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17 giugno 1945/2017: in ricordo di Antonio Canepa e dell’Evis.

Il 17 giugno 1945 Antonio Canepa, comandante dell’Esercito Volontario per l’Indipendenza della Sicilia, Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice, due giovani combattenti indipendentisti, vennero uccisi dal fuoco di una pattuglia di carabinieri a Murazzu Ruttu, nei pressi di Randazzo. Sull’episodio, di cui ricorre oggi il 72° anniversario, molto si è detto e scritto, molte versioni sono state fornite, molti i verbali compilati, i rapporti ufficiali, la manomissione delle prove, le bugie. Da poco liberatosi dal fascismo, lo Stato italiano portava a compimento il primo stampone per la gestione delle proprie stragi, un esordio di ipocrisia e dispregio della verità. Murazzu Ruttu è metafora dello Stato sorto dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, metafora del nuovo rapporto tra la “ragion di Stato” e le ragioni del popolo siciliano.
Vogliamo ricordare quel giorno, non per ristabilire verità forse irrimediabilmente deformate, ma per riscattare dall’oblio una vicenda su cui si è fondata la storia siciliana dal dopoguerra ad oggi. Vogliamo contestualizzare quell’eccidio non per celebrare un passato lontano, ma per aprire gli occhi sul futuro, anche rivendicando la mole politica di Canepa e della formazione indipendentista da lui guidata. Contestualizzare, dunque, non solo per risistematizzare un episodio ormai lontano nel tempo, ma più ancora per reinterpretarlo alla luce del nostro presente.
Alcune date della carriera politica di Canepa:
1933: insieme a Ettore Gervasi e Francesco Grasso, diede vita al Fronte Universitario Antifascista.
Nel settembre dello stesso anno organizzò un gruppo che aveva tra gli obiettivi l’occupazione di una banca e della radio di San Marino. Per questo i giudici fascisti lo condannano a dieci anni di lavori forzati.
Nell’ottobre del 1935 organizzò un gruppo di studenti e intellettuali che si autodefinivano “comunisti separatisti”. Il gruppo era attivo nei movimenti di rivolta antifascista.
Nel febbraio 1939 diede vita a Catania ai gruppi di “Giustizia e libertà”, contribuendo in questo modo allo sviluppo della Resistenza in Sicilia.
Nel 1942 pubblicò uno scritto intitolato La Sicilia ai siciliani, che ancora oggi figura tra i testi fondativi dell’indipendentismo nostrano.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo aver preso parte alle lotte di resistenza in Toscana, organizzò azioni di sabotaggio contro postazioni dell’esercito tedesco; tra queste, particolarmente significativo fu l’attacco all’aeroporto di Gerbini (9 giugno 1943). Dopo l’attacco, il comando tedesco mise su di lui una taglia di 3 milioni di lire.
Nell’aprile del 1944 fondò il primo nucleo dell’EVIS.
Il 17 giugno dell’anno successivo fu ucciso nelle vicinanze di Randazzo. L’operazione fu diretta dal Comandante Ettore Messana che in diverse occasioni aveva collaborato con le SS.
L’onorevole Franco Pezzino, tra i protagonisti siciliani della ricostruzione del PCI negli anni del dopoguerra, scrisse: «Una volta eliminato Antonio Canepa, che era la punta di diamante della componente democratica del separatismo, la funzione dell’E.V.I.S. fu distorta per fini apertamente reazionari e conservatori».
La Commissione Parlamentare d’inchiesta del dicembre 1962, presieduta da Francesco Cattanei, operò nel tentativo di sgombrare il campo dai sospetti di un intervento dello Stato nell’eccidio di Murazzu Ruttu e, contemporaneamente, diffamare la rivoluzione indipendentista siciliana: «La fine del rivoluzionario Canepa, rimasta avvolta nel mistero, attribuita alla reazione degli agrari preoccupati della riuscita di una rivoluzione, che avrebbe potuto rovesciare il sistema agrario sostanzialmente feudale, non attenua invece la carica di violenza sovvertitrice del movimento, il quale non esita un momento a ingaggiare i banditi per le azioni più ignobili e financo paramilitari».
L’eccidio di Murazzu Ruttu segnò il passaggio dall’indipendentismo all’autonomismo, imposto manu militari dalla neonata Repubblica italiana. Dopo l’uccisione di Canepa e la distruzione della “componente democratica del separatismo”, il governo nazionale ebbe le mani libere per cancellare la voglia di indipendenza e concedere una Autonomia che nei fatti legava le sorti dell’isola alle volontà antisiciliane dei poteri economici, politici e culturali nazionali.

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