat de la Justicia, per richiedere la libertà di tutti i prigionieri politici e una reale indipendenza della magistratura. Cinquanta giuristi e cattedratici di diritto delle università catalane riuniti nel “collettivo Praga” contestano l’incriminazione per presunta ‘ribellione’ da parte della giustizia spagnola dell’ex-presidente catalano e degli altri leader indipendentisti. In un documento comune affermano che “il reato di ribellione non sussiste” e denunciano l’incarcerazione preventiva dei leader catalani come “eccessiva, sproporzionata e crudele”. Anche gli impiegati del Parlament hanno manifestato chiedendo la liberazione di Puigdemont e degli altri arrestati.
Sempre alla Ciutat de la Justicia, nove manifestanti erano convocati per rispondere sull’occupazione della Estació de Sants di Barcellona durante lo sciopero generale dell’8 novembre, ma si sono presentati solo in quattro, e solo uno ha risposto alle domande del giudice.
Anche a Girona c’erano convocati per l’occupazione della stazione di alta velocitá, sempre durante lo sciopero generale. Gli interrogati in questo caso erano accompagnati da un centinaio di sostenitori.
Intanto, Ines Arrimadas di Ciutadanos chiede le dimissioni del presidente del Parlament, Roger Torrent, perché sostiene che dalla presidenza fa discorsi politici indipendentisti e dichiara che sta presentando una denuncia presso il Tribunal Costitucional. I partiti indipendentisti stanno preparando una mozione da votare mercoledì 28 marzo, perché il parlamento garantisca i diritti politici di Puigdemont, Sànchez e Turull come peraltro è stato recentemente ribadito dall’ONU: la commissione dei diritti umani dell’ONU ha dichiarato ricevibile il ricorso presentato da Puigdemont contro la lesione dei suoi diritti politici da parte della Spagna e nei giorni scorsi aveva già dichiarato ricevibile il ricorso di un altro leader catalano detenuto, Jordi Sanchez, chiedendo in forma cautelare alla Spagna di tutelare i suoi diritti politici. Jordi Sànchez, dalla prigione, fa sapere che per il momento, nonostante la sua dichiarazione della settimana scorsa, mantiene il suo seggio di deputato.
I parenti dei prigionieri politici sono intervenuti oggi pomeriggio presso il Parlamento Europeo.
In Catalogna il percorso indipendentista non si ferma. E l’Europa è ancora chiamata a non lasciarla sola.

fonte foto: da politico.eu

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