Processo di Madrid: 100 anni di carcere per gli indipendentisti

Il Tribunale Supremo, nella sentenza del procés, tenutasi oggi, ha imposto pene per un totale di 99 anni e 6 mesi a nove leader indipendentisti catalani.
Le pene vanno dai 9 ai 13 anni. La più alta, 13 anni, va all’ex vicepresidente della Generalitat Oriol Junqueras. L’accusa è quella di sedizione e malversazione. Gli altri otto, che si trovavano già in carcere preventivo, sono Raül Romeva, Jordi Turull e Dolor Bassa (rispettivamente conseller degli esteri e relazioni istituzionali, conseller della presidenza e portavoce del governo, consellera del lavoro e politiche sociali) condannati a 12 anni di carcere per sedizione e malversazione; Josep Rull e Joaquim Form (conseller del territorio e della sostenibilità e conseller degli interni ) 10 anni e mezzo per sedizione; Carme Forcadell, ex presidentessa del parlamento, 11 anni e mezzo per sedizione e, per lo stesso delitto, 9 anni a Jordi Sànchez e Jordi Cuixart (presidente del Assemblea nazionale catalana e presidente dell’Òmnium Cultural).
Santi Vila, Carlees Mundó e Meritxell Borràs (gli unici tre processati in libertà) sono stati condannati a un anno ed otto mesi di inhabilitación especial e 10 mesi di multa da 200 euro al giorno.

La magistratura ha quindi rigettato la pesante accusa della Fiscalía che chiedeva la condanna per ribellione (che implicava pene molto più alte).
Nonostante ciò la Sala insiste sull’esistenza della violenza nel giorno cruciale dell’1 Ottobre dichiarando però che 《le contestazioni di quei giorni non bastano per accusare di “delito de rebelió“》. Manca – affermano – la “funzionalità” della violenza, ovvero non è 《instrumental, funcional, preordenada de forma directa, sin pasos intermedios, a los fines que animan la acción de los rebeldes》. Tradotto, non vi è la prova di atti violenti premeditati. L’accusa di ribellione è esclusa anche per “ragioni soggettive”. Secondo il tribunale gli accusati 《erano coscienti della impraticabilità del referendum e sapevano che la semplice approvazione di enunciati giuridici, in contraddizione con le regole previste per la riforma di un testo costituzionale, non possono portare a uno spazio di soberanía》.
Gli accusati erano, dunque, – secondo i magistrati – coscienti che lo Stato continuava a mantenere il controllo della forza militare e giurisdizionale e che ha risposto, in tal senso, come unico depositario di questa legittimità.

Un altro aspetto interessante è il “rimprovero” fatto dai magistrati agli accusati di mantenere e utilizzare strumentalmente il “diritto a decidere” per convocare un referendum “illegale”.
L’unità territoriale spagnola – sostengono – è una pratica di tutte le costituzioni europee per rafforzare l’integrità del territorio sulla quale si basano gli Stati europei e non possono accettare il diritto a decidere come termometro di democrazia di una società.

La risposta è stata immediata.
Dal primo mattino, appena si è conosciuta la sentenza, sono cominciate le mobilitazioni in tutta la regione, rilanciate con appelli sui social dalle principali organizzazioni indipendentiste.
Da quando la sentenza è stata pubblicata il popolo catalano è sceso in piazza e ha risposto alla repressione messa in atto. Puigdemont parla di “barbarità”, ma è una questione che colpisce tutti i settori della società: gli studenti cominciano a bloccare strade e dichiarano di seguire con le proteste, FC Barcellona prende posizione contro la sentenza e le proteste continuano anche all’interno del Parlamento, sui binari del treno tra Girona e Flaça e all’aereporto. Si sta occupando, infatti, la Gran Vía di Barcellona verso l’aereporto ed esso stesso.

Con questa sentenza lo Stato ha fatto la sua parte: reprimere chi si organizza per l’emancipazione. Ora tocca al popolo Catalano dimostrare di che pasta è fatto. Quello che possiamo dire con certezza è che i catalani non si arrenderanno davanti a questa sentenza.

Libertà per tutti e tutte.

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