Analisi del voto in Sicilia.

S’è compiuto quello che da mesi sondaggi e “sensazione sociale” andavano delineando: che avrebbe vinto il centro-destra raggruppato intorno a Nello Musumeci in un rush finale con la lista del Movimento 5Stelle, mentre la lista di centro-sinistra sarebbe stata a guardare e misurare l’entità del proprio disastro dopo l’esperienza del governo Crocetta.
Un indubbio flop è quello della lista Fava, almeno rispetto le ambizioni di partenza e le dichiarazioni roboanti e i sondaggi che l’avevano anche accreditata di una doppia cifra e di un possibile sorpasso della lista Micari: se ne può capire l’errore, perché nessuna statistica aveva mai rilevato la consistenza della scissione di Mdp in Sicilia, che ora invece sappiamo; la lista Fava prende quasi la stessa percentuale di cinque anni fa – con il vantaggio in più di uno scranno all’Ars, che certo non è nulla, ma è pochino rispetto i progetti di partenza.
Il bis dell’operazione Orlando – la vittoria a Palermo con un unico raggruppamento di “centro-sinistra allargato” in cui scomparivano i partiti, almeno sulla carta – non s’è dato: ha pesato, certo, l’insistenza della lista di Fava a correre autonomamente, ha pesato la “leggerezza” della candidatura-Micari (che comunque, anche sostituita con altro nome, non avrebbe convinto la lista Fava a correre insieme, presa com’era da un convincimento di forza e di misurarsi per “prove nazionali” di ceto dirigente che nulla avevano a che fare con la Sicilia), hanno pesato la delusione, l’amarezza e contrarietà suscitate dal governo Crocetta – soprattutto per quelle aspettative che pure avevano potuto suscitare – e, infine, la fondata sensazione che un voto “a sinistra” sarebbe stato irrilevante per decidere la vittoria. Il voto di opinione “a sinistra” s’è così orientato in libera uscita – i numeri delle differenze tra voti di lista e voti ai candidati, provincia per provincia stanno lì a testimoniarlo – tra il sostegno ai 5Stelle (sperando in un qualche cambio di rotta) e quello a Musumeci (in quanto esperto navigatore). Una sorta di “effetto ballottaggio” esercitato però al primo e unico turno.
La “sinistra” in Sicilia – quella istituzionale, quella “rappresentativa” – non conta assolutamente nulla in questo momento. Non tanto e non solo per i numeri, o perché abbia perso clamorosamente, ma perché non è portatrice di un progetto, di un’idea, di un’analisi, di una coalizione sociale. Distinguibile, chiara, netta, opposta, vincente. Nel lungo, lunghissimo ciclo che parte dalla guerra della mafia contro lo Stato a oggi, e che pure una reazione e una sensibilità sociali aveva fatto emergere, soprattutto tra le giovani generazioni, “la sinistra” s’è solo intestata la battaglia di “legalità”. Che è diventata retorica, formale, macchiata di scandali e favoritismi faziosi, perdendo pian piano ogni carattere progressivo. Il fallimento di Crocetta – che pure della “legalità” si presentava come un campione e che ha infittito i suoi assessorati di magistrati dalla specchiata e luminosa carriera – e, di converso, il clamoroso successo della “candidatura di famiglia Genovese” ne sono una evidente attestazione. Si può strillare agli “impresentabili” quanto si vuole o invocare l’intervento di controllori dell’Osce per il regolare funzionamento delle operazioni di voto – una cosa anche un po’ offensiva – ma i numeri che raccontano gli orientamenti sociali stanno qui. Non è una scelta per “l’impresentabilità”, ma una denuncia di come sia diventata vuota retorica la “legalità”.
Su tutto il voto pesa come un macigno il convitato di pietra dell’astensionismo, anch’esso, per la verità, largamente previsto. I numeri dell’affluenza sono impietosi e, peraltro – ma perché dovrebbe essere diverso? – in linea con quelli che sempre più si manifestano nelle elezioni amministrative d’Italia. E per la verità in tutte le democrazie rappresentative. Meno di un elettore su due va a votare. Precisamente, per la Sicilia: solo il 46.75 percento di elettori ha depositato la propria scheda nell’urna. Un numero che somiglia molto a quello di cinque anni fa, quando solo il 47.41 percento andò a votare. Quanto possa essere considerata “democraticamente” valida l’elezione di un candidato che, tra astensionismo e tripartizione dei voti, finisce con il rappresentare ormai solo una parte estremamente minoritaria di opinione, eppure “conquista“ potere e risorse e disponibilità finanziarie e decide della sorte di territori e lavori e uomini e donne e vite, sembra una cosa che interessa pochi. Ma i numeri stanno qui: con i suoi 830.821 voti, Nello Musumeci rappresenta poco più del 17 percento di elettori siciliani. Che non è neanche una minoranza numericamente “rispettabile”. E va tenuto sempre presente questo dato, non per le “pastette” di opposizione, ma per i rapporti di forza sui territori e per alleanze sociali.
Questo dato forte di astensionismo alle regionali (ripetuto nel tempo) sembra contrastare con quello delle politiche. Alle politiche del 2013 votò il 64.5 percento di elettori; un dato in calo rispetto quelle del 2008, quando votò il 74.7 percento, ma comunque ancora significativo. Se si confermasse questo trend in discesa, alle prossime politiche dovrebbe votare poco più del cinquanta percento. Ma non è il nostro mestiere fare sondaggi e previsioni elettorali. Quello che è certo è che l’astensionismo è ormai in grado di determinare il quadro politico, perché non viene “rastrellato” da nessuna proposta, mentre l’elettorato votante e convinto tende a schierarsi. Non stiamo dicendo perciò che l’astensionismo sia “tutto” prodotto di una cosciente presa di distanza dai partiti o di una “civica” indifferenza a chi governa: c’è anche questo, di sicuro. Stiamo solo dicendo che “l’offerta” politica in campo non riesce a convincere quella parte maggioritaria (lo dicono i numeri) dei siciliani che assiste alle campagne elettorali facendo altre cose. Prima, durante e dopo.
Bucare nell’astensionismo e schierarlo dalla propria parte, era la mission politica del Movimento 5Stelle. A confrontare i voti da loro raccolti tra le elezioni regionali del 2012 (la prima volta che affrontarono una competizione di questo genere) e quelle di adesso, c’è da restare impressionati. A esempio: nella provincia di Siracusa nel 2012 presero 23.887 voti per un totale del 15,5 percento; e adesso hanno preso 54.237 voti per un totale del 35 percento. Nella provincia di Ragusa, nel 2012 presero 24.231 voti per un totale del 22,35 percento; e adesso: 34.074 voti per un totale del 31,5 percento. Balzi significativi.
Ma forse il confronto più corretto andrebbe fatto con le politiche del 2013. È sulla base di quei dati “impressionanti” che il Movimento 5Stelle puntava a “prendere” l’isola. In Sicilia il M5S nel 2013 conquistò 843.557 voti, cioè il 33 percento. Superò il 31,4 della coalizione di Berlusconi e fece mangiare la polvere al centro sinistra di Bersani che si fermò al 21,5. Ora, alle regionali, invece il M5S ottiene 513.359 voti. Il che significa che 330mila e 198 siciliani in carne e ossa che avevano votato 5Stelle nel 2013 lo hanno abbandonato quest’anno. Il M5S tra le politiche del 2013 e le regionali del 2017 perde il 40 percento dei propri elettori. Se avessero anche solo confermato quei dati del 2013 (i loro 843.557 voti contro gli 830.821 voti d’adesso di Musumeci) oggi Cancelleri sarebbe governatore.
Per fare un esempio specifico: nella circoscrizione di Palermo alle regionali del 2012 il M5S prese 70.038 voti, ovvero il 15,6 percento; alle politiche del 2013 prese 194.181 voti, ovvero il 31,83 percento; e alle regionali d’adesso ha preso 109.952 voti, ovvero il 24,1 percento. Ma considerando che in città, alle comunali, il loro candidato Forello prese “solo” 44.271 voti, ovvero il 16,27 percento, sono dati comunque notevoli. Magari non comparabili, ma c’è da pensarci. Chiedersi ancora “cosa” rappresentino i 5Stelle ci sembra una domanda fuorviante; con questi numeri, le dinamiche interclassiste e intergenerazionali sono evidenti (anche se, “a naso”, sembra prevalente la fascia d’età più giovane).
Infine, gli amici indipendentisti Siciliani liberi. Il risultato è magro e sicuramente al di sotto delle loro aspettative, nonostante l’impegno profuso e le mille iniziative elettorali messe in campo, e quell’iniziale 1,8 percento raccolto alle comunali di Palermo, che poteva essere considerato uno zoccolo di partenza. Essendo anche rimasti praticamente l’unica voce “indipendentista” che si presentava con una propria lista – dato che la scelta di tutti gli altri (da Armao a Mariano Ferro) era stata quella di intrupparsi con Musumeci e Berlusconi (sulla lista Busalacchi, tacciamo per carità di patria) – potevano sperare di aggiungervi, anche se non ha mai pesato elettoralmente granché, quella simpatia che si vedeva tradita. Non è andata così: di sicuro ha pesato contro Siciliani liberi, in una competizione fortemente caratterizzata dalla polarizzazione e dal “voto utile” (cioè a chi si riteneva potesse vincere davvero), l’assenza di voti d’opinione disponibili a una scommessa, a una testimonianza, a un dono. Non può essere però l’unica spiegazione. Nel constatare che, nonostante l’esito elettorale non proprio esaltante, i Siciliani liberi abbiano deciso di mantenere e anzi rinvigorire il loro impegno politico, forse vale la pena riconsiderare alcune premesse di questa posizione. Ne parleremo dopo.
Riassumendo politicamente. L’astensionismo è determinante: non solo c’è una maggioranza sociale indifferente al teatrino delle elezioni – il che non significa che non sia invece presente e attenta alle questioni del proprio territorio – ma minime percentuali di variazioni finiscono con il disegnare i risultati; chi governa rappresenta ormai percentuali estremamente ridotte di elettorato ma in nome della governabilità e della stabilità prende tutto il cocuzzaro: c’è una evidente sproporzione tra il potere e la rappresentanza e questo può aprire crepe nei conflitti sociali; la “sinistra” in Sicilia non conta nulla in termini di “bandiera di un ideale” e in queste condizioni non solo non è assolutamente semplice essere radicali ma c’è una prateria per i “pensieri di destra”; il Movimento 5Stelle è ancora una forza significativa non solo in termini di elettorato ma di raccolta di un’opinione magari grezza ma che è capace di intercettare un diffuso sentimento di fastidio verso il ceto politico: dato il loro relativo “insuccesso” è probabile che si rendano disponibili a battaglie di difesa del territorio per essere credibili non solo agli appuntamenti elettorali: peraltro, incombono le elezioni politiche nazionali.
Infine, e è il dato politico per noi più importante, rimane la questione dell’autonomismo. Per noi – l’abbiamo dichiarato più volte – lo Statuto siciliano è cosa morta, e con esso tutta la storia del passato dell’autonomismo e dell’indipendentismo siciliani. Appartengono alla storia, non al presente e tanto meno al futuro. Indipendenza è oggi una parola nuova. Credevamo che questa consapevolezza fosse ormai coscienza comune – anche in forma di boutade del segretario del Pd Faraone che si propone un referendum per abolirlo definitivamente, lo Statuto – e invece la retorica dell’autonomismo e della piena attuazione dello Statuto rimane ancora una proposta sventolata a destra (per lo più) e a manca. Così, in nome del “pieno autonomismo”, ci si è schierati con la destra di Salvini e Berlusconi; in nome del “pieno autonomismo”, Alfano proponeva la Zona franca fiscale per un rilancio economico della Sicilia; in nome del “pieno autonomismo” – in un percorso “a tappe” verso l’indipendenza – si è presentata la lista di Siciliani liberi; in nome del “pieno autonomismo” la rivista online «I Nuovi Vespri» di Busalacchi chiede una Confederazione a tutti i siciliani, provandosi, per l’ennesima volta, a rappattumare infinitesime bandierine. Certo, ci sono cinquanta sfumature di grigio tra l’uno e l’altro “autonomismo” e non va fatto un unico calderone – anche perché diverse sono le persone e la positura della loro schiena.
Noi però, che siamo comunque disponibili a ogni confronto, vorremmo fosse chiara questa cosa: noi siamo per l’indipendenza politica. E indipendenza politica significa anzitutto considerare finito l’autonomismo e ogni discorso sullo Statuto: è in nome dello Statuto che i governi regionali da cinquant’anni ci fottono. La linea di demarcazione tra indipendenza e autonomismo è netta, e passa per la costruzione di rapporti di forza e di istituzioni sociali di potere dal basso, nei territori, nei conflitti. L’indipendentismo siciliano – le lotte, le battaglie sociali, la rottura di una forma-Stato nazionale oppressiva: lo abbiamo detto – è una storia alle nostre spalle, in cui comunque riconosciamo anche nostre radici.
È verso la costruzione di un nuovo percorso di indipendenza in Sicilia che ci orientiamo da tempo. E verso la costruzione di un pensiero e di una prassi di “sinistra indipendentista” che sia capace non solo di costruire radicamento sociale, ma di promuovere cultura, opinione, senso comune. Contropotere: contro ogni razzismo, contro ogni sopraffazione, contro ogni usurpazione.
Qui stiamo.

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